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“Responsabilità sociale d’impresa”: un dibattito ancora da affinare

“Responsabilità sociale d’impresa”: un dibattito ancora da affinare

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Dal quinto piano del Palazzo delle Assicurazioni Generali, in piazza Venezia, nel cuore di Roma, l’anima respirava più inquieta del solito, quel 20 novembre del 2015 appena concluso, dopo i terribili segnali della strage di Parigi, e avvertiva la necessità di capire più in profondità, e di dare più organicità, alla nostra capacità di dominare il mondo inquieto e contraddittorio che ci circonda, la sua sete di sviluppo, la sua ripetuta resistenza a una cultura della cooperazione.

Animaroma e Sodalitas si incontravano in quella magnifica sede, con tanti amici, per fare il punto, in particolare, su “Sviluppo sostenibile e inclusione sociale”, e rinforzare una tendenza culturale e imprenditoriale già positiva: la crescita, anche nel nostro paese, della sensibilità verso quella che ormai, da almeno quarant’anni, viene chiamata “responsabilità sociale d’impresa”.

 Il palcoscenico era promettente quasi come il panorama che si godeva da quel luogo, fra i tetti delle architetture storiche sotto i nostri occhi, il cielo tersissimo sopra le nostre teste, e qualche gabbiano che volava indisturbato nell’azzurro: tutto parlava proprio di sostenibilità necessaria, una sostenibilità che coniughi finalmente sviluppo e bellezza, competitività e solidarietà, crescita e armonia, comunità nazionale e comunità mondiale, ma lo faccia stabilmente, affidabilmente, non episodicamente. In sala erano, fra gli altri, il già-ministro del lavoro Giovannini, il presidente della Pontificia Commissione per la Famiglia, monsignor Paglia, rappresentanti di grandi aziende del Paese, esponenti di onlus significative, studiosi, amici e curiosi.

“Escludere non conviene neanche alle aziende”: questo veniva ripetuto subito, per la ennesima volta, dopo che da alcuni anni lo vanno affermando, dati alla mano, le analisi più accurate a livello italiano e mondiale. Non basta più, dunque, dire che “escludere non è giusto”: l’esperienza insegna proprio che “non conviene”, in termini di vantaggi e svantaggi; non conviene neanche agli attori forti, neanche ai governi, neanche alle imprese, neanche alle corporazioni.

Escludere i lavoratori dall’accesso al lavoro ne fa alla lunga consumatori deboli, e questo danneggia l’economia, l’impresa e il paese; escluderli dalla partecipazione alla gestione delle aziende ne fa alla lunga collaboratori meno motivati, e anche questo danneggia l’economia, l’impresa e il paese; escludere i poveri dalla scuola impoverisce alla lunga  il capitale umano sul quale si gioca la competitività del sistema-paese, e questo, ancora, danneggia tutti…

Allora ci si può chiedere se ci volesse proprio Stiglitz, cioè un premio Nobel, per sottolineare una tale evidenza e una tale esperienza in modo così forte da farne finalmente oggetto di attenzione meno episodica anche negli ambienti imprenditoriali. Colpisce in effetti rilevare che, se di mezzo non ci fosse stata l’attribuzione del Premio Nobel, anche Stiglitz probabilmente sarebbe rimasto confinato ben più a lungo in un ristretto numero di circoli universitari, lasciando le imprese in balia di quei suoi colleghi economisti che, come è stato detto argutamente, “sono bravi solo a spiegare l’ultima crisi che non hanno saputo evitare”.

Sarebbe rimasto confinato, il grande Stiglitz, come vi sono confinati da tempo altri economisti e studiosi di valore, come vi sono confinati tuttora Nino Galloni, per fare un esempio attuale fra i tanti, o Francesco Forte, per fare un esempio storico fra i tanti: il quale ultimo queste cose sulla non esclusione le diceva addirittura più di quarant’anni fa (egli fu anche ministro, in qualche governo Craxi, se ricordiamo bene: ma la sua voce non riuscì a sfondare neppure da quel pulpito). In fondo, è rimasto in un cassetto persino Jacques Delors, l’ultimo dei politici europei a parlare di Europa credendoci davvero: fin dal 1995 egli aveva preso l’iniziativa, come presidente della Commissione, di un Manifesto contro la esclusione sociale, ricordando proprio il concetto della impossibilità di un benessere duraturo per le stesse aziende quando la politica di inclusione sociale è debole. Pensiero rimasto davvero con scarse adesioni pratiche se siamo qui, anche oggi, a constatare che l’Europa conta tuttora non meno di 120 milioni di cittadini classificati come “poveri veri”.

