Monete in primo piano e grafico rappresentante la recessione del 1991.
Un nuovo modello economico: Lavorare meno e lavorare tutti a parità di retribuzione

Un nuovo modello economico: Lavorare meno e lavorare tutti a parità di retribuzione

Economia e Lavoro \ Scritto da il \ Stampa il PDF

Ci ricorda uno slogan famoso degli anni 1970, il titolo qui sopra. Era uno slogan coniato da Pierre Carniti, segretario confederale e poi segretario generale della Cisl. Slogan sacrosanto, anche se, allora, viziato dal contesto di una logica di “salario variabile indipendente” che inficiava la credibilità della proposta complessiva della Cisl e del movimento sindacale di quegli anni. Oggi che lo slogan non è più inserito in quel contesto inadeguato, riacquista la sua grande, giusta, condivisibile e condivisa potenza. Condivisa esplicitamente da noi Adc, innanzitutto.

Ringraziamo la rivista della Pro Civitate Christiana di Assisi, Rocca, che ce ne autorizza la pubblicazione, e diamo volentieri atto a Pietro Greco della sua straordinaria chiarezza espositiva. Greco è giornalista scientifico e scrittore di opere divulgative, è stato consigliere del ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi, conduttore storico del programma Radio3 scienza, coautore e responsabile scientifico di Pulsar e di altri programmi televisivi. Una esperienza e una competenza che ne hanno straordinariamente affinato la efficacia divulgativa dello stile. Qui, al servizio di una idea del lavoro e dell’economia ch consideriamo sacrosanta.

Negli Stati Uniti, sosteneva la rivista Time nelle scorse settimane, sta tornando la vecchia industria manifatturiera. Gli imprenditori stanno smettendo di delocalizzare in Asia o in America Latina e stanno iniziando a costruire nuove fabbriche negli Stati Uniti. Con nuove macchine e, soprattutto, con nuovi operai. Affatto diversi da quelli organizzati un secolo fa da Henry Ford e interpretati da Charlie Chaplin in un film, tra gli indimenticabili del XX secolo: Tempi moderni. I nuovi operai nelle fabbriche dei tempi moderni del XXI secolo non hanno più la tuta blu e la chiave inglese in mano, ma il camice bianco e le dita sul mouse di un computer. Non hanno più la licenza elementare, ma un diploma di scuola superiore e, spesso, una laurea.

 La rivoluzione della conoscenza

 Sono gli effetti di quella che i sociologi chiamano «l’era della conoscenza». Ovvero di una nuova fase storica della società e dell’economia umana dove il valore delle merci non dipende più solo dal combinato disposto della materia prima e del lavoro degli uomini che l’hanno trasformata, ma è sempre più determinato dalla «conoscenza aggiunta». Esempio tipico è il valore del computer con cui sto scrivendo: il suo valore è, per la quasi totalità, quello della conoscenza informatica che contiene. Al contrario, il valore della vecchia macchina da scrivere, la mitica Lettera 32, su cui batteva i polpastrelli Indro Montanelli, era dovuto essenzialmente al costo del metallo di cui era costituita più il costo del lavoro dei bravissimi operai dell’Olivetti che l’avevano realizzata.

La rivoluzione della conoscenza non si è concretizzata nei beni che escono dalle fabbriche, ma anche dentro le fabbriche. Non è stata solo una rivoluzione di prodotto, ma anche una rivoluzione di processo. Insomma, si fa di più con sempre meno (in termini di lavoro umano). Anche per questo molti economisti dicono: ok, l’industria ritorna negli States, ma l’occupazione no.

Siamo in una situazione (in apparenza) senza uscite. La produzione di beni materiali nel mondo aumenta, grazie alla rivoluzione della conoscenza, ma l’occupazione diminuisce. L’uomo è sempre più sostituito da macchine che sempre più gli assomigliano, i computer e i robot. Una condizione che è stata denunciata anche da Paul Krugman, premio Nobel e voce critica dell’economia. L’economia fondata sulla conoscenza, dunque, genera necessariamente disoccupazione? La domanda non è retorica. Perché ammette risposte diverse. Sì, se il fine dell’industria è produrre sempre di più con meno. No, se si cambia paradigma. Come, lo hanno spiegato qualche tempo fa Nicola Costantino, rettore del Politecnico di Bari e ingegnere esperto di economia gestionale, e il figlio, Marco, economista che si occupa di problemi globali. Il libro è chiaro sin dal titolo: E se lavorassimo troppo? Che significa: e se invece di utilizzare le nuove macchine per produrre sempre di più, le impiegassimo per lavorare sempre meno? La possibilità c’è, sostengono i Costantino. Basta cambiare il paradigma su cui si fonda l’economia classica. L’economia che fa riferimento ad Adam Smith e al suo famoso fornaio, quello che ci rifornisce ogni giorno di pane non per il suo buon cuore ma per la sua concreta convenienza. Nell’ambito dell’economia liberale di mercato – il cui pensiero è oggi talmente dominante da essersi meritato la definizione di «pensiero unico » – tutti i modelli ci propongono una figura di fornaio – ma anche di macellaio, birraio, contadino, imprenditore industriale – definito come «attore razionale». Un attore che non tiene in alcun conto il suo cuore e prende in considerazione solo la convenienza, considerata (chissà perché) razionale. I neuroscienziati – che conoscono, ormai, il legame indissolubile tra ragione ed emozione– potrebbero inorridire di fronte a questo stereotipo di «attore razionale». Ma tant’è, questo è quello che sostengono i nipotini di Adam Smith. Che probabilmente non hanno letto fino in fondo il loro avo nobile.

