STURZO OGGI

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di Roberto Paolucci

 

Possiamo tracciare un parallelismo, a distanza di 100 anni, fra gli eventi che preannunciarono la fondazione del Partito Popolare Italiano ad opera di Don Luigi Sturzo e la situazione politica, sociale ed economica di oggi? Credo di si. Ho letto con viva attenzione il saggio su Sturzo di Mario Ferrara del 1925, uscito per l’editore di allora Formiggini, con riedizione da parte del Centro studi Cammarata, edizioni Lussografica, 2016. Ho potuto ricavarne degli spunti interessanti, in funzione di quello che sta accadendo oggi, sia in relazione al progetto avanzato di ripartenza del partito di ispirazione cristiana, sia in riferimento all’attuale momento storico.

Scrive Mario Ferrara “La piccola Costituente del 16 e 17 dicembre 1918, posteriore di appena un mese al famoso discorso di Sturzo del 17 novembre, è un colpetto di Stato vero e proprio. Sturzo era allora segretario della Giunta Direttiva dell’Azione Cattolica. Ne facevano parte, di diritto, i presidenti delle varie unioni: Unione Popolare, Unione economico-sociale, Unione delle donne cattoliche, Gioventù cattolica italiana. Ma il Presidente, quello dell’Unione Popolare conte Della Torre era inamovibile, salvo l’intervento del Papa. Con la fondazione del partito popolare, Sturzo mandò bellamente a spasso questi signori e distrusse una baracchetta sulla quale non si sa quanto contassero i signori del cosiddetto partito liberale e i grossi proprietari cattolici. Non v’è dubbio che con quel colpo di mano, Sturzo non soltanto disturbò molti interessi che contavano, ma sorprese anche il Vaticano. Il quale incerto nella sua internazionale dopo il crollo dell’Austria e le varie sorti dei partiti del centro in Germania, e preoccupato per l’azione delle masse italiane e non soltanto di quelle socialiste, lasciò fare. Allora Sturzo lanciò il suo programma…Il Partito Popolare è il tentativo di un rinnovamento cattolico nazionale, mediante l’iniziativa laica. Come il Partito Socialista rivivrà le fasi del Risorgimento, dai conflitti locali dei fasci siciliani del 1894, al compromesso centralista e riformista, così il Partito Popolare rivive le sorti storiche dei rapporti Stato e Chiesa. Sturzo lo concepisce come un movimento unitario contro tutto ciò che vi è di falso nella unificazione e muove guerra soltanto politica. Ultima guerra della Chiesa contro l’Impero: sollevazione del Comune contro il feudatario. Questa visione rivoluzionaria della modernità italiana è perfettamente cattolica, è la concezione comunalistica di Sturzo, punto centrale di una lotta antifeudale e si compie attraverso due strumenti: la proporzionale elettorale che è la distruzione della clientela baronale e la libertà della scuola, cioè la rivendicazione del magistero spirituale della Chiesa. Questa concezione non mira a spezzare l’unità politica del Regno d’Italia, ma mira a riprendere, con mezzi nuovissimi, il programma giobertiano. Ma certamente spezza l’ordinamento costituzionale accentrato solo sui ceti medi, mediante l’autonomia e la libertà comunali. Si spiega allora come i moderati, i feudatari e i professori di università, come l’illustre Don Antonio Salandra, vedano don Sturzo come la versiera. Gli agrarii della valle padana si sono trovati d’accordo con quelli del tavoliere della Puglia o della piana di Catania, per combattere il prete di Sicilia e il suo partito. Mussolini marciò su Roma come un buon condottiero dei baroni. Ma il Papa era già prigioniero di sé stesso e fu facile chiedergli la testa di Don Sturzo. Ma questi dovette sorridere, ritirandosi, perché Mussolini e il fascismo si incaricarono di dimostrare come fossero giusti i bersagli scelti da Sturzo nello scendere in campo. E, al tempo stesso, nella confusione tra fascismo, feudalismo, alto clero, si creava in seno alla Chiesa una capacità politica del clero minore, destinato a divenire il primo clero nazionale italiano.  In esso Sturzo aveva invano cercato la sua forza migliore: in esso l’alta gerarchia della Chiesa troverà, domani, il freno più potente. Sarà questa la maggior vittoria del partito popolare, dopo il fascismo.”

