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VOCI DI SPERANZA SI LEVANO DALLA BASE DELLA SOCIETÀ CIVILE

VOCI DI SPERANZA SI LEVANO DALLA BASE DELLA SOCIETÀ CIVILE

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Si è svolta presso l’Auditorium CISL, Roma, il 6 luglio u.s., la tavola rotonda dal tema: “Europa e Mediterraneo: mare di civiltà, di pace e di lavoro”, pregevole iniziativa promossa dal Comitato per una Civiltà dell’Amore. Numerosi e qualificati gli interventi che si sono succeduti, propositivi negli impegni discussi a favore dello sviluppo economico, con ausilio di nuove microimprese. Preziosa la disponibilità offerta dal Ministro Plenipotenziario, Enrico Granara – Affari Esteri – espressamente inviato dal Ministro Paolo Gentiloni, manifestando così sensibilità al tema. Il Ministro Granara ha mostrato la volontà, attraverso il suo Ministero, di collaborare con iniziative volte a creare ponti di sviluppo con Africa e Medio Oriente, volano di rapporti tra Europa e Sud del Mediterraneo, per uno crescita economica sempre più veicolata verso i bisogni delle genti del mondo. Riportiamo di seguito video degli interventi e la Relazione tenuta dal Presidente Gianni Fontana.

 

Relazione del Presidente Gianni Fontana

“Europa e Mediterraneo: mare di civiltà, di pace e di lavoro”

Il mio vivo ringraziamento agli amici della “Civiltà dell’amore” per l’invito ad intervenire a questo convegno che si propone di compiere una riflessione sul mare Mediterraneo e sulla sua vocazione di luogo di pace, scambi economici, incontri e relazioni culturali, religiose, scientifiche tra le più grandi civiltà del pianeta che sulle sue rive sono fiorite.

Quando sono venuto a conoscenza di questa vostra iniziativa, spontaneo è scattato il collegamento con le grandi suggestioni lapiriane. Giorgio La Pira, che chiamava il Mediterraneo Lago di Tiberiade, che aveva immaginato – siamo nella seconda metà degli anni ’50 – “I colloqui del Mediterraneo”, che avevano visto come protagonisti le grandi personalità della cultura, delle religioni, della politica dei Paesi rivieraschi. Il sindaco santo che aveva fatto di Firenze la città del dialogo che prepara la pace: come si fa a non provare nostalgia.

La carenza più grande dell’attuale classe dirigente è la ragion di Stato che fa aggio sulla ricerca della convivenza tra popoli e nazioni,  la palese mancanza di visione, di fantasia, di una strategia alla quale ispirare ogni singola valutazione e azione. Il fallimento delle cosiddette primavere arabe (tranne la Tunisia) non deve, come spesso si sente affermare, portarci a rimpiangere i Gheddafi o i Mubarak: il loro infelice esito va piuttosto cercato nell’avere, noi Europa, lasciati soli i movimenti e i leader che con coraggio e tributo di sangue erano scesi in piazza contro gli autocrati costringendoli alla fuga.  Allo stesso modo gli infausti sbocchi seguiti al secondo intervento americano in Iraq o la presenza militare in Afganistan sono da attribuire alla penuria di visione sulla nuova architettura politica e istituzionale che avrebbe dovuto seguire la vittoria militare. Le stesse modalità con cui, sino ad ora, è stata maneggiata “la questione greca” ci fanno capire come la gestione “ragionieristica“ prevalga su quella politica che, per sua natura, tiene conto delle sofferenze, l’angoscia, il dolore, la dignità di una nazione che del suo genio ha segnato il mondo intero.

Allo stesso modo, invece di affrontare in modo radicale – con una sorta di “piano Marshall” europeo – le drammatiche ragioni che costringono le popolazioni africane sub-sahariane e quelle medio-orientali ad abbandonare la loro patria per cercare uno sprazzo di futuro in Europa, ci rimpalliamo responsabilità fino ad avanzare proposte inumane come quelle dei respingimenti in mare. Il Mediterraneo un immenso cimitero.

Qualche giorno fa, quando ho iniziato a riflettere su quale sarebbe potuto essere il mio minimo contributo a questo incontro, ho ritenuto che forse sarebbe valsa la pena di tentare di dire qualcosa sulle motivazioni culturali ed etiche che stanno a fondamento di comportamenti così cinici ed egoistici.

Nella Centesimus annus, (1991), Giovanni Paolo II aveva previsto che la caduta del Muro di Berlino avrebbe accelerato la crisi di civiltà già iniziata. Qualche anno dopo riprese il tema in modo più esplicito: “Una domanda interpella profondamente la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell’amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà che più giustamente si dovrebbe chiamare “inciviltà” – dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismo esasperati, degli egoismi eretti a sistema.” Perciò – concludeva il Papa – “La chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell’uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della civiltà dell’amore” (Angelus, 13 febbraio 1994).

