Ritorno alla piazza e al cortile interno: cambiamo il concetto di architettura urbana

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Avete notato? L’architettura civile non conosce quasi più i “cortili interni” dei condomini, dove i bambini giocavano insieme senza i pericoli della strada, le mamme potevano vigilare con comodo dalle finestre, e i nonni starsene seduti in panchina, anch’essa corredo del cortile  comune, a chiacchierare.
E fa fatica crescente, l’architettura civile prevalente,  a riconoscere anche il ruolo sociale della piazza: tante piazze di città e di paesi  sono ormai solo informi, frettolose  gettate di catrame o cemento su cui si affacciano caseggiati che guardano un disordinato parcheggio e un girovagare pericoloso e senza pace di macchine; e, spesso, non una panchina, non un marciapiede realmente “camminabile”, non un’aiuola curata che dia un tocco di “creato” al creato che pure l’uomo è chiamato a curare. “Città periferia infinita”, commentava il grande architetto Gregotti questa odierna malinconia degli aggregati urbani.
Eppure basterebbe pochissimo: la pulizia, il ridisegno respirante dei parcheggi, la perimetrazione del verde; sarebbero altri angoli di “città da vivere bene”. Da vivere come comunità che si ritrova. A costo, in realtà, quasi zero: è infatti problema di ordine mentale, non di finanza. Abbiamo bisogno vivo di ritrovare vicinato e comunità: l’accentuazione parossistica dell’individuale, del competitivo, dell’economico di breve periodo, anche nel modo di costruire le case, sta facendo circolare nella società più moneta per pochi e meno felicità per tutti. E’ nella linea di Adc un diverso concetto di architettura urbana e in particolare di spazi pubblici dell’architettura urbana.

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