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PRINCIPIO PROPOSITIVO E ORIENTAMENTO ORGANIZZATIVO – RELAZIONE GIANNI FONTANA

PRINCIPIO PROPOSITIVO E ORIENTAMENTO ORGANIZZATIVO – RELAZIONE GIANNI FONTANA

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Giovedì 4 giugno 2015, presso il Convento di San Sisto in Roma, si è svolta l’Assemblea della Federazione “Solidarietà Popolare”. La Relazione introduttiva del Presidente Gianni Fontana, ha aperto la seduta. Dalla Relazione emergono: il principio propositivo, “almeno cinque questioni sono fondamentali” e l’orientamento organizzativo. Riportiamo il testo integralmente.

Gianni Fontana “Solidarietà Popolare”

Assemblea di Federazione del 4 giugno 2015

Convento di S. Sisto, Roma

 

RELAZIONE INTRODUTTIVA

(GIANNI FONTANA)

Matteo Renzi e il gruppo dirigente del Partito Democratico hanno un bel dichiararsi soddisfatti del risultato elettorale di domenica 31 maggio, sventolando il “5 a 2”, o addirittura il “10 a 2” se si conteggiano i rinnovi dei consigli regionali da quando il politico fiorentino è alla guida del partito. Dichiarazioni di questo tipo, solitamente, nascondono qualche imbarazzo e manifestano scarsa considerazione nei confronti dell’elettorato. Si tratta infatti di proposizioni sostanzialmente difensive, se non di arrocco: quasi il non voler accettare che il condottiero vincitore di tutte le battaglie – nel partito, al governo, a Bruxelles – possa subire qualche battuta d’arresto che frena la sua trionfante avanzata. La verità è che il Partito Democratico, in questa campagna, ha subito pesanti perdite rispetto alle elezioni europee dello scorso anno (40%), a quelle politiche del 2013 (25%) e, sia pure in maniera minore, rispetto alle regionali di cinque anni fa (dati dell’Istituto Cattaneo).

A questi numeri va aggiunto il fatto che i candidati democratici più rappresentativi e votati hanno, in realtà, poco a che vedere con la “cerchia renziana”: Michele Emiliano, il presidente della Puglia, già apprezzato sindaco di Bari, leader di forte spessore politico, vive di luce propria, con un reale e riconosciuto radicamento nella sua terra; allo stesso modo Vincenzo De Luca, che ha conquistato larga popolarità dentro e fuori le mura della città di Salerno guidandola per oltre quindici anni con eloquente passione e indubbia capacità di visione. Entrambi, almeno fino alla conclusione delle elezioni primarie del partito, sono stati più forzatamente subiti che convintamente scelti ed appoggiati dal partito nella loro corsa.

In Liguria, la lista Pastorino, causata da destabilizzanti iniziative politiche messe in atto dalla Faita, candidata Pd alla presidenza regionale; in Campania, la reazione di De Luca che, nel ritrovarsi dentro la lista degli “impresentabili”, come primo atto da eletto si reca in Procura per depositare una denuncia contro la presidente della Commissione Anti-mafia: si tratta di eventi che illustrano da soli il livello di irascibilità raggiunto dalla dialettica tra i “renziani” e le diverse minoranze del partito. Non occorre essere dotati di poteri divinatori per immaginare che la Direzione convocata lunedì 8 giugno per l’esame dei risultati elettorali non sarà tra le più tranquille. Il segretario, come di consueto, ascolterà le rimostranze delle minoranze ma non cederà su nulla, intenzionato, come pare, a non rincorrere la sinistra interna, quanto piuttosto a spingersi verso l’elettorato di centro/centro-destra nella prospettiva del “Partito della Nazione”. Le opposizioni interne non usciranno dal partito ma potrebbero anche riservarsi di giocare qualche scherzo sull’approvazione delle riforme istituzionali al Senato.

Vertiginoso il calo di Forza Italia, che scende al quarto posto dietro anche al M5S e alla Lega. Berlusconi, tuttavia, grazie alla vittoria di Toti in Liguria, può portare a casa un non disprezzabile premio di consolazione. Piuttosto complicata appare peraltro la realizzazione  del progetto di ricostruzione del centro-destra sotto la regia del Cavaliere: i veti incrociati (Salvini/Alfano e viceversa) non mostrano di affievolirsi e, soprattutto, Salvini – unico indiscutibile vincitore con il raddoppio dei voti rispetto alle politiche – non è disponibile, in alcun modo, a cedergli la leadership. In ogni caso sarà opportuno tenere a memoria come Berlusconi più volte abbia smentito i tanti commentatori che avevano considerata definitivamente conclusa la sua esperienza politica. Ciò che sembra difficilmente smentibile è il suo ruolo nel panorama politico: se ancora ne avrà uno, non sarà più quello del protagonista.