Quel monito oggi si rivela profetico. Non solo perché dopo il socialismo reale è fallito anche il capitalismo speculativo, ma perché, privo dello slancio delle ideologie, il mondo sta scivolando pericolosamente verso l’ “inciviltà” dell’individualismo e dell’egoismo eretti a sistema. Perciò è necessario e urgente alzare forte la voce. Occorre rompere il silenzio impacciato di troppi, che oggi stanno zitti per acquiescenza o diplomazia. Fingere di non vedere è colpevole ed irresponsabile.

Non è mia intenzione sollecitare un processo alle intenzioni dei governanti che – com’è doveroso supporre – desiderano il bene del Paese. Si tratta, piuttosto, di un invito idealmente rivolto ai cittadini, alle associazioni, ai corpi intermedi, che vedono in primo luogo impegnati i cattolici, affinché riflettano: 1) sulle cause e sui pericoli dello slittamento verso l’inciviltà; 2) sul dovere morale che tutti abbiamo di reagire; 3) sulla necessità di mettere insieme risorse e impegno e, per i cattolici democratici e popolari, di aprire un capitolo nuovo della loro storia.

Lo slittamento verso l’ “inciviltà”

Il progressivo deterioramento civile della situazione è sotto gli occhi di tutti. I problemi che affliggono il Paese non sono nati oggi: ce li trasciniamo da decenni. Nuova però è la filosofia con cui si affrontano, che produce effetti deleteri. Che tutti siamo condizionati dalla paura e dal bisogno di sicurezza, è un fatto; ma è ideologico e fraudolento addossarne la responsabilità solo all’uno o all’altro problema emergente.

Nessuno nega che l’immigrazione “clandestina”, o l’esistenza di alcuni campi Rom con condizioni al limite dell’umano, portino con sé problematiche gravi, ma trasformare questi fatti – come troppo spesso si fa – nella causa di tutti i mali, significa affrontare il problema in modo fuorviante e falso. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale, imporre tasse per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, sottoporre le nuove genti alle leggi crudeli e delinquenziali del “caporalato”, recarsi da parte di leader politici nel campi Rom con il chiaro obiettivo di mettere in scena una provocazione, ventilare  l’ipotesi di classi separate, rifiutare agli stranieri i servizi sociali o il sussidio di disoccupazione assicurati agli italiani, alzare barriere contro i rifugiati da parte di Presidenti di Regioni, sono tutte scelte che aggravano la situazione. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano – dall’una e dall’altra parte – casi di aggressività brutale, intolleranza, razzismo e xenofobia? Se le città diventano sempre più violente ed insicure? Così si scivola verso l’ “inciviltà sociale”.

Nello stesso tempo, il falso presupposto che la legittimazione popolare (è storia di qualche giorno fa) sia criterio di legalità, mina alla radice la nostra civiltà politica e giuridica e fa degenerare la democrazia in autoritarismo: il giudizio di legalità non spetta al popolo ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia. Quando questo accade l’effetto è devastante; si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni; s’incrina nei cittadini il senso civico; s’insinua nell’opinione pubblica la convinzione che, dopo tutto il “fai da te” premia. Così si va verso l’ “inciviltà politica”.

Anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda (non governa); diviene allergico ad ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico, si preferisce il ricorso ai decreti legge e al voto di fiducia, esautorando, di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo.

Anche la legge elettorale già approvata in un ramo del Parlamento prevede che la classe politica sia cooptata dalle segreterie dei partiti, perpetuando l’incapacità dei cittadini di eleggere i propri rappresentanti. Così si va verso l’ “inciviltà istituzionale” in rotta di collisione con lo spirito della nostra Costituzione.

Perché accade questo? La ragione ultima è che il pensiero dominante, cioè la filosofia politica neoliberista è in contrasto con i principi fondamentali della nostra civiltà e della Carta repubblicana: ridurre la persona a individuo cozza contro il principio personalista, la visione meramente legalista delle relazioni umane collide col principio solidarista, l’autoritarismo è la negazione del principio di partecipazione sussidiaria. Non è un caso quindi che si tenda a screditare la Costituzione.

Di fronte a scelte di civiltà destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società, anziché dividersi tra credenti e non credenti e tra eredi delle diverse tradizioni riformiste, occorre dialogare, raccordare le ragioni degli uni e degli altri incontrarsi per dare un’anima nuova alla convivenza civile e alla politica. La sfida dell’inciviltà si trasforma dunque in una grande opportunità di difesa. Occorre agire subito. Come?

Reagire

Con la costituzione dell’ “area di Solidarietà Popolare” vorremmo cogliere le numerose voci di speranza e di ripresa che si levano soprattutto dalla base della società civile. In particolare i cattolici democratici e popolari, come già fecero nel dissesto postbellico, settant’anni fa,  devono sentire l’obbligo  morale e civile di prendere l’iniziativa, agendo da fermento, e proseguire senza esitazione, il cammino verso la democrazia compiuta.

