Per una nuova democrazia

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Riporto e rielaboro gli appunti presi in una relazione di Mons. Mario Toso, Vescovo di Faenza, in un convegno del settembre u.s. a Sassomarconi. Nella speranza che la Democrazia Cristiana Storica, da don Luigi  Sturzo ad Aldo Moro, possa riemergere “dal fiume carsico”, come lo definisce il nostro Presidente Gianni Fontana, in cui essa è stata confinata dal 1993 in poi.  E, riacquistando, come da sentenze della Magistratura che non l’hanno mai considerata sciolta,  la sua piena legittimità giuridica, possa riappropriarsi, legittimamente, del suo simbolo originale storico. Dedicato a tutti gli amici democratico cristiani popolari, con rispetto e affetto.

Roberto Paolucci

Come afferma papa Francesco nella esortazione apostolica Evangelii  gaudium, al capitolo 4, la fede ha anche una dimensione sociale, per coloro che sono alla ricerca di una composizione culturale, non semplicemente di somme di vari pezzi di cultura, di un sincretismo, quanto piuttosto di una nuova sintesi culturale che deve essere elaborata se si vuole incidere oggi nel sociale e nel politico, non solo a livello nazionale, ma anche a livello europeo e internazionale. Quanto di già è in movimento e quanto è presente presso altri soggetti che hanno la preoccupazione di rinnovare la presenza dei cattolici nella società secondo il Vangelo, secondo l’ispirazione cristiana, può essere valido? Questo è il punto.
Tutti ormai sono convinti che la presenza dei credenti così come è attualmente, in diaspora, e potremo dire anche senza un minimo di elaborazione culturale, è una presenza da soggetti irrilevanti, che non hanno efficacia, che con influiscono là anche dove sono, nonostante tanta buona volontà e ci rendiamo conto  anche che, altri  con  idee diverse dalle nostre, apparentemente ci accolgono a braccia aperte. Perché gli stessi cattolici che militano di qua e di là, si accorgono che, cammin facendo, le braccia sono magari aperte momentaneamente, ma non è che poi la cordialità continui. La nostra Costituzione, noi lo sappiamo, è stata ispirata dal personalismo comunitario, aperto alla Trascendenza, di tanti personaggi, di tanti Autori, di tanti filosofi, non ultimi quelli del gruppo di Camaldoli, che hanno elaborato il cosiddetto Codice. Noi ci muoviamo, forse ci agitiamo, ma poi alla fine, dopo tanti convegni, incontri, colloqui, forse non facciamo ancora quello che dobbiamo fare. Domando, noi abbiamo elaborato una progettualità, che sia degna del mondo cattolico, che abbia una sua identità, una ispirazione chiara, un nuovo, diremo, progetto concreto, un  quadro culturale di attiva presenza, nel mondo politico e nelle istituzioni? Io temo di no, perché non basta avere solo il quadro culturale, l’aspetto progettuale e prospettico, bisogna individuare anche i mezzi. Uno dei mezzi, se non vogliamo buttare a mare la democrazia di rappresentanza, uno di questi strumenti è il partito di ispirazione cristiana. Cioè noi andiamo avanti dicendo che i partiti devono rinnovarsi, ma come? Come essi devono organizzarsi? Noi abbiamo anche dei movimenti che ci dicono che è possibile organizzarsi anche in maniera diversa da quella tradizionale, con pregi e anche molti difetti. Ma alcuni pregi ce li hanno: nel contattare le persone, nel mobilitare l’opinione pubblica, nel dibattere i problemi, nel fare i sondaggi. Noi piuttosto, su questo, siamo piuttosto arretrati. Cioè non ci stiamo muovendo. Noi cosa vogliamo fare, riesumare il partito degli anni ’50 del secolo scorso? Questo non è possibile, non è possibile, quello andava bene forse per quel tempo, ma oggi c’è bisogno di qualcos’altro. Allora la domanda, un po’ secca, ma che cosa stiamo facendo, anche in funzione della nuova identità dei partiti e delle nuove strutture dei partiti, del nuovo modo di finanziarli? Che cosa stiamo elaborando? Perché poi potremmo avere elaborato un grande progetto, ma non abbiamo i mezzi.