Il M5S, pur avendo lasciato per strada un po’ di consenso rispetto alle politiche,  ha dimostrato di essere presente su tutto il territorio nazionale: non solo ha messo radici ma i suoi dirigenti appaiono rinfrancati e meno condizionati dal tutoraggio di Grillo e Casaleggio. Con l’approvazione dell’Italicum si avviano ad essere i più probabili concorrenti di Renzi nel ballottaggio per la vittoria.

La cosiddetta “Area popolare”, dal canto suo, perde ulteriore consenso e, indecisa tra il sostengo al governo e il tentativo di ricostruire un centro-destra a trazione Berlusconi, come l’asino di Buridano, rischia di finir per soccombere. Nessuno dei personaggi che rappresentano in Parlamento quest’area è oggi in grado di essere punto di riferimento per la riattivazione di un soggetto politico capace di prospettare un’architettura politica dell’Italia diversa e alternativa all’avventura renziana, ai populismi, e ai pericolosi rigurgiti di un egoistico nazionalismo che a volte richiama esperienze definitivamente chiuse settant’anni fa.

 

Il nostro compito

L’epilogo della Democrazia Cristiana si accompagnò all’annuncio che era finalmente archiviata la stagione “dell’unità politica dei cattolici italiani”. In verità questa stagione era stata tutt’altro che compatta e uniforme, ma fu letta così, tanto più in certi ambienti cattolici, come una sorta di liberazione. L’interpretazione quasi dogmatica dell’unità ha voluto, per simmetria, l’affermazione dogmatica della disunità. Chi, come noi, rifugge da queste costrizioni pensa invece che si potesse delineare – e non per la fine della Democrazia Cristiana ma per l’aprirsi di una nuova fase storica nell’Europa non più divisa dal comunismo – la prospettiva di compiti nuovi per il cattolicesimo politico.

In questo senso andava pensato il pluralismo politico dei cattolici: un’opportunità del nuovo tempo piuttosto che un destino già dettato, una domanda da esplorare piuttosto che una risposta già pronunciata. Ma, una volta considerato l’acquisto del pluralismo come un guadagno persino eticamente più alto rispetto all’esperienza dell’unità, era inevitabile il deragliamento verso una banale dissoluzione di ogni legamento, di ogni ragione dello  stare insieme; anche di quelle che continuavano a consistere oltre la necessità storica imposta dalla democrazia senza alternative del tempo della guerra fredda.

Paradossalmente si è finito per dare credito alle tesi più ostili, quelle che avevano interpretato la Democrazia Cristiana come un accidente imposto dalla minaccia comunista, non come la concreta definizione storica di un’attitudine politica, di una capacità di progetto, di una proposta originale laicamente derivata dall’ispirazione cristiana che tanto contribuì alla elaborazione della Carta Costituzionale: di un partito, insomma, capace di governo e di visione, un partito nazionale e, per la natura stessa della sua ispirazione,portatore fervido dell’idea più moderna: quella dell’unità politica dell’Europa.

 

A lungo gli italiani si sono divisi su “grandi questioni”: il rapporto Stato-Chiesa, le forme della democrazia, la collocazione dell’Italia nel contesto internazionale, il rapporto Nord-Sud, la salvaguardia dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile.

 

Il nostro cammino

Riprendere oggi queste tematiche significa affrontare quesiti di inesausta complessità e rinnovata centralità.Come affrontare, soprattutto, i problemi dell’economia? Puntando più sul pubblico o più sul privato? Come realizzare concretamente il principio di sussidiarietà? Come contemperare la “scelta della pace”, insita nella natura profonda del messaggio cristiano, con il doveroso impegno a tutela delle vittime della violenza?

Interpellate su questi e altri ordini di problemi, le comunità cristiane darebbero inevitabilmente risposte diverse  con conseguenti soluzioni differenziate; analogamente si dividerebbero i cristiani che siedono in Parlamento o nei consigli regionali e locali.

Come sarebbe dunque possibile militare nello stesso partito se, pur nell’accordo su valori fondamentali, si optasse per soluzioni operative profondamente diverse? Sotto questo profilo, a noi sembra che ciò che importa, alla fine, non è tanto il restare insieme ad ogni costo, quanto il pensare insieme ad un comune progetto di società: affrontando i problemi con la piena disponibilità al dialogo.