E tuttavia non si può negare che punti di sensibilità positiva crescente sulla inclusione stanno ormai operando abbastanza diffusamente anche in Italia, e seminano positivamente con costanza, oltre che nei luoghi accademici e politici, nel grande mondo delle strategie d’impresa. Ne è convinta Sodalitas, come ne siamo convinti noi, come ne è convinta Animaroma, che insieme con Sodalitas ha organizzato il convegno del 20 novembre scorso nel quadro della celebrazione del suo ventennale di fondazione.

Sodalitas, in particolare, ha come matrice Confindustria, che la fondò vent’anni fa, e sta contribuendo attivamente al superamento di quella diffusa insensibilità di vecchio stampo per la quale “gli affari sono affari, e della inclusione sociale deve occuparsi la politica”; e alla crescita, al suo posto, di una sensibilità più duttile, più problematica, più lungimirante. “Più aumentano le disuguaglianze, più viene pregiudicato lo sviluppo duraturo del sistema, comprese le imprese”, è insomma convinzione che comincia a essere diffusa anche negli ambiti manageriali e imprenditoriali tradizionalmente restii.

 

L’ex ministro Giovannini si è avvicinato, nel suo intervento, a una valutazione di più stretta attualità sotto il profilo politico: il provvedimento governativo renziano degli “80 euro”, egli ha segnalato in particolare, è costato alla collettività circa 7 miliardi, somma con la quale sarebbe stato preferibile dare attuazione alla linea raccomandata dall’Europa, cioè quella di portare sopra la soglia di povertà i cittadini che non riescono ancora a varcarla, e farlo con un provvedimento meno assistenziale e più strutturale, volto cioè a creare occupazione attraverso investimenti produttivi con connessi vincoli formali di comportamenti proattivi nei nuovi occupati. Questo sarebbe stato, sottolineava Giovannini nella sua duplice veste di ex ministro e di economista, molto più vicino a una “cultura della responsabilità sociale” e quindi della sostenibilità più autentica e duratura.

 

Ma il punto di maggiore attenzione del convegno era costituito, più ancora che dalla presenza autorevole dell’ex ministro, da quella di tre delle maggiori aziende italiane, tre dei più significativi “gioielli di famiglia”, come si sarebbero chiamate un tempo ragionando in termini di sistema-Italia: Enel, Poste Italiane, Ferrovie dello Stato, invitate a illustrare proprio le rispettive linee aziendali di “inclusione e responsabilità sociale”.

Cosa che tutte e tre hanno fatto con dovizia di dati: ma finendo per evidenziare a loro volta, crediamo senza rendersene ben conto, il persistere di un contemporaneo fenomeno abnorme ed ambiguo che connota pericolosamente una parte non trascurabile dell’attuale cultura manageriale nel nostro paese.

Le tre imprese hanno in effetti illustrato, ciascuna per il suo campo di competenza, le ottime cose da esse realizzate anche in termini di “responsabilità sociale”: ed è certamente esemplare, ed eticamente costruttivo, apprendere come nel cuore dell’ultimo rigido inverno milanese le Ferrovie dello Stato abbiano distribuito tante coperte ai barboni della immensa Stazione Centrale, o come l’Enel abbia realizzato gratuitamente una minicentrale solare per l’approvvigionamento della energia in un villaggio poverissimo del Mali. Opere di solidarietà che devono essere additate alla consapevolezza dei cittadini, all’attenzione educativa delle scuole, al sostegno delle istituzioni.