Se noi una volta avevamo le banche a fianco, di certi movimenti, che anche aiutavano, simpatizzavano, ce le abbiamo oggi? Le stesse banche di credito cooperativo, delle quali io non ho nulla da dire, ma mi sembra che si trovano anche loro in uno stato un po’ confusionale e hanno grosse difficoltà, perché devono fare le fusioni, devono dismettere, contrariamente a quello che sarebbe il loro ideale, non riescono a stare dietro alla clientela, cioè non c’è un’opera di formazione, di tutoraggio del cliente, del piccolo imprenditore, tant’è che hanno pressochè rinunciato a fare credito ai piccoli, a chi non ha niente, a chi è giovane, a chi è un piccolo artigiano, un piccolo imprenditore. Quali sono gli strumenti nuovi che noi abbiamo anche da un punto di vista economico che sostengono certi processi di movimentazione a livello culturale, di movimentazione a livello di partecipazione, attraverso nuovi strumenti di partecipazione? La domanda è questa.
Cosa ricaviamo dall’insieme di movimenti, di associazioni che abbiamo, e che sono sfilacciate e che non si ricordano nemmeno più che magari nel loro statuto, hanno scritto il riferimento alla dottrina sociale della chiesa? Noi cioè speriamo che da questo mondo, che esiste in parte e non esiste più quello di 40-50 anni fa, vengano fuori le nostre rappresentanze? All’atto pratico noi sappiamo che forse le vecchie guardie, presenti nella coldiretti, presenti in altre associazioni e movimenti, hanno avuto una formazione secondo l’ispirazione cristiana, ma le nuove generazioni e questo lo si può dire, senza temere di sbagliare, questa formazione non l’hanno ricevuta. Allora noi speriamo che da queste associazioni, posta la premessa che si aggreghino e si mettano in rete, noi speriamo che di qui vengano fuori le nuove rappresentanze? Oppure, da dove le ricaviamo, attraverso la cooptazione, come fa il M5s? E’ così che noi coltiviamo le nuove rappresentanze e le selezioniamo? E se non facciamo questo, una volta qualcosa si faceva, adesso sembra che tutto si sia sfarinato, domandiamoci, che cosa facciamo, per individuare delle persone che hanno esperienza? Non si può prendere un giovincello che dice, io non ho lavoro e m’impegno in politica, non è questo il caso. Come non è neanche il caso di chi ha fatto sette legislature e continua lui a proporsi, non è neanche questo il caso. Ma se noi desideriamo anche avere una nuova classe dirigente, dobbiamo prenderla da persone che hanno esperienza professionale, di dirigenza, ma dove sono, come li cooptiamo? Dove li andiamo a pescare? E se non lo facciamo, di nuovo, dobbiamo dire, noi siamo più nel mondo delle cosiddette attese, delle speranze..
E’ pertanto un problema pervenire a delle aggregazioni consistenti, omogenee, per quanto possibile e poi, secondo il legittimo pluralismo, dal punto di vista, diremo, della cultura di ispirazione cristiana. Poi, chiediamocelo, dopo la devastazione della democrazia sostanziale, che implica lo stato sociale, che implica il lavoro per tutti, e quindi implica un mercato che ci deve essere, un capitalismo che ci deve essere, ma regolamentato nei soggetti sociali e finalizzato al bene comune. Dopo un periodo di devastazione, in campo economico, dopo un periodo di pressochè assenza di potere e di politiche industriali e dell’innovazione, della ricerca, noi  pensiamo che abbiamo già pronta una nuova democrazia? Non è possibile, non è possibile.
Ci dicono che noi siamo in crescita, però sempre crescita con tanti, tanti disoccupati, ma è una crescita che va a incrementare l’economia reale, le imprese, le piccole imprese, le imprese sociali? A me dicono che è diminuita la disoccupazione, si, forse per alcuni, ma è certo e questo è anche documentato che quella giovanile non è granchè diminuita. E per un paese che voglia guardare a un futuro, questo rimane un serio problema, compreso il problema collegato alla forte carenza dal punto di vista demografico e questo ci richiama alle politiche familiari. Ci sarebbe un po’ da scoraggiarsi. Il nuovo, a livello di banche, da che cosa è rappresentato? Se quelle che abbiamo sono ancora sostanzialmente ancora ammalate di credit trunch, è inutile che ci dicono che aumentano i grandi prestiti, si, qualcosina in più, ma rispetto alle necessità di credito, soprattutto di microcredito, che cosa si sta muovendo? Stiamo forse sostenendo una ripresa del microcredito?