Quali sono, oggi, le forze in campo che si trovano a confrontarsi?

In sintesi la società civile è organizzata in classi alte, medie e povere, con il progressivo assottigliamento di quelle ricche, delle medie e l’incremento di quelle povere. La PMI, anche del settore agro- alimentare, insieme alle famiglie, costituisce la parte più cospicua della capacità produttiva; infatti la stragrande maggioranza delle PMI è formata da piccole imprese con meno di 10 occupati e non solo in Italia, ma anche in Europa, circa il 99% di tutte le imprese sono PMI. Esse forniscono circa due su tre posti di lavoro del settore privato e contribuiscono a più della metà del valore aggiunto creato dalle imprese nell’UE.

Le grandi imprese sono prevalentemente multinazionali, perché le grandi imprese italiane, le compartecipazioni degli anni ’70, ’80, non esistono più, smantellate progressivamente dalle nuove norme europee e il grande capitale solo italiano è ridotto a poche industrie, se pure notevolmente competitive nel mercato internazionale.

La spesa pubblica dello Stato supera abbondantemente gli 850 miliardi e il debito pubblico, dal 2013 è aumentato di oltre 200 miliardi. I dati più interessanti per lo sviluppo riguardano soprattutto l’agricoltura, che ha prodotto un incremento dell’occupazione di settore del 3% nell’ultimo anno e le nostre esportazioni agro-alimentari sono circa 45 miliardi di euro ogni anno. La disoccupazione supera la media europea e si attesta al 13%, mentre quella dei giovani dai 19 ai 34 anni è altissima, superando il 40%, con punte di oltre il 50% nel sud-Italia. I giovani preferiscono emigrare, ogni anno, oltre 100.000, all’estero nei paesi di nostra tradizione di emigrazione, come la GB, la Germania, la Francia, gli Usa, il Canada, l’Australia. Ricordiamo che ogni anno spendiamo oltre 14 miliardi per fare laureare i nostri giovani, che poi però, in gran parte vanno all’estero. Il numero dei laureati in Italia è circa il 20% degli iscritti, ogni anno, e in questa triste classifica, siamo penultimi in Europa, prima della Romania. Il patrimonio artistico, ambientale e sociale è in progressivo degrado e abbandono, perché non considerato, da parte del capitalismo ultra finanziario, produttore di profitto a breve termine. A livello politico prevalgono la spettacolarizzazione della politica, e la personalizzazione del potere, per cui gruppi di persone, che non sono più un popolo, ma una massa, vanno dietro al leader di turno, perché sono convinti che egli sia portatore di ragioni e quindi viene eliminato il dibattito, cioè quella sana dialettica, che è il cuore della democrazia. I partiti sono dei veri e propri comitati d’affari, che hanno perduto la funzione di sintesi delle varie istanze sociali. L’economia prevale sulla politica e la rende sottomessa, con interessi prevalenti delle banche verso il mercato capitalistico ultra finanziario, con titoli tossici e di guadagni a breve termine, trascurando l’economia reale, che si nutre di profitti a lungo termine, le piccole e medie imprese, le famiglie, che incontrano grandi difficoltà nel credito. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica in funzione degli interessi di tutti, ma sono i mercati che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati alla massimizzazione dei profitti, alle speculazioni finanziarie e alla rapina dei beni comuni e vitali. Si sono verificate, a partire dalla III e dalla IV rivoluzione industriale, tre conseguenze: 1) la destrutturazione del rapporto capitale lavoro, con la rottura della loro alleanza, 2) il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario prima e ultra finanziario poi, con la sostituzione della cultura del profitto alla cultura della rendita, che è sempre parassitaria, 3) la rottura del rapporto fra democrazia e capitalismo, che è la più seria e la più dirompente di tutte. Oggi l’India, la Cina, la Turchia, per esempio, hanno economie di crescita superiori alla nostra, ma non hanno la democrazia e che sono la conseguenza di un individualismo libertario che ha conquistato anche quelle dirigenze.