Questo è il livello al quale può essere raggiunta, dai cattolici e dai tanti non cattolici di buona volontà, una convergenza pratica non solo in ordine ad alcuni valori condivisi ma anche, pragmaticamente, in ordine a concrete soluzioni da adottare.

È questa la via, a noi sembra, che può facilitare la nascita di una forma di rinnovato impegno politico unitario del movimento cattolico e di uomini di buona volontà.

Tanto più significativo, ciò, se consideriamo che sempre più ampia viene a manifestarsi l’area del non voto, della disgregazione sociale, della sfiducia che porta a fare “ciascuno come stato a se stesso”. A partire da Salvini sino agli stanchi residui di posizioni parassitarie di un centrismo che ha perduto dignità e prospettiva, ci sembrano tanti protagonisti della politica italiana chiusi in una visione olistica e ancora impregnati di forti residui populisti, estraniati dal contesto reale, affannati a contabilizzare percentuali lasciando fuori dai loro pensieri i milioni di cittadini che ad ogni passaggio elettorale incrementano l’area del non voto.  Una sconfitta lacerante dello spirito dei padri costituenti, che con l’art. 49 hanno conferito al cittadino l’effettiva capacità di indirizzare politicamente il Paese, attraverso i partiti come strumento.

Il recupero di questi cittadini alla democrazia partecipativa, al sentimento di appartenenza ad una condivisa comunità di destino, è la prima urgenza, alla quale solo un movimento radicato nei principi fondamentali della Costituzione e animato dall’ispirazione cristiana può fornire risolutive risposte promuovendo un’effettiva rinnovata partecipazione alla politica.

Fermo restando il dovere fondamentale di comportarsi sempre con coerenza dovunque un cattolico scelga di militare, tuttavia – senza far torto a nessuno – è da ritenere che la forma più alta di coerenza con i valori cristiani e con l’insegnamento sociale della Chiesa rimanga tuttora quella storicamente concretizzatasi nella proposta delpopolarismo sturziano. Don Sturzo capì che la coerenza dei cattolici in politica non era da ricercarsi tanto nel richiamo formale al nome cristiano (al quale egli fu sempre decisamente contrario), quanto nel rigore morale e nella tensione ideale del servizio, unitamente all’efficacia operativa del programma, in cui la coerenza cristiana sarebbe testimoniata dal riformismo coraggioso delle scelte e dal coinvolgimento popolare sul territorio, ispirato ai valori fondamentali della dignità della persona, della solidarietà, della sussidiarietà responsabile e del bene comune.

Il talento del popolarismo come attitudine a radicare la politica dentro la dimensione sociale, va trafficato ora, perché è in questo radicamento che la politica giustifica il suo potere e rende feconde le sue competizioni, e perché questa interpretazione del valore umano della politica è tutta iscritta nel suo dna. Popolarismo, dunque, come quella cultura politica che può ridare fiducia e voglia di futuro ad un contesto sociale che, stremato dal persistere della crisi morale, economica e politica, e nauseato dai miasmi della corruzione che emana dai palazzi del potere, tende a smarrire un’idea coerente di sé e declina verso un aggregato di solitudini: come tale, corrivo alla tentazione dell’anti-politica.

Popolarismo, dunque, come antidoto al populismo: questa è l’attualità di un’idea purtroppo in esilio dall’attuale scenario politico. Se la società italiana ci appare smarrita nella sua proiezione civile e se una politica lontana e faziosa le chiede non di “prendere parte” ma soltanto di parteggiare, siamo sempre meno all’ora di una “democrazia dei cittadini” e sempre più all’ora di una “democrazia di spettatori” o, al massimo, di tifosi. Per trovare un varco, per illuminare un percorso, c’è bisogno di qualcosa di più che un duello di pochi, e c’è bisogno d’altro che la mediocrità di una rissa dilatata e stanca, tanto più impotente quanto più si mostra prepotente.

All’orizzonte non c’è alcuna certezza: e tuttavia, quelli che ci credono, per pochi che siano per patetici o fastidiosi che possano apparire,  hanno un solo dovere: mettersi alla prova. Per loro – come ci ha insegnato Sturzo – “é  giunta l’ora di cominciare da capo ad indovinare la via”.

C’è dunque un cammino da intraprendere. Non un ritorno, ma nemmeno una semplice discontinuità rispetto al percorso compiuto, nemmeno la smemoratezza verso le ragioni che, storicamente, hanno motivato il punto di partenza. “Indovinare la via” diventerebbe, altrimenti, una scommessa improbabile, fuori dall’ispirazione ideale e dall’ambizione umana che si declinano nella parola del popolarismo.