 La metafora di Adam Smith

 Già, perché Adam Smith non ha preso in considerazione solo il mercato minore a scala locale – quello del fornaio, per intenderci – ma anche (e soprattutto) il mercato a scala globale. E si è interrogato sulle grandi opportunità che veniva aprendo l’economia industriale che oggi definiamo classica. La domanda iniziale sembra un po’ banale: se un artigiano si mette a fabbricare spilli, si chiede, quanti ne può produrre, da solo, in un giorno? Adam Smith ben conosce l’abilità dei fabbri del suo tempo, e calcola: il migliore degli artigiani in un giorno non arriverebbe a fabbricare più di 8 spilli. L’artigiano deve mangiare. E da quegli 8 spilli deve ricavare il sostentamento per sé e per la propria famiglia. Dunque, la quota costo del lavoro per realizzare quei minuscoli manufatti sarebbe molto alta e gli spilli dovrebbero essere offerti a un prezzo altissimo (l’equivalente odierno di 10 o 20 euro a spillo, per dare un possibile ordine di grandezza). Chi comprerebbe spilli a 10 o persino a 20 euro? Nessuno. Gli spilli fabbricati dagli artigiani non avrebbero mercato. L’industria, continua Adam Smith, consente di abbattere i costi. Con la sua organizzazione e con le sue macchine, consente di abbattere il costo del lavoro aumentando la produttività. In un’industria di spilli, ogni addetto ogni giorno in media ne produce migliaia. Gli spilli possono essere venduti a un prezzo accessibile anche alle massaie: l’equivalente odierno di qualche centesimo di euro. La grande produzione abbatte drammaticamente i costi e consente così di incrementare la domanda di mercato. Ma l’industria chiede (e ottiene) innovazione continua. E l’innovazione tecnologica sempre più fondata sulla scienza consente di fare di più, sempre più, con meno, sempre con meno. Oggi in una fabbrica all’avanguardia ogni singolo addetto, in media, può produrre decine di migliaia di spilli al giorno, a costi unitari addirittura irrisori. Tutti possono comprare a bassissimo prezzo quanti spilli vogliono. L’economia industriale consente in questo modo un formidabile aumento sia dell’offerta sia della domanda di beni di consumo. Consente una  formidabile espansione del mercato. Il che consente di incrementare anche l’offerta di lavoro. Se deve soddisfare una domanda enorme di spilli, l’industria deve crescere e deve assumere lavoratori. E poiché paga un buon salario – ecco la lezione di Henry Ford – le mogli dei suoi operai possono comprare spilli contribuendo ad aumentare la domanda e a reggere il sistema. Quello industriale è un «win-win game»: un gioco, dicono gli anglofili, in cui tutti, potenzialmente, vincono. Ma già nel Settecento sulle porte dell’Accademia delle scienze francesi c’era un avviso: non si accettano lavori scientifici sul moto perpetuo. Perché i matematici e gli scienziati naturali sanno che non esistono né il moto perpetuo né le macchine perfette. Che ogni sistema fisico ha dei limiti entropici. E che ogni impresa umana ha dei limiti antropici.

Sarebbe bene che anche gli economisti sostenitori delle sorti magnifiche e progressive del mercato li riconoscessero e vi si confrontassero. Bertrand Russell, il grande logico e premio Nobel per la letteratura, era molto bravo nel trovare le contraddizioni interne – le contraddizioni interne ineliminabili – anche nei più rigorosi e astratti sistemi logici. In fondo sono le sue scoperte che hanno consentito a Kurt Gödel di dimostrare l’incompletezza e la presenza di larghe aree di indecidibilità in ogni sistema formale, matematica compresa.

