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Il papa e gli omosessuali: la leggerezza poco responsabile di molta stampa

Il papa e gli omosessuali: la leggerezza poco responsabile di molta stampa

Adc Veneto \ Scritto da il \ Stampa il PDF

A proposito dell’intervista recente rilasciata da Papa Francesco alla rivista Civiltà Cattolica: ormai siamo abituati da mesi al fatto che ogni parola di Papa Francesco viene rimbalzata nel circo mediatico come uno scoop, suscitando lacrime di commozione da una parte e scandalo dall’altra; ma spesso il rimbalzo travisa il suo messaggio o – peggio – gli mette in bocca parole che egli non ha detto.

Sul tema dell’omosessualità è già successo un paio di mesi fa, di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù. Il suo “Chi sono io per giudicare un gay?” è diventato sui media un’apertura incondizionata agli omosessuali, non volendo dire invece che stava semplicemente citando San Paolo ai Corinzi: “Spetta forse a me giudicare?”.

Ora, in questi giorni ci siamo cascati di nuovo, proprio a proposito della intervista su Civiltà Cattolica. Certo, sono 29 pagine, di venerdì pomeriggio mica possiamo stare lì a leggere tutto… Ma questo non giustifica i titoli del giorno seguente. Un paio di esempi su tutti: “Il Papa apre ai divorziati e alle donne che hanno abortito”; «Misericordia, non tortura»”; e «La Chiesa non sia ossessionata da divorzio, gay e aborto».

Ma che si dice in questa intervista? Tiriamo fuori un po’ di virgolettati, stavolta letterali. Alla domanda diretta sull’omosessualità, Papa Francesco risponde: «Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile. Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: “Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo».

Insomma, un Papa che si riferisce al Catechismo, sarà uno scoop?

No, lo scoop è qualche riga prima: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…  E bisogna cominciare dal basso».

Papa Francesco invita alla misericordia, alla delicatezza, alla tenerezza, ma pare anche ben cosciente dei tempi gravi ed eccezionali in cui viviamo. Non si travisi la metafora del campo di battaglia, in giorni nei quali in aula si è discusso lo strano Ddl Scalfarotto e a Verona, in occasione di un convegno sul genere, i gruppi Lgbt hanno annunciato manifestazioni.

C’è una battaglia ideologica in atto, nella quale come cristiani abbiamo comunque il compito di soccorrere i feriti, dall’una e dell’altra parte. Combattendo la nostra battaglia, conservando la fede.

Gianantonio Boscaini

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