Se altri considerano che, oggi, strade diverse siano più facilmente percorribili, “Area di Solidarietà Popolare” nasce per la convinzione che solo una lunga fedeltà può rendere attuali e significative le ragioni dell’origine. Questo è il compito che ci assegniamo nella consapevolezza di essere, forse, solo un tentativo, un segnale, ma ben riconoscibile in una condizione oltremodo ambigua e rischiosa. Ben riconoscibile,  almeno, per quanti rifiutano il conformismo delle soluzioni apparentemente più utili e stanno in disparte, ai margini di un contesto politico sentito come straniero.

A questi amici, compresi quelli persuasi a torto che un’idea possa essere testimoniata fuori dal suo consistere, come una luce senza lampada, “Area di Solidarietà Popolare” replica offrendo l’alternativa, probabilmente scomoda e faticosa, di una soggettività politica da costruire insieme con l’orgoglio di stare nella contesa politica, nelle alleanze e nei contrasti, con un profilo originale e nel segno di una riconoscibile continuità.

Associazioni, movimenti, gruppi di volenterosi, ci siamo incontrati il 28 di marzo  non per compiere un’opera di salvataggio dell’uno o dell’altro partitino in difficoltà, né per dar vita immediatamente ad un altro partito: che pure è nelle nostre prospettive ma che abbisogna di essere sostanziato da un percorso in grado di coinvolgere, sulle grandi questioni nazionali e internazionali, tanti cittadini che hanno perduto la loro fiducia nella politica come attività capace di produrre speranza umana. Ci siamo incontrati e abbiamo dato vita ad una Federazione per compiere insieme un coraggioso passo in avanti: ripensare e aggiornare l’intuizione sturziana del popolarismosotto forma di un’ “Area di Solidarietà Popolare”.

Occorre subito dire che i cattolici democratici non intendono perseguire questi obiettivi indossando l’abito della “chiesuola”, in solitudine. Oltre tutto, ciò sarebbe contrario alla intuizione stessa del popolarismo che, per definizione, si rivolge indistintamente a quanti, donne e uomini liberi e forti, cristiani, diversamente credenti, non credenti, che trovano l’unità nella condivisione di idealità e di un programma. Il nostro, dunque, non è un invito a mettersi insieme per tutelare gli interessi particolari di una ideologia, di un gruppo o di una classe, ma per affrontare e risolvere la gravissima crisi morale, economica, sociale che avviluppa il Paese in nome del bene comune, della fedeltà ai valori garantiti dalla costituzione e interpretati alla luce di un umanesimo integrale.

Ribadiamo la convinzione che oggi sia il tempo propizio per partire; sono infatti maturate in Italia le condizioni culturali, sociali e politiche per far riemergere il fiume carsico del patrimonio del popolarismo.

 

1. Rifondazione ideale

Oggi, tra il declino della seconda repubblica ed un’incerta prospettiva di rinascita, la crisi economica e sociale incide sulla carne viva di milioni di italiani. In tale condizione l’apporto dei valori e della cultura di ispirazione cristiana può essere considerato un patrimonio che sussidia una democrazia malinconica, arida di ideali, valori, sperane, là dove la società appare sempre più avviarsi verso la perdita di fiducia nei confronti dello Stato, delle Istituzioni, dei corpi intermedi. L’impegno per la rifondazione ideale della politica e del popolarismo si dovrà piuttosto tradurre nel perseguire, in ascolto e dialogo permanente con la società, e in particolare con le sue componenti deboli e bisognose di rappresentanza più efficace, alcuni obiettivi prioritari. Nella consapevolezza dei limiti della politica, si dovrà compiere ogni sforzo per avvicinarsi sempre più all’ideale dichiarato, nel rispetto della laicità e della gradualità proprie della vita democratica pluralistica.

2. Rifondazione strutturale

Sul terreno del pluralismo istituzionale, “Solidarietà Popolare” considera nitidamente attuale la visione sturziana di un autentico regionalismo: una visione armonica delle relazioni tra responsabilità e poteri, che vede nell’ente regione la sintesi politica delle energie sociali, delle valenze economiche, culturali e civili, che nell’ambito regionale vivono e competono. Ma questa regione non assomiglia per niente alla gonfiezza burocratica e all’avidità gestionale proprie delle regioni così come si sono malamente realizzate e come, peggio, si vanno espandendo. Questa regione, nel pensiero di Sturzo, significa la rottura del centralismo e, per ciò stesso, l’esaltazione delle autonomie locali e, più in generale, di tutte le autonomie oggi mortificate dall’invasiva onnipotenza della Regione-Governatorato. La necessità di ricondurre questa Regione-Governatorato nell’alveo dell’idea popolare va riportata all’immaginazione sturziana là dove, arricchendo lo Stato di una diffusa e controllabile articolazione politica e istituzionale, avrebbe dovuto renderlo del tutto prossimo ai cittadini, amichevole e vicino, piuttosto che minaccioso e lontano.