In sostanza, le forze politiche attualmente presenti in parlamento, alla democrazia vogliono sostituire l’economia, alla persona e alla sua dignità la merce, ai beni comuni il capitalismo ultra finanziario, al lavoro i redditi di inclusione e/o di cittadinanza, alla libertà la sudditanza.

Può il popolarismo di Sturzo essere germe di un impegno cattolico e laico allo stesso tempo, capace di mettere in campo capacità organizzative e di resistenza ai poteri che sono inclini a violare le libertà fondamentali della persona, a ostacolare quelle della libera impresa e a limitare la famiglia nella sua funzione di architrave della società umana?

La risposta è si. Scrive Don Sturzo in un articolo pubblicato nel 1949, in La Via, dal titolo Moralizziamo la vita pubblica: “Non è moderno il male di una vita pubblica moralmente inquinata: sotto tutti i cieli, in tutte le epoche, con qualsiasi forma di governo, la vita pubblica risente i tristi effetti dell’egoismo umano. Quanto è più accentrato il potere e quanto più larghi sono gli afflussi del denaro nell’amministrazione pubblica (Stato, enti statali e parastatali, enti locali), tanto più gravi ne sono le tentazioni. (…) Ma c’è un altro pericolo, ancora peggiore, quello della insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità nell’amministrazione dello Stato, sia perché attraverso partiti, cooperative, sindacati, enti assistenziali e simili, coloro che hanno in mano i mezzi dell’opinione pubblica partecipano alla corruzione dei politici o si preparano a parteciparvi con l’alternarsi dei partiti…; ovvero perché tutto il potere e tutti i mezzi di opinione pubblica sono in mano ai governi, com’è nei Paesi totalitari”.

Allora, sulla base di questa verifica storica, politica e sociale, l’esperienza umana, politica e religiosa di Don Sturzo che cosa ci suggerisce  a noi cattolici e a tutte le persone di buona volontà che credono nella centralità della persona umana, come fattore di promozione e di sviluppo dell’azione dell’uomo, nella società e nell’ambiente naturale?

Il partito di ispirazione cristiana che vorremmo avere si impegni, avendo come stelle polari, la Dottrina Sociale della Chiesa e la Costituzione:

