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Troppo giovani per la pensione troppo vecchi per il lavoro. Un’infamia da superare

Troppo giovani per la pensione troppo vecchi per il lavoro. Un’infamia da superare

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Vi aspettereste, oggi, da questo sito, un forte commento a quanto accaduto ieri pomeriggio in parlamento, con lo spettacolo di Berlusconi che, come se tutto ciò che è accaduto nei giorni scorsi fosse stato un gioco per bambini, rovesciando ancora una volta a suo piacimento e capriccio la situazione, ha annunciato… la sua fiducia al governo Letta dopo averlo pre-sfiduciato e aver generato una nuova ondata di incertezza sull’economia nazionale e di dubbi sull’affidabilità del nostro paese.

Invece non lo faremo, in questo momento. Ne faremo valutazioni più esaurienti e meditate nei prossimi giorni, tenendo conto anche dei relativi sviluppi. In questo momento vogliamo invece, quasi provocatoriamente, stare al merito dei problemi enormi che il nostro paese vive e che il giocoliere colpevole di Arcore incrementa, senza che, d’altro lato, il Pd mostri alcuna organica e lungimirante capacità di prevenzione e di alternative forti.
Parleremo di lavoro, ancora una volta. Di disoccupati che continuano a essere tali, e di ricchezze nazionali che continuano a fuggire all’estero. E lo facciamo prendendo spunto da una delle voci sociali meno ascoltate.
Hanno costituito, ormai da anni, una associazione per la tutela dei diritti dei lavoratori ultraquarantenni rimasti senza lavoro: troppo giovani per andare in pensione, appunto, troppo vecchi per essere accolti dal mercato del lavoro. Il loro è un impegno quotidiano e improbo per far capire a una classe politica insensata ed immorale che il diritto al lavoro non conosce età e che non c’è infamia più grande che possa essere perpetrata da uno Stato, che quella di privare un cittadino, nello stesso tempo, del lavoro e di una pensione. Pubblichiamo uno dei documenti più significativi redatti dall’associazione nei tempi recenti. Il sorriso di Elsa Fornero, ministra del lavoro di cattedratica atarassia, è ancora presente come un incubo alla memoria di tanti disoccupati, esodati e non. E giustamente gli amici di Over40 hanno voluto richiamare all’attenzione di tutti noi quello che il grande economista Federico Caffè, inascoltato, aveva già avuto modo di osservare, molti anni orsono, circa la dubitabile scuola bocconiana cui Fornero e lo stesso Monti si abbeveravano.
Il governo Letta ha superato decorosamente, almeno come tentativo, le aberrazioni fornero-montiane, ma è bene che la nostra attenzione si fermi sulla situazione paurosa che si era creata e sulla mentalità che l’aveva prodotta. E che rischia pesantemente di continuare a insidiarci, fino a che non sarà decisamente cambiata la cultura economica dominante. Perché dobbiamo tutti sapere, e pretendere che i politici sappiano, che ogni logica porta a risultati conseguenti e che, perciò, se in cima alle preoccupazioni ci sono finanza e profitto non possono esserci lavoro e solidarietà.

 