Le regioni attuali, le regioni dei governatori con una classe dirigente debole nella cultura, nelle competenze, nella moralità, adombrano il rischio della dissoluzione dello Stato, la chiusura nei localismi, l’affievolirsi dell’unità nazionale che, prima e più di una norma, è un sentimento.

Sul pasticcio della cosiddetta abolizione delle province, sulla riforma del Senato composto di amministratori locali, sulla riforma istituzionale, su quella elettorale, abbiamo più volte espresso il nostro disaccordo a causa della impostazione che anima questi provvedimenti, che incidono sui punti nevralgici del sistema democratico: è una cultura ispirata a incrementare il potere dell’esecutivo, a ridurre quello legislativo, a depotenziare la funzione delle istituzioni deputate al loro controllo.

In questa prospettiva istituzionale, il partito personale, costruito intorno al leader e rigidamente gestito dal vertice, dove la democrazia interna, a dispetto dell’art. 49 della Costituzione è, di fatto, inesistente, deve lasciare il passo alla nascita di un soggetto politico volto a sollecitare un ruolo propositivo attraverso un “corpo” agile e leggero, arricchito da elementi di spontaneità e movimento fin dalla sua base. Un partito organizzato  e gestito con la forza propulsiva e vitale del territorio quale anima che dalle fondamenta delle comunità locali dà ragione e forza al vertice, il quale responsabilmente favorisce sinergie, opera sintesi e responsabilmente guida.

Si tratta di prendere atto che nel quadro di un’Italia regionale – riportata nell’alveo sturziano come sopra ricordato – è ineluttabile che assuma forma un’”area politica” come la struttura più efficace e idonea a garantire la partecipazione dei cittadini alla elaborazione della politica, a partire dai territori e dai mondi vitali, fino al livello nazionale nel rispetto delle autonomie locali e dei corpi intermedi: come esige una democrazia matura fondata sul principio della sussidiarietà. Dunque,

Realizzare una rifondazione strutturale della politica e del popolarismo significa, di fatto, dare vita ad un nuovo soggetto politico: all’“Area di Solidarietà Popolare”. Non si parte da zero: esso è in continuità con la tradizione dei cattolici democratici ma, nello stesso tempo, una scelta di rottura in quanto in discontinuità con la vecchia forma-partito. Oggi, ripetiamo, la spinta migliore verso una nuova qualità della politica può venire dal basso, dai territori, dalle città, dai paesi dove i cittadini, attualmente chiusi nel loro privato, e in fuga dalla politica, potrebbero invece ritrovare la convinzione, il gusto e l’entusiasmo per tornare ad impegnarsi.

Di conseguenza, a livello operativo la costruzione della nuova “Area di Solidarietà Popolare” dovrà trovare il suo punto centrale e decisivo di forza in un movimento di iniziativa quasi auto-propulsiva nelle singole regioni, nei singoli piccoli e grandi comuni, nelle singole esperienze dei mondi vitali e delle società locali. Bisogna coinvolgere in questa nuova apertura di orizzonte sia quanti all’interno dei diversi partiti attuali possono condividere questo nuovo progetto, sia e soprattutto, quanti operano nei centri culturali e sociali e inoltre movimenti e associazioni, singoli cittadini, mondi vitali, con l’anelito a una nuova compartecipazione nel nome del bene comune. Il necessario raccordo, anche forte, a livello nazionale, sarà il punto di arrivo e di luce per tutti, piuttosto che il punto di partenza e di vincolo. Sarà cioè il risultato di un progressivo confederarsi interiorizzato fra le diverse realtà via via che si verranno organizzando autonomamente sul proprio territorio in quanto motivate da un sogno che diventa ideale e programma condiviso.