  • a diffondere iniziative di cooperazione, solidarietà e fraternità, come l’economia civile, la sussidiarietà circolare nei territori comunali e a dirigere l’economia e il capitalismo verso la democrazia economica, nel senso che, come nella democrazia ci sono più partiti, così nell’arena politica ci siano soggetti economici diversi, quella che Papa Francesco chiama “biodiversità economica”, tipologie diverse di imprese che operano dentro il mercato, nel rispetto delle regole uguali per tutti.
  • creare e/o incrementare Banche attente o anche fino al servizio esclusivo dei più poveri e dei giovani, che intendano lanciarsi in startup innovative.
  • sostenere il sistema manifatturiero, le aziende agricole e altri sistemi di produzione, battendosi per una immediata riduzione della pressione fiscale esasperata, la semplificazione della burocrazia e degli adempimenti.
  • favorire la nascita di centri di ricerca, per mettere in rete le diverse competenze per l’innovazione dei prodotti e per sostenere la green economy.
  • attivare distretti integrati sul piano economico, con lo scopo di diffondere informazioni e programmare eventi di sensibilizzazione, che diano respiro e espansione alla economia sociale.
  • valorizzare processi di co-programmazione territoriale nella cultura, nel turismo sostenibile, Welfare e politiche sociali, tecnologie applicate al Welfare medesimo, utilizzando al meglio i fondi europei, spesso inutilizzati e sviluppando progettazioni, oggi sempre più complesse. C’è un’Italia grande, maggioritaria, popolare, che sta male, che non sa come fare per uscire dal tunnel in cui è stata cacciata da oltre 25 anni a questa parte. E c’è un’Italia piccolissima, minoritaria, che intende continuare il massacro operato sul credito all’economia reale, sulle famiglie, sulle imprese piccole e medie, un’Italia sorda alle grosse difficoltà, che ha iniziato una campagna elettorale fondata sul nulla e sul blocco di ogni iniziativa, che rinuncia a parlare delle cose che contano, perché inadeguata e incapace di ascoltare e di riflettere; quest’Italia piccolissima e minoritaria che parla di sanità e di ripresa, ma è succube dei poteri finanziari globali italiani e internazionali che intendono portare avanti un piano di destrutturazione della Costituzione, e ci stavano riuscendo col referendum, di allontanamento delle giovani generazioni dalla sensibilità al lavoro come pietra miliare di una società sana e ci sono in parte riusciti con la recente riforma del lavoro del pd, che ha travolto e liquidato l’articolo 36 della Costituzione. Noi popolari, riprendendo i valori insiti nella Costituzione e nella Dottrina Sociale della Chiesa, intendiamo dare voce e potere e rappresentanza e partecipazione all’Italia abbandonata e maggioritaria che non vuole più votare, che non vuole più credere che, rialzando il capo verso la luce delle stelle che guidano la nostra vita, cioè il lavoro, la famiglia, la libera impresa, ispirati dalla forza evangelica della verità e della giustizia che ci provengono dalle nostre parrocchie e dalle nostre migliori esperienze ecclesiali, possa aspirare alla speranza e alla vittoria del bene, dei beni comuni. Noi popolari siamo qui, pronti a riprendere in mano le redini del nostro Paese, preso in ostaggio da uno statalismo e da un liberismo che, da almeno 25 anni, hanno trovato modo di incontrarsi e di fondersi, come le iniziative parlamentari hanno ben dimostrato, spalleggiati dal giustizialismo a 5 s, che ha anche alleati in certa parte degli organi statali, che sono affetti da protagonismo non progettuale. Ci stiamo organizzando, con persone nuove, motivate, serie e chiare, che hanno a cuore la persona, che ascoltano e che si mettono a disposizione, sempre, “come i medici di guardia e gli infermieri professionali del pronto soccorso”, per sviluppare provvedimenti immediati, come per i pazienti in emergenza, affinché il nostro Paese possa tornare ad essere un paese libero, solidale, fraterno e serio, senza chiacchiere inutili, senza discorsi campati in aria, senza false promesse, senza progetti misteriosi volti a fregarci tutti, senza paraventi, ma con la vera trasparenza e la libertà, che dovrebbero ispirare ogni nostra azione.

Che cosa mi ha insegnato il maestro di vita don Luigi Sturzo? Come diacono della diocesi di Fiesole, quale sono dal 2006, esprimo la mia più forte comunione con questo  prete siciliano, piccolo di statura, ma capace di elevare lo spirito dell’uomo verso l’amore di Dio e dei fratelli di ogni luogo della terra; come cittadino, figlio di operai e contadini nella mia bella Val di Chiana, avendo potuto usufruire della libertà per la realizzazione della mia persona che ha sempre prediletto il lavoro, nella sua  realtà di impegno e di sacrificio pieni, mi offro di fare fruttificare la sua meravigliosa e universale intuizione di porsi al servizio di tutti, per il bene comune.

 

Note Bibliografiche

-Mario Ferrara, Luigi Sturzo, editore Formiggini, 1925. Riedito da Centro Studi Cammarata, 2016.

-Giovanni Palladino, Marco Vitale, Luigi Sturzo, Servire non servirsi, Rubbettino, 2015.

-Stefano Zamagni, Convegno Loppiano, “Capitalismo al capolinea?” 7 settembre 2017.

-Stefano Zamagni, “Torniamo a indovinare una via”, Sassomarconi, 22-23-24 settembre 2017.

-Luigino Bruni, Stefano Zamagni, Economia civile, il Mulino, 2015.

-Nino Galloni, “Torniamo a indovinare una via”, Sassomarconi, 22-23-24 settembre, Salerno 13-14-15 ottobre 2017.

-Mario Toso, Per una nuova democrazia, Libreria Editrice Vaticana, 2016.

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