Verso la legge elettorale dopo i paletti della Corte

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La Corte costituzionale, nella sua sentenza n. 1 del 2014, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge applicata nelle ultime tre elezioni politiche (approvata dalla maggioranza parlamentare che sosteneva il III Governo Berlusconi), ha posto precisi paletti alla discrezionalità del legislatore nella scelta del modello di sistema elettorale: a) è illegittima, per violazione del principio fondamentale di eguaglianza del voto, l’attribuzione di un premio di maggioranza senza la previsione di una ragionevole soglia di voti minima per competere alla sua assegnazione; b) è illegittima, per violazione dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, l’attribuzione del premio di maggioranza su scala regionale, che, in regime di bicameralismo perfetto, mette in pericolo un’adeguata stabilità della maggioranza parlamentare e del Governo; c) è illegittima, per violazione del principio democratico – che esige l’incoercibile libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento -, la previsione di liste lunghe tutte bloccate di candidati, assai difficilmente conoscibili dall’elettore, la cui scelta è totalmente rimessa ai partiti, che non sono provvisti di attribuzioni costituzionali in questo senso: “è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione”.

Questi “paletti” hanno come destinatario già il legislatore ordinario attuale, in quanto, dopo la proclamazione degli eletti, secondo la Corte, l’illegittimità costituzionale della legge elettorale non priva di legittimità il Parlamento in carica. Tuttavia, va sottolineato che, poiché deve esserci in ogni momento una legge elettorale che assicuri il rinnovo delle Camere, la sentenza della Corte lascia in vigore un sistema elettorale, basato sul meccanismo proporzionale depurato dell’attribuzione del premio di maggioranza ed integrato in modo da consentire all’elettore di esprimere un voto di preferenza per i candidati: questo (non più il cd Porcellum) è il sistema elettorale attualmente in vigore, con il quale, ad esempio, si andrebbe a votare se le Camere fossero sciolte domani; questo – va chiarito – non più il Porcellum, è il sistema elettorale della cui modifica si discute convulsamente in queste ore. Qualora il Parlamento in carica intenda modificare questo sistema elettorale, deve comunque osservare i “paletti” esposti sopra.

Il tipo di sistema elettorale adottato (con legge ordinaria) incide sul funzionamento della nostra forma di governo, disciplinata in Costituzione: sicuramente il tema del superamento del bicameralismo perfetto ne fa parte, ma altrettanto sicuramente non lo esaurisce. E così si arriva all’accordo di sabato 18 scorso tra il segretario del Partito Democratico ed il presidente di Forza Italia, che tocca entrambi questi temi (oltre ad una riforma della potestà legislativa regionale su cui converrà tornare).

Uno dei punti è l’istituzione di un Senato delle autonomie, pienamente compatibile con la riduzione del numero complessivo dei parlamentari (ad esempio di un numero eguale a quello degli attuali senatori), ma, data la rilevanza determinante delle comunità intermedie (le formazioni sociali di cui all’art. 2 Cost.) storicamente assunta nella vita socio – politica italiana, ed oggi essenziale, in applicazione del principio costituzionale di sussidiarietà, per il funzionamento del nostro sistema di welfare e per la stessa forma di Stato, va detto che si potrà prevedere, accanto alla rappresentanza delle autonomie territoriali, una qualche forma di rappresentanza anche delle autonomie sociali. E’ corretto che un Senato siffatto, inteso come stanza di forte compensazione, anche con propri rappresentanti a tempo pieno, delle istanze delle autonomie rispetto al centro, non voti la fiducia al Governo e rivesta un ruolo differenziato rispetto alla Camera nel procedimento legislativo.

Rimane il tema del rapporto tra Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica. Su questo niente si dice, ma la tipologia di sistema elettorale vi incide profondamente. Dunque, sia pure all’interno di una visione unitaria, sarà metodologicamente doveroso dare la priorità alle riforme costituzionali (di cui si discute da più di trent’anni, con il rischio di banalizzare riforme e Costituzione) ed a ruota approvare la riforma elettorale. Il modello concordato nell’incontro di sabato scorso per l’elezione della Camera prevede un metodo proporzionale con premio di maggioranza se la lista o coalizione di liste maggiori consegue almeno il 35% dei consensi, con un eventuale secondo turno di ballottaggio e soglie di sbarramento differenziate per coalizioni e liste, circoscrizioni piccole e liste bloccate e corte: la lettera della sentenza della Corte sembrerebbe, a prima vista, rispettata.

Tuttavia, qualora vi sia il retropensiero di approvare prima una legge elettorale orientata a consolidare questo bipolarismo blindandolo verso un bipartitismo dominato dai leader di due attuali partiti per poi muovere, usando impropriamente l’attuale procedura di revisione costituzionale ad una riforma costituzionale verso una forma di governo, magari presidenziale, bisognerà mettere in guardia da questi rischi, forzature e furbizie.Di fronte ad un’operazione così imponente (cui corrisponderebbe un possibile annientamento dei cd corpi intermedi), bisognerebbe ricordare che l’Assemblea Costituente fu eletta con un sistema proporzionale, molto simile a quello attualmente vigente, lasciato in piedi dalla Corte costituzionale, e molto più adatto ad un mandato, finalmente, di revisione costituzionale, che faccia quell’opera di manutenzione che ad oggi s’impone.

In definitiva, sulla riforma della legge elettorale, occorre rispettare non solo la lettera, ma anche lo spirito della sentenza della Corte; occorre valorizzare, insieme all’istanza di efficienza del sistema, la necessità di recuperare un livello salutare di comunità attiva rispetto al distacco sempre più profondo che la cattiva politica ha segnato tra cittadini ed istituzioni; occorre che il legislatore tenga conto del sistema più idoneo ed efficace in considerazione del contesto storico attuale, provando a traguardare il futuro con genuino spirito di servizio, rettitudine di coscienza ed autentico perseguimento del bene comune, nel segno dell’ipermetropia dei nostri Costituenti e del noto aforisma espresso da De Gasperi, per cui un politico guarda alle prossime elezioni, ma è uno statista che pensa alle prossime generazioni.

Leonardo Bianchi

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