3. Rifondazione programmatica

Il terreno sul quale si giocherà il futuro del nostro Paese, e sul quale sarà giudicata in particolare la creatività e la fantasia dei cattolici, è vasto e complesso. Tuttavia, a nostro modo di vedere, almeno cinque questioni sono fondamentali e da affrontare con priorità:

1. La prima è di natura economica, laddove, sturzianamente, occorre puntare su uno  Stato che si esalti nella capacità di stimolare,  sostenere, regolare e controllare una economia di mercato socialmente orientata, la quale, fatti rigorosamente salvi i “beni comuni”, proceda ad ulteriori e poderose cure di snellimento della sua attuale contorta e incontrollata invasività, e individui nel lavoro, il “cantus firmus” attorno al quale tutti gli altri soggetti e fattori dell’economia si muovono e fanno, come nella musica polifonica, controcanto.

2. La seconda questione riguarda il rapporto fra stato e autonomie territoriali, sia sotto il profilo della legislazione, sia dal punto di vista della allocazione delle risorse: ovvero in quale misura queste debbano essere assegnate allo Stato, agli enti locali, alla valorizzazione dei corpi intermedi a partire dalla famiglia, comunque secondo unaversione forte del principio di sussidiarietà.

3. La terza “questione aperta” è il ruolo dell’Italia nell’Europa, nel Mediterraneo e, in generale, nella comunità internazionale: se il suo contributo alla pace e allo sviluppo debba avvenire attraverso missioni militari a fini umanitari o, piuttosto, debba essere privilegiata la via alla cooperazione allo sviluppo, valorizzando in questa prospettiva energie intellettuali e conoscenze scientifiche spesso abbondanti in Italia ma impossibilitate ad esprimersi. In questa chiave, che vediamo più fedele allo spirito della nostra Costituzione, lo stesso strumento militare, quando fosse effettivamente indispensabile, troverebbe una ben più credibile coerenza nel suo ruolo di sostegno e garanzia. Sussidiarietà coerente anche in questa dimensione, insomma. Sullo sfondo si colloca il contributo complessivo che il nostro Paese può dare al mondo nella linea indicata dalle periodiche prese di posizione dalla Dottrina Sociale della Chiesa.

4. Le grandi questioni che riguardano la custodia e l’amore della creazione ci interpellano ormai quasi con drammaticità: sono soprattutto le grandi tematiche della salute del pianeta, delle sue risorse intrinsecamente limitate, e del suo futuro. Due incontri internazionali di alto livello nel 2015 forniranno l’opportunità di accordarsi su una nuova Agenda per lo Sviluppo Sostenibile comprendente una serie di obiettivi concreti e un nuovo partenariato mondiale che la sostenga: la Terza Conferenza Internazionale sul finanziamento dello sviluppo, che si terrà ad Addis Abeba in luglio, e il vertice delle Nazioni Unite per l’adozione dell’Agenda di sviluppo post-2015, che si terrà a New York nel mese di settembre. Aspettiamo intanto il dono dell’annunciata enciclica “Laudato sii”, documento con il quale il Santo Padre ridefinirà le fondamentali relazioni dell’uomo con il prossimo, con la natura e, per i credenti, con il Creatore.

5. C’è poi una questione da troppo tempo abbandonata nel dimenticatoio dell’agenda dei corpi intermedi, della politica, dei partiti, del parlamento, del governo: la questione meridionale. Ribadiamo la nostra convinzione che lo sviluppo economico e umano del nostro Paese ripartirà se riparte il Sud, e anzi ripartirà trainato dal Sud. L’intensificarsi della globalizzazione conferma il Mezzogiorno nella posizione strategica di riferimento logistico per le potenze industriali ed economiche del centro e del sud-est asiatico, oltre ad incrementarne la già nota funzione di naturale piattaforma delle relazioni culturali, religiose, politiche ed economiche tra l’Africa e il Medio Oriente verso l’Europa.

L’Italia e, nell’Italia, il Mezzogiorno, è la terra più ricca al mondo di bellezze naturali e di beni culturali. Innanzitutto va promossa un’azione di carattere culturale: gli italiani devono mettersi in testa che questo nostro territorio è una straordinaria risorsa in attesa di valorizzazione, non una zavorra. Sotto il profilo della politica economica va predisposto uno specifico progetto organico in grado di promuovere il Meridione in tutte le sue eccellenze: paesaggistiche, archeologiche, artigianali, climatiche, enogastronomiche, e così via; si tratta, a ben riflettere, degli affascinanti luoghi che nei secoli hanno favorito la riflessione sugli eterni ed insondabili problemi dell’uomo.

