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Quale coerenza

Quale coerenza

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Sono state ricordate in alcuni convegni recenti le figure poco conosciute di Pasquale Marconi e di sua figlia, che furono personaggi esemplari nelle vicende dell’impegno antifascista in terra emiliana durante la guerra civile del 1943-45, ma anche prima e dopo. Tra gli episodi rimasti pressoché sconosciuti, e conseguentemente quasi mai citati, di queste vite esemplari, ve n’è uno, piccolo ma moralmente grandioso, che riguarda la figlia di Pasquale Marconi e che vale la pena ricordare in questo momento storico di grandi accadimenti e di grande necessità di testimonianze civili. Me lo ha raccontato una persona che ha conosciuto bene la famiglia Marconi.

Prima che la guerra scoppiasse, la figlia di Pasquale Marconi aveva fatto domanda di ammissione all’Università Cattolica di Milano, fondata pochi anni prima da Agostino Gemelli, francescano, medico, convertito al cattolicesimo in età adulta e, come a volte capita ai convertiti, dotato di una sorta di rigidità di tipo quasi militaresco.

Quando Gemelli ricevette la domanda della figlia di Marconi, in Italia governava ormai saldamente il fascismo e, giunto questo all’apice della perversione con le leggi razziali, anche l’Università Cattolica si trovò irretita nella normativa che imponeva di richiedere una “dichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica” a chiunque volesse essere ammesso a un impiego o a una scuola o a una funzione pubblica o riconosciuta dallo Stato.

Così la ragazza, vistasi giungere a casa la richiesta dell’Università Cattolica perché producesse la sua dichiarazione di “non appartenenza alla razza ebraica”, diede una risposta stupefacente per intelligenza e coerenza cristiana: “Non posso produrre il certificato richiestomi – rispose in sostanza – per due ragioni. La prima è che non sono in grado di escludere in assoluto che fra i miei antenati possa esserci stato qualcuno di razza ebraica. La seconda è che essendo cattolica io faccio parte del Corpo Mistico di Cristo e so che il fondatore del Corpo Mistico era di razza ebraica”.

Non risulta che ricevesse dall’Università Cattolica una risposta. Mi vien da pensare che una ragazza così non aveva certo bisogno di essere garantita da alcuna quota rosa per testimoniare di essere una persona non solo pari ma molto, molto più grande di moltissimi uomini. C’è da augurare a tutte le donne ed a tutti gli uomini l’impegno a una coerenza simile, e la capacità di riconoscerla e premiarla nella concreta attribuzione dei ruoli sociali e istituzionali, piuttosto che di conquistare quote garantite in virtù di decreti-legge.

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