Reagire, quindi, significa ridare linfa, ideali, idee alla politica per risalire la china dell’inciviltà e concorrere a creare una nuova civiltà. Ad un’attenta lettura dei segni dei tempi, l’attuale crisi appare infatti un’occasione propizia per ripensare in termini nuovi all’intuizione originaria del popolarismo. La società civile – come il genio di don Sturzo aveva previsto – è chiamata a riappropriarsi del suo ruolo politico originario, delegato, di fatto, esclusivamente ai partiti e ai professionisti della politica. Ciò significa prendere atto che in Italia, il bipartitismo rimane per ora solo uno schema teorico: le difficoltà degli ultimi vent’anni ne sono la prova lampante.

Non resta dunque che realizzare un incontro più maturo tra le diverse eredità politiche,  tra cultura laica e cultura di ispirazione cristiana, senza commettere gli errori commessi dal PD, a cominciare dalla mancata realizzazione di una chiara identità comune intorno ad un ethos condiviso.

Per raggiungere questo obiettivo, occorre andare al di là delle vecchie tradizioni ideologiche e fondare la nuova identità culturale e ideale sui principi etici comuni della Costituzione repubblicana laica e dell’ispirazione cristiana. È significativo che su questa linea – classica nella tradizione sturziana – si trovino oggi anche autorevoli esponenti della cultura laica che convergono sulla necessità di un incontro positivo con la coscienza religiosa.

L’ispirazione cristiana non è più considerata un fenomeno esclusivamente privato e di coscienza, senza ricaduta sociale e politica. È ormai una consapevolezza diffusa che la nuova civiltà dovrà avere a fondamento i principi cardine ripensati e aggiornati, sui quali concordano e si integrano la cultura umanistica laica e l’insegnamento sociale cristiano: personalismo, solidarismo, partecipazione sussidiaria.

Personalismo. L’art. 2 Cost. afferma che la Repubblica “riconosce” e “garantisce” i diritti inviolabili dell’uomo. I diritti irrinunciabili e inalienabili della persona dunque preesistono allo Stato, vengono prima della libera organizzazione della società, sono iscritti nella coscienza di ogni uomo, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli. Siamo agli antipodi della concezione individualistica, utilitaristica ed egoistica della filosofia neoliberista ancora dominante. L’ispirazione cristiana non è, perciò, in contraddizione con la ragione laica, ma la rafforza quando afferma che la dignità della persona è trascendente perché immagine e somiglianza di Dio.

Solidarismo. Anche su questo principio, Costituzione e ispirazione cristiana coincidono e si integrano. Per entrambe, la solidarietà è strettamente connessa alla concezione di persona come “soggetto-in-relazione”, intrinsecamente sociale. Anche a questo proposito la Costituzione si oppone alla concezione individualistica neoliberistica e tutela la persona sia in sé, sia all’interno delle formazioni sociali ove esplicita la sua personalità (cfr artt. 2-3 Cost.). Ancora una volta l’ispirazione cristiana, che porta gli uomini a scoprirsi fratelli perché figli del medesimo Padre, non si oppone alla ragione laica, ma la integra e la rinsalda.

Partecipazione sussidiaria. È il terzo grande principio comune, recepito dalla Costituzione all’art. 118: le diverse istituzioni dello Stato (salvo alcune funzioni inderogabili di controllo, coordinamento e garanzia) non devono sostituirsi alle persone e ai corpi intermedi (famiglie, soggetti associativi, sindacato, partiti) nello svolgimento delle loro attività, quando sono in grado di agire  responsabilmente per conto proprio. L’intervento pubblico sarà temporaneo e mirerà a restituire l’autonomia di azione alle singole entità di livello inferiore. Anche qui la coincidenza con la dottrina sociale della Chiesa è evidente, se si pensa che il primo a enunciare il principio di sussidiarietà fu Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno (1931): la famiglia, i mondi vitali, le classi, le associazioni e gli enti locali sono organi “naturali” della società; lo Stato non li può espropriare della loro responsabilità.

Per risalire la china dell’ “inciviltà” lungo la quale siamo avviati e per costruire una nuova civiltà democratica, non vi è altra via che realizzare un approccio maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana; cioè tra le tradizioni riformiste che già hanno ricostruito l’Italia dopo il Fascismo e la seconda guerra mondiale. A questo dovere civico e morale non possono sottrarsi i cattolici popolari.

Il futuro lo creano le idee e gli uomini nuovi. Anche per questo i cristiani hanno il dovere di mettere insieme, con tutti i cittadini di buona volontà, le proprie risorse e il proprio impegno per risalire la china dell’inciviltà e costruire la nuova civiltà dell’amore. Non è il momento dello scoraggiamento e della rassegnazione. Per i cattolici democratici e popolari, in particolare, è il momento di voltare pagina e di aprire, con coraggio e profezia, un nuovo capitolo della loro storia.

 

VIDEO INTERVENTI:

https://www.youtube.com/watch?v=dtk9wmoKdxs

https://www.youtube.com/watch?v=LTencZq41cY

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