Si può dire che il mondo finanziario sia stato realmente riformato? Dobbiamo riconoscere che non è realmente riformato, o profondamente riformato. E non si fa quel credito che una volta c’era e di cui ci sarebbe una forte necessità, soprattutto per i giovani, gli artigiani, per i piccoli imprenditori, per le famiglie e così via, non c’è. Oppure noi abbiamo le fondazioni che erogano alcuni crediti, che dicono di dare credito alle startup, ma poi non hanno quel processo di istruzione, di tutoraggio, di accompagnamento di chi inizia l’impresa.
Questo per dire che, in sostanza, noi abbiamo più punti su cui dovremo lavorare seriamente. Ritorno al discorso che si faceva nel passato, senza scoraggiare. Noi potremmo poter cooptare il meglio delle attuali classi dirigenti e anche il meglio dei docenti universitari, prendendolo dalle comunità parrocchiali, dalla Caritas, dal mondo delle cooperative, ma quest’opera c’è, quest’opera di cooptazione , di sensibilizzazione, di formazione? Volessimo, come dire, imitare il codice di Camaldoli, aggiornandolo, pagine strabilianti, come sull’educazione, cerchiamo di individuare le grandi aree dove dobbiamo elaborare una nuova progettualità alla luce della DSC, che non va ripetuta come potrebbero fare i pappagalli, ma che va invece tradotta di fronte alle nuove sfide? Di fronte a tutte queste domande, dobbiamo tutti fare un serio esame di coscienza. Se poi arriviamo alle nostre comunità ecclesiali, dovremmo fare un altro serio esame di coscienza. Nelle nostre comunità tutto ciò che va sotto il nome di evangelizzazione del sociale, di formazione del sociale a una fede adulta, tutto questo viene operato? Fate riferimento, con la vostra mente, alle vostre comunità parrocchiali, a quello che si fa nelle nostre diocesi. Ma si fa? Cioè noi desideriamo muoverci come popolo, cioè nel senso di tanti, perché per contare a livello politico, bisogna muoversi in tanti. A livello di democrazia conta anche il principio di maggioranza. Le leggi, le proposte passano attraverso delle maggioranze e quindi, per essere presenti in queste maggioranze, per fare valere certi beni e valori di ispirazione cristiana, non si può essere in tre. Chi ha insegnato che è bello essere in diaspora, secondo me non ha capito che cosa è la democrazia. Forse l’hanno capito più facilmente i mussulmani, i quali dicono, noi aspettiamo di diventare maggioranza, per imporvi determinate cose. L’hanno capito più loro che noi. E noi restiamo così, imbambolati, trascinati da una propaganda mediatica cdi massa, che non fa altro che stordirci. Perché dopo tutto questo putiferio, dopo tutte queste notizie che ci buttano addosso prevalentemente negative, che idea abbiamo noi della democrazia, che idea abbiamo noi della libertà religiosa? E anche, con riferimento agli immigrati, ma che idea abbiamo noi a proposito, realmente, dell’integrazione? Ma non basta integrarli attraverso un lavoro, stiamo attenti. A livello culturale, come potranno essere tutte queste nuove masse che si inseriscono nel mondo occidentale, a supporto di una costituzione, come quella italiana, posto che rimanga così come è adesso, perché è già stata modificata, rispetto agli anni ’50? Noi abbiamo attivato una evangelizzazione delle nuove popolazioni che ormai risiedono qui da noi? Perché è attraverso questa nuova evangelizzazione, incontrando l’umanesimo che presenta Gesù Cristo che noi poi riusciamo a trovare una piattaforma di valori condivisi. Cioè, come è che noi riusciamo a fare la nuova democrazia se non troviamo una piattaforma di valori condivisi? Sarà molto, ma molto difficile..