Ci siamo limitati all’indicazione di alcune grandi tematiche, sia perché stilare l’elenco di tutti i problemi importanti del Paese significherebbe compilare un troppo lungo e a volte malinconico cahiers de doléances, sia perché l’indicazione delle priorità non può essere opera individuale, ma implica l’incontro e la collaborazione di diverse competenze, che dovremo gradualmente mettere in movimento. Né è un caso che da molto tempo si invochi la redazione di un “manifesto” simile a quello che, alla vigilia della caduta del fascismo (18-24 luglio 1943), venne discusso a Camaldoli e pubblicato a Roma nel 1945, sotto forma di codice, dai più accreditati rappresentanti della gioventù cattolica del tempo. Ci lavoreremo con ogni impegno, se questa nostra impresa imboccherà l’auspicata strada del successo, coinvolgendo ogni mente e ogni anima che voglia concorrere, senza trascurare mai quell’altro formidabile e condizionante campo di azione che è rappresentato da una nuova stagione di politiche della formazione: rinnovata non soltanto per elevatezza di contenuti e metodi, e per diffusione effettivamente universale e intergenerazionale, ma anche per un’autentica riconquista di orientamento e valori a un nuovo e davvero umanesimo popolare.

Collocazione politica

Parlare di centro-destra e di centro-sinistra, in questa ampia prospettiva, è ormai solo una convenzione linguistica, tanto più sottolineata dalla vistosissima assenza di qualsiasi consistenza del centro. L’”Area di Solidarietà Popolare” è perciò naturalmente coinvolta nella questione del centro, che assumiamo lucidamente proprio secondo la lezione sturziana. Su questo punto non possiamo permetterci di essere approssimativi: il significato politico del centro non allude ad una geometria o ad una equidistanza sulla mappa degli schieramenti, ma è “un modo per definire un’interpretazione temperata della politica, una tendenziale riduzione della sua parzialità, un’attitudine a percepire, nel farsi e nel divenire dello scontro degli interessi e dei valori, le scelte  che meglio corrispondono all’idea del bene comune”.

Per questa ragione la parola ‘centro’ si collega naturalmente, per noi, a quella della moderazione, che non significa la volontà di rappresentare interessi definibili come moderati, bensì la capacità di moderarli nella coerenza di un convincente disegno politico del bene comune. Tutto ciò per l’”Area di Solidarietà Popolare” vuol dire una  posizione anti-ideologica, una consapevolezza del limite della politica, ma anche una determinazione intransigente in difesa delle regole di libertà e dei compiti di giustizia che giustificano e avvalorano il potere politico.

In questo senso possiamo definirci riformatori senza ricorrere a etichette ridondanti. Riformatori perché sappiamo che la buona politica si misura sulla capacità dell’idea di diventare progetto e di maturare consenso: per questo, dell’idea coltiviamo non l’astratta fissità ma il dinamismo che la coniuga alla concretezza di una realtà mutevole, di un movimento disordinato e veloce che ha bisogno di un alveo che ne incanali il corso e l’energia.

Per il conseguimento di tali obiettivi, l’“Area di Solidarietà Popolare” intende operare, in quanto movimento politico autonomo, con tutte le forze politico-sociali che si ispirano ai medesimi valori e in essi si riconoscono.

La struttura organizzativa

Dal 28 di marzo ad oggi la Presidenza della Federazione ha alimentato e sostenuto il dialogo con persone, soggetti associativi, partiti, esperienze a livello locale e nazionale, ha promosso convegni, ha dato vita al format “Sulle orme di chi ha servito”, ha organizzato incontri degli associati, coadiuvata dal Comitato di Coordinamento presieduto da Paolo Maria Floris con il sussidio di Anna Maria Pitzolu.

Per quanto riguarda il Comitato, ne avevamo convenuto una durata provvisoria: fino cioè allo svolgimento di questa Assemblea che ha il compito di definire il profilo culturale, politico e organizzativo più idoneo al conseguimento di ulteriori più ampie aggregazioni,  prevalentemente a partire dal territorio.

Una volta approvato il programma, come da statuto l’Ufficio del Presidente sarà l’organismo operativo dell’ “Area di Solidarietà Popolare”. In questo spirito proponiamo alla vostra attenzione fin da ora un orientamento organizzativo che è pensato secondo una “struttura a matrice”, della quale sintetizziamo brevemente la impostazione di massima,  tenendo conto soprattutto del fatto che convergono in “Area di Solidarietà Popolare” persone, associazioni, movimenti, gruppi, con esperienze ed anime diversificate per dimensione, metodo e interessi più specifici di azione, e che tutte dovranno rapidamente essere messe in condizione di esprimere le loro massime competenze ed il loro pieno contributo. Lo schema organizzativo dovrà inoltre favorire la massima armonia fra vocazioni originali di ciascun soggetto e sinergie finali dell’Area, la quale è chiamata ad agire contestualmente e con pari originarietà a livello nazionale in funzione di sintesi e orientamento, ed a livello regionale e locale in funzione di iniziativa, rappresentanza e interpretazione dei territori e delle esperienze.