L’attacco alle condizioni di vita e di lavoro, allo stato sociale e ai diritti dei lavoratori, unito alla sistematica disinformazione dei media, ha raggiunto livelli intollerabili in Europa ed in particolare nell’area più debole rappresentata da Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e purtroppo anche dall’Italia.
E’ una strategia che parte da lontano, la sua origine risale a molto prima dell’esplosione della crisi del 2007 e radica i propri fondamenti ideologici nelle teorie neo ed ultraliberiste (Chicago School of Economics, Milton Friedman e George Stigler) dei centri di potere del capitalismo economico/finanziario.
Alla fine della guerra fredda, il pensiero unico dominante, mentre decretava la fine delle altre ideologie, si è impegnato nella distruzione di ogni ideale di solidarietà, convivenza civile, etica e rispetto. Quegli ideali hanno lasciato il posto alle logiche del profitto estremo e del libero mercato senza regole né controlli, che sono la base per lo sfruttamento selvaggio e per l’annullamento dell’intervento pubblico attraverso la privatizzazione di beni e servizi essenziali per la vita dei cittadini.
Il pensiero dominante si è sempre più fortemente radicato all’interno della maggioranza dei Partiti politici, indipendentemente dalle aree storiche di riferimento che pretendono, ancora oggi, di rappresentare.
Se si guarda alla situazione italiana, appare arduo individuare differenze sostanziali in ciò che esprimono i responsabili dei settori economici e sociali del Pdl, del Pd o dell’Udc.
Pil, “debito sovrano”, spread, differenziale sui titoli di Stato, ecc., sono i parametri di riferimento nelle nebulose proposte politiche che ci vengono propinate a giustificazione del sostegno di una serie infinita di manovre-massacro a danno dei cittadini, dei lavoratori, dei ceti più deboli.
Le “manovre” si susseguono senza sosta mentre i risultati promessi non solo non arrivano ma, al contrario, rendono evidente l’inarrestabile discesa verso il degrado.
Nessun tentativo di ragionare sulla possibilità di una svolta, non una volontà di analizzare in modo autocritico certezze inossidabili che, giorno dopo giorno, si traducono in una pesantissima penalizzazione dei ceti più deboli.
Non si può dimenticare che il pensiero unico dominante in questi anni, ha trovato notevole sostegno da parte di una “intellighenzia” autoreferenziale rappresentata da economisti, sociologi, cattedratici.
Schiere di teorici, analisti della “statistica dei due polli”, personaggi arroccati nella convinzione di possedere ricette salvifiche che, come verità rivelate, non ammettono contraddittorio. Ricette divulgate e ripetute all’infinito dalla stragrande maggioranza dei mass media.
Non sappiamo ancora cosa in concreto saprà fare di duraturo il governo attualmente in carica. Ma è auspicabile che sappia tenersi lontano dall’esempio di quello precedente, che con il ministro Elsa Fornero si è mostrato esperto di quelle teorie che son servite a sostenere scelte antipopolari (nel vero senso della parola) dei governi di vario segno che si sono alternati alla guida del nostro paese.
Le posizioni dell’allora ministro Fornero avevano in realtà una origine lontana nel tempo.
Nel 1980 l’economista Federico Caffè, recensendo il “Manuale italiano di microeconomia in Quaderni del Meridione, dedicava a Mario Monti, Elsa Fornero e ad un gruppo di teorici nostrani un articolo ben significativo, dal titolo “Troppi luoghi comuni sulle imprese”. Diceva:
«Caratteristica di questo volume, di chiara ed utile informazione quando il lettore sia posto in guardia da alcune unilateralità, è sia l’esser frutto di uno sforzo collettivo di autori di riconosciuta preparazione (Onorato Castellino, Mario Deaglio, Elsa Fornero, Mario Monti, Sergio Ricossa, Giorgio Rota), sia l’associazione felice tra inquadramento teorico e aspetti concreti dell’economia italiana.
Il limite della unilateralità deriva da una qualche emendabile inclinazione alla saggezza convenzionale, che finisce per far accogliere in modo, a mio avviso acritico, alcuni abusati luoghi comuni.
Per esemplificare, il punto in cui si indicano agli studenti i vincoli vari cui sono assoggettate le imprese non si prestava anche alla segnalazione delle condizioni alienanti del lavoro, degli omicidi bianchi, della inosservanza abituale delle norme di igiene del lavoro che dovrebbero essere rispettate anche in forza di impegni sottoscritti in sede internazionale?
Procedere ad un esatto bilanciamento delle varie tesi e lasciare che lo studente si formi una sua personale valutazione critica non contribuirebbe in modo migliore a confutare l’addebito di apologia di un determinato assetto economico che viene, con sempre maggiore insistenza, rivolto all’insegnamento economico? »
Ed ecco gli effetti di decenni di applicazione delle teorie neo ed ultra liberiste:
• Intere generazioni di giovani precari senza presente e senza futuro.
• Disoccupazione in continua crescita con dimensioni che vanno ben oltre il 10%, dato quest’ultimo che non include i circa 3 milioni di scoraggiati che non cercano più lavoro in quanto certi di non trovarlo.
• Disoccupazione giovanile oltre il 30%.
• Un milione e mezzo di ultraquarantenni, madri e padri di famiglia, disoccupati che, nella migliore delle ipotesi, hanno potuto accedere, attraverso mille difficoltà, alla vergognosa indennità di disoccupazione per la durata massima di un anno trascorso il quale l’unica prospettiva è la miseria.
• Quattrocentomila esodati e mobilitati che vanno ad aggiungersi ai circa 500.000 disoccupati over50-55-60, privi di ogni ammortizzatore sociale e ai quali, con l’ultima riforma della previdenza, è stato negato per anni l’accesso alla pensione.
• Smantellamento di interi comparti industriali grazie alle delocalizzazioni di medie e grandi imprese sostenute nei loro processi di “ristrutturazione” da imponenti contributi pubblici.
• Privatizzazioni di servizi essenziali, che si sono tradotte quasi sempre in aumento dei costi e peggioramento della qualità.
• Crescita costante del divario tra chi è ricco e chi è sempre più povero.
• Delega del potere politico ed istituzionale al sistema bancario e finanziario.

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