“Reddito di esistenza”: utopia poco realistica ma… aiuta a riflettere

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“… Oggi infatti è impossibile, in Europa come nel resto del mondo, pensare al futuro della protezione

sociale senza accennare al reddito di esistenza, vale a dire all’dea di versare a tutti i cittadini,

incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”.

Perché una frase del genere ci appare tanto paradossale?

Perché fornire una quota della dotazione di cittadinanza sotto forma di denaro da erogare a

ciascun cittadino senza condizioni incontra più difficoltà, culturali prima ancora che politiche, e

appare persino moralmente più problematico che non l’erogazione senza condizioni di alcuni beni

e servizi?

Perché il nostro orizzonte discorsivo non è disposto a rimanere aperto di fronte ad un’idea di

reddito che una comunità versa a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle

risorse né esigenza di contropartite?

Eppure la storia intellettuale e politica di questo tema ha dato vita a dibattiti incredibilmente

animati. Nel corso del tempo, la proposta ha goduto l’appoggio di bizzarre coalizioni, suscitato

feroci opposizioni a destra come a sinistra, e stimolato, tanto dai sostenitori quanto negli avversari,

l’elaborazione di argomentazioni solide e complesse, che toccano il cuore del funzionamento della

nostra economia e l’essenza dei valori che devono regolare il funzionamento della nostra società.

E noi cosa ne pensiamo? Cosa sappiamo di quello che numerosi economisti, sociologi, giuristi,

filosofi hanno scritto intorno a questo tema?

Io, personalmente, sento di avere un debito di riconoscenza nei confronti del tema e di tutti quelli

che intorno a questo argomento hanno scritto e dibattuto. Nel mezzo di questa tanto nominata

crisi ho trovato un terreno d’azione inedito, ancora da sperimentare, dove crisi e possibilità si

fronteggiano in una dialettica in cui la crisi equivale alla conservazione, mentre il possibile è la

dimensione lunga e paziente di una trasformazione da nutrire, da abitare, da liberare.

Qualche anno fa su un grande quotidiano italiano è apparsa un’invocazione di Ulrich Beck,

sociologo tra i più attenti ai cambiamenti sociali degli ultimi anni: “Dobbiamo finalmente

porre all’ordine del giorno queste questioni: come si può condurre una

vita sensata anche se non si trova un lavoro? Come saranno possibili la

democrazia e la libertà al di là della piena occupazione? Come potranno le

persone diventare cittadini consapevoli, senza un lavoro retribuito? Non è

una provocazione, ma un’esigenza politica realistica”.

E per iniziare a rispondere a queste domande, concludo con un articolo

apparso su Le Monde Diplomatique nel giugno 1990, scritto da André

Gorz (filosofo francese morto nel settembre 2007, di cui sento il desiderio

di consigliarvi la lettura del libro “Miserie del presente, ricchezza del

possibile”, Manifestolibri,1998).

Nell’insieme dei paesi europei si produce 3 o 4 volte più ricchezza di 35

anni fa; questa produzione non richiede 3 volte più ore di lavoro, ma una

quantità molto inferiore. […]

Stiamo uscendo dalla civiltà del lavoro, ma lo facciamo a ritroso, e a ritroso

entriamo in una civiltà del tempo libero, incapaci di vederla e di volerla,

incapaci dunque di civilizzare il tempo libero che ci arriva, e di fondare

una cultura del tempo disponibile e una cultura delle attività scelte, per

sostituire e completare le culture tecniche e professionali che dominano

la scena. […]

Per la metà, quasi, della popolazione attiva, l’ideologia del lavoro è

diventata una farsa malvagia; ormai identificarsi con il lavoro è impossibile,

perché il sistema economico non ha bisogno o non ha un bisogno regolare

della capacità lavorativa di queste persone.

La verità, celata dietro l’esaltazione della “risorsa umana”, è che il posto

di lavoro stabile, a tempo pieno, per tutto l’anno e per tutta la vita attiva,

diventa appannaggio di una minoranza. […]

Come deve essere una società nella quale il lavoro a tempo pieno per tutte

le persone non è più necessario, né economicamente utile? Quali priorità

diverse dalle priorità economiche si deve dare? Come deve organizzarsi

perché i guadagni di produttività e il risparmio di tempo lavorativo

vadano a vantaggio di tutti? Come deve fare per ridistribuire al meglio

tutto il lavoro socialmente utile in modo tale che tutti possano lavorare,

ma lavorare meno e meglio, e ricevendo la propria quota della ricchezza

socialmente prodotta?

La tendenza dominante lascia da parte simili domande e pone il problema

al contrario: come far sì che nonostante i guadagni di produttività,

l’economia consumi tanto lavoro quanto in precedenza?

Come far sì che nuove attività remunerate vadano a occupare quel tempo

che, su scala sociale, i guadagni di produttività hanno liberato? A quali

nuovi campi di attività è possibile estendere gli scambi mercantili per

rimpiazzare più o meno i posti di lavoro eliminati nell’industria e nei servizi

industrializzati?

La risposta la conosciamo: in un’economia liberista, l’unico settore nel

quale sarà possibile creare in futuro un gran numero di posti di lavoro

è quello dei servizi alla persona. Lo sviluppo del lavoro potrebbe essere

illimitato se si riuscisse a trasformare in prestazioni di servizio retribuito le

attività che le persone, finora, hanno svolto da sé per sé. […] Il problema

di fondo con il quale ci confrontiamo è andare oltre l’economia e, il che è

lo stesso, oltre il lavoro remunerato. La razionalizzazione economica libera

tempo, e continuerà a liberarne; non è più possibile dunque far dipendere

il reddito dei cittadini dalla quantità di lavoro di cui l’economia ha bisogno.

Inoltre, non è più possibile continuare a far del lavoro remunerato la fonte

principale dell’identità e del senso della vita di ogni persona. […]

Il compito consiste nel trasformare questa liberazione del tempo in una

nuova libertà e in nuovi diritti: il diritto di ogni donna e di ogni uomo

di guadagnarsi la vita lavorando, ma sempre meno, sempre meglio,

ricevendo per intero la propria quota della ricchezza socialmente prodotta.

Il diritto, d’altra parte, di lavorare in modo discontinuo, intermittente,

senza perdere la pienezza del reddito durante le intermittenze, così da

aprire nuovi spazi alle attività senza scopo economico e da riconoscere a

queste attività che non hanno come scopo la remunerazione, una dignità

e un valore eminenti, per i singoli come per la stessa società”.

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