Senonchè… E’ paradossale osservare anche come, in tutte e tre le aziende in questione, si assista  parallelamente al decrescere, misurabile  e misurato, proprio in questi ultimi venti anni, della qualità media dei servizi istituzionali che costituiscono la cosiddetta mission delle stesse aziende: garantire la sicurezza energetica del paese e la fornitura efficiente di energia elettrica a tutti gli italiani, distribuire con tempestività la corrispondenza e servire la comunicazione della gente, far viaggiare i cittadini con efficienza anche nei territori meno redditizi per l’azienda…

Anna Migliorato, che nel convegno rappresentava l’Enel, Massimiliano Monnanno, per conto di Poste Italiane, e Fabrizio Torella, a nome di Ferrovie dello Stato, non sono certamente responsabili della discrasia appena citata tra benemerenze sociali e adempimento della missione istituzionale: ma non dovrebbe essere mistero neanche per loro  il fatto che in questi venti anni Enel abbia visto aumentare al suo interno gli incidenti sul lavoro, compresi quelli mortali, abbia visto aumentare anche la cripticità della bolletta elettrica recapitata ai cittadini, abbia visto diminuire nel contempo la sicurezza e autonomia energetica del paese; così pure, non è mistero che Poste Italiane garantiscano sempre meno la consegna della corrispondenza cartacea ai cittadini in quanto “non fa più business”; e che Ferrovie dello Stato impieghino ormai finanche un semestre (ma spesso non basta) per un miserabile rimborso di biglietto relativo a viaggi annullati o rinviati per scioperi non preavvisati. E si tratta soltanto di esempi.

Che fine ha fatto, in queste aziende,  la “qualità totale”, al servizio anche della qualità sociale? Potranno, i colleghi di questi bravi dirigenti incaricati della “responsabilità sociale d’impresa”, raccontare, in buona fede, cose diverse ai cittadini che pongono domande lasciate quasi sempre senza risposta: non a noi, conoscitori di tutte e tre le aziende anche per ragioni variamente professionali.

Il fatto realmente strutturale, in questa situazione non coerente, è che prevale tuttora una “cultura d’impresa” deviante anche in materia di “responsabilità sociale”: una cultura che  confonde il concetto di “responsabilità sociale” con quello di “filantropia sociale”. Che sono concetti davvero molto, molto diversi. La “responsabilità sociale d’impresa” attiene a dimensioni che riguardano innanzitutto proprio l’adempimento efficiente e trasparente dei compiti istituzionali, partendo da una idea corretta di “bilancio sociale” come “bilancio socialmente orientato” e andando conseguentemente agli strumenti di coinvolgimento dei lavoratori e degli utenti, alla cura della salubrità ambientale nell’ambito di territorio occupato dall’azienda, al rapporto con la scuola, alla trasparenza budgetaria, e simili: un atteggiamento che può trovare beneficamente il suo completamento anche in una o più iniziative di “filantropia sociale”, quale appunto il distribuire coperte ai barboni della stazione ferroviaria o il portare una centralina eolica nel villaggio povero del Mali: ma queste iniziative ne sono il completamento, non la sostanza!

Esse non sono cioè, certamente,  da condannare o deprezzare, tutt’altro: è necessario però utilizzare un linguaggio proprio e chiamarle per quello che sono effettivamente, cioè buona e lodevole “filantropia sociale d’impresa”, la quale lascia impregiudicato e ancora da onorare il campo più impegnativo e organico e doveroso della “responsabilità sociale”.

Una “impresa con l’anima” e una “sodalitas efficiente”, da costruire  fra ogni azienda e il relativo territorio, ma in senso istituzionale, e appunto organico, sono ancora più indispensabili in un momento storico nel quale anche gli allarmi Isis e  il rintocco triste della campana che dà l’estremo saluto a Valeria Solesin, l’innocente e valente ragazza italiana trucidata dai terroristi a Parigi, ci vietano più che mai ogni retorica distraente o autocontemplativa a base di opere buone, e ci impongono di trovare sempre più, sia pure per piccoli passi, anche un livello superiore di coesione reale e sistemica: imprese insieme con lavoratori, cittadini insieme con educatori, politici insieme con studiosi. Senza escludere le opere buone.

Giuseppe Ecca

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