“Area di Solidarietà Popolare” coordina programmaticamente e operativamente, in partenza, i seguenti grandi settori di attività comune:

– le Attività Progettuali, con particolare riferimento alla costruzione permanente del  Progetto Mediterraneo-Italia-Europa ;

– le Attività Comunicative, con particolare riferimento alla gestione del sito ufficiale e delle future pubblicazioni di Area;

– le Attività Formative, con particolare riferimento alla costruzione continua sia di nuova classe dirigente sia di processi di sensibilizzazione della coscienza civile e delle relative competenze per chiunque sia interessato ad avvicinarsi alla nostra esperienza;

– le Attività Sociopolitiche, con particolare riferimento al confronto permanente con gli altri soggetti politici, con le istituzioni e con i mondi vitali di nostro interesse e del Paese in generale.

Questa iniziale impostazione di massima si dovrà arricchire progressivamente e articolare al suo interno, con lo stesso evolversi della nostra esperienza operativa, valorizzando via via tutte le competenze e tutte le esigenze dei partecipanti alla Federazione. In tale quadro troveranno progressiva sistemazione coerente tutte le funzioni operative necessarie a ogni organismo che cresce, con particolare riferimento a quelle amministrativa interna, organizzativa, internazionale, di sviluppo del programma, e così via.

Fin dai prossimi giorni contiamo di potervi trasmettere in tale spirito ulteriori elementi di affinamento dello schema delineato, valorizzando primariamente le vostre proposte.

Conclusioni

Il successo della nostra impresa dipende dalla capacità che avremo, come classe dirigente, di mobilitarci insieme per far conoscere e far camminare i nostri documenti, i nostri obiettivi, il nostro metodo e la nostra azione sensibilizzatrice nel territorio: attraverso la comunicazione e la promozione di incontri per possibili scambi di esperienze, proposte, condivisione dei piccoli grandi traguardi conseguiti, e, perché no? delle relative gratificazioni ideali. Per tentare, insomma, di costruire sempre più diffusamente e intensamente quei rapporti attraverso i quali nasce e si sviluppa l’autentica comunità di intenti e di destino che vuole realmente essere l’Area di Solidarietà Popolare.

Sono gracili, allo stato attuale, le nostre strutture organizzative, come lo sono le risorse che ci appartengono, come è esile la nostra voce e la sua risonanza sui tradizionali mezzi di informazione: ma sentiamo, e abbiamo riscontri, checi riesce di interpretare molti stati d’animo, molte attese deluse, molte domande che forse riusciranno a riconoscerci nel frastuono di altre propagande gridate ed esorbitanti. Abbiamo segnali ormai inequivocabili, e non da oggi, di una riflessione ansiosa sullo stato della comunità nazionale, della sua qualità democratica, del suo pericoloso declino morale, economico, sociale. Molti italiani hanno ormai imparato che la vita è più acerba delle facili promesse colorate ricevute da troppi politici, che hanno poco a che fare con gli impegni cui davvero ciascuno è chiamato a far fronte.

Siamo consci di intraprendere una via irta, sdrucciolevole, e esposta al sole e alla pioggia, senza il ristoro di qualche albero o panchina. Abbiamo consapevolezza di essere monaci di questa idea e di essere piccolo gregge.

Vi sono due modi di essere minoranza: quello catacombale, il solo possibile dove l’ambiente esterno è ostile e a volte persecutorio, e quello lucido e aperto, tipico di tutte le minorane attive e propositive, consapevoli di essere portatrici di valori condivisi da molti altri, da quanti, forse senza rendersene conto, attendono un orientamento per il loro cammino. Al di là di sbocchi partitici che via via andremo maturando, anche noi, cattolici italiani – oggi con  la forte sollecitazione del Magistero di Papa Francesco – siamo chiamati ad essere minoranza creativa e propositiva, interprete dell’anima profonda del nostro Paese, incunabolo di una nuova società che prenda il posto di quella attuale in cui ormai ben pochi si riconoscono. Essere minoranza creativa implica la pazienza dei tempi lunghi e, insieme, la lucidità e il coraggio nell’intraprendere il cammino: non può che essere questo il terreno sul quale si misureranno la forza e la fantasia del cattolicesimo italiano e di quanti ne condividono la sostanziale ispirazione.

Gianni Fontana

https://www.youtube.com/watch?v=ePX2txjZhlU

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