 L’impossibile e inaccettabile  crescita illimitata

 Ebbene, si chiedeva Bertrand Russell riprendendo la metafora di Adam Smith, di quanti spilli ha realmente bisogno una persona? Non è che noi possiamo riempirci la casa (e la vita) di spilli solo perché il mercato ce li offre a costi sempre più bassi. Una volta soddisfatto il bisogno reale – cento spilli in ogni casa? – la domanda ristagna. Nessuno ne compra più. Se anche l’industria innova e aumenta indefinitamente la sua produttività, si ritroverà a riempire inutilmente i suoi magazzini. Va in crisi di sovrapproduzione. Il mercato si satura. È un po’ quello che stava succedendo in Italia con le automobili prima della «grande crisi». Tutti acquistavano la prima e anche la seconda automobile. Ma gli utenti normali che se ne fanno di tre o quattro automobili? Nulla. D’altra parte anche nelle nostre strade più di tante non ce ne vanno.

Eravamo (e siamo ancora) al limite dell’ingorgo perfetto. Inutile sperare che, superata una certa quantità, il numero di auto vendute aumenti. Il mercato si satura. Il mercato è saturo.

 Materie prime e inquinamento

 Torniamo dunque ai nostri spilli e aggiungiamo un ulteriore elemento. Se la produzione di spilli cresce e tende all’infinito, la materia prima per costruirli, il ferro di cui è per la gran parte costituito l’acciaio, tende a esaurirsi. Così il prezzo aumenta. Gli operai non avranno più la possibilità di comprarli e il sistema entra in crisi. Più in generale: lo sviluppo industriale crea problemi di depletion, di esaurimento delle risorse, come aveva intuito Thomas Robert Malthus e come hanno ribadito, nel 1972, i coniugi Meadows in un famoso rapporto redatto per il Club di Roma. Aggiungiamo anche un ulteriore tassello: la crescita tendenzialmente illimitata dell’industria – ipotesi implicita di ogni modello classico dell’economia – crea anche problemi tendenzialmente illimitati di inquinamento. Gli spilli sono fatti di acciaio e l’industria dell’acciaio – ne sanno qualcosa a Taranto – inquina. Se Russell avesse torto e la domanda di spilli continuasse a crescere in maniera illimitata, avremmo bisogno di un numero illimitato di fabbriche di acciaio per produrre una quantità infinita di spilli. E dunque avremmo problemi illimitati di inquinamento. Il che alla lunga costituirebbe – per l’ambiente naturale, per l’uomo e persino per gli «attori razionali» dell’economia classica – un problema inaccettabile. La crescita illimitata preconizzata dall’economia classica è, dunque, sia impossibile che inaccettabile.

 L’errore del capitalismo occidentale

 Ma dalle analisi astratte veniamo al concreto. E il concreto è che oggi in Italia (e non solo) viviamo nel pieno di una «grande crisi». Che è nata al livello finanziario. Ma si è ben presto trasformata in crisi economica.

In crisi dell’economia industriale, quella che produce beni tangibili. Il mercato non «cresce». La domanda di beni langue. Anzi, diminuisce. Il sistema produttivo è, appunto, in crisi. Come stanno reagendo alla crisi i manager delle industrie, ma anche i politici (italiani ed europei) e persino buona parte degli economisti? In maniera irragionevole, anche nell’ambito di un pensiero economico liberista. Cercano di abbattere il costo del lavoro: quando non delocalizzano, cercano di pagare meno i lavoratori, creando precarietà. Perché la loro idea è: produciamo sempre più merci a prezzi sempre più bassi. Le macchine ce lo consentono.

Ma con questa ricetta gli spilli prodotti in numero crescente e a costi sempre più bassi restano invenduti. Ma se i manager delle industrie degli spilli, con l’aiuto di politici ed economisti, abbattono i costi ed erodono i diritti degli operai, questi ultimi non avranno più i soldi per comprarli, gli spilli. E a chi lo venderanno il loro prodotto, i manager? È evidente. La ricetta con cui il capitalismo occidentale sta reagendo alla nuova globalizzazione e alla crisi finanziaria è cieca, anche in un’ottica meramente liberista.

E allora cosa fare? La domanda è difficile. Ma la risposta che stiamo dando si rivela ogni giorno di più semplicemente sbagliata. E se provassimo a cambiare paradigma, come suggeriscono i due Costantino? Se provassimo a cambiare radicalmente modello economico? In due modi. Da un lato producendo di meno e meglio: meno spilli (e più in generale, meno beni di consumo individuali) e più beni comuni, possibilmente immateriali. E dall’altro lavorando di meno. Lavorare meno, per lavorare tutti. A parità di salario: è bene sottolinearlo, sostengono i due Costantino. Le nuove macchine ce lo consentono. Certo non è impresa facile, trasformare l’economia. Non è facile cambiare in corsa antichi paradigmi. Ma tentare ci consentirebbe di trasformare l’economia e di evitare che ci crolli improvvisamente addosso. Come sta succedendo in questo momento.

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