Allora chi vuole 4 mogli, chi ne vuole una e magari ne ha tre, ed è bello averne tre, proprio perché ci si crede davvero nella famiglia e allora abbiamo tre mogli e anche i nostri politici, sapete, che si presentano come i paladini della famiglia! E noi ce li teniamo ancora, questi politici! Ma qui siamo del tutto fuori. Noi cioè vogliamo fare determinate cose, secondo l’ispirazione cristiana e ci culliamo, ci coltiviamo personaggi che sono ormai diventati, oltre che anziani, anche desueti e destrutturati da un punto di vista culturale e politico. Cioè noi non possiamo gingillarci su questi compromessi. Allora ritorno al discorso di prima. Ma cosa facciamo nelle parrocchie,  facciamo a livello di catechesi? Ma un minimo di formazione e di impegno sociale ce lo abbiamo? Ma dopo tutto quello che ha detto Papa Francesco, ma anche i precedenti pontefici, cosa stiamo facendo? Cioè se noi desideriamo avere un popolo, ma da dove viene fuori un popolo? Dobbiamo anche cominciare dalla vita parrocchiale. Noi cristiani tutti indistintamente, ma anche i vescovi e sacerdoti, tutti noi, dobbiamo, come dire, batterci il petto. Per quanto si dica, è come battere l’aria. Ma almeno, assumiamoci questo compito, quello, non dico di tormentatori, ma quello di persone che insistono, fino a fare cambiare, nelle nostre parrocchie, nelle nostre associazioni, altrimenti non ci smuoviamo, non arriviamo neanche alle premesse di quello che noi desideriamo realizzare. Io non voglio essere crudele, quando dico queste cose, sono realista. Non sono convinto che altri che la pensano in maniera completamente diversa da noi, difendano la libertà di educazione della scuola cattolica. Anzi, lo vediamo, gli stessi cattolici presenti in determinati partiti, che non hanno questa cultura del pluralismo culturale, e della libertà di educazione, gli stessi cattolici non credono in queste cose.
Dobbiamo alternare un Berlinguer, quello che ha ideato quella legge, sul sistema integrale della scuola, per spiegare ai suoi stessi amici, compagni di viaggio, che cosa vuol dire pluralismo culturale, pluralismo del sistema scolastico.
Allora io vorrei, fatta queste premesse, in sostanza si può arrivare alle conclusioni. Ma realmente abbiamo una qualche progettualità su quella che deve essere la nuova democrazia? Qual è l’idea di democrazia che noi abbiamo? Sì, possiamo ricordare il grande radiomessaggio di Pio XII del 1944, che ha sdoganato il mondo cattolico con riferimento alla democrazia, perché noi, fino al 1944 avevamo la proibizione di parlare di democrazia, quindi siamo abbastanza giovani, relativamente al discorso della democrazia. Ma temo che noi abbiamo dimenticato anche questo. Che democrazia desideriamo, a parte che la democrazia non si è mai realizzata compiutamente, né forse mai si realizzerà, è sempre in cambiamento, sempre alla ricerca di nuove vie e quindi è sempre un cantiere aperto. Ma se la democrazia è governo del popolo, per il popolo, La Pira ed altri personalisti dicevano meglio un governo dei cittadini, per i cittadini, per rendere più personalistica l’espressione di Abraham Lincoln, se la democrazia è questo, che cosa effettivamente noi mettiamo dentro questo contesto, questa cornice, da un punto di vista contemporaneo, quando sappiamo che ormai si parla di post-democrazia, quando si parla di democrazia senza democratici, queste sono tutte cose che la letteratura di studio politico ci ha fatto conoscere anche 15 anni fa. Allora, per noi che ci impegniamo, che idea abbiamo di una democrazia realizzabile oggi, nel contesto di oggi? Tenendo conto anche di tutte queste esperienze, giungendo anche fino alla post democrazia, alla democrazia oligarchica, alla democrazia di pochi ormai, perché noi siamo ormai in una democrazia di pochi, alla democrazia, forse, di un terzo, perché gli altri due terzi non vivono attivamente dentro la democrazia. Perché la classe media è pressochè sparita, gli altri sono sempre più poveri, sempre più emarginati, rispetto alla gestione della cosa pubblica. Cosa facciamo allora noi per essere protagonisti di una nuova democrazia? Una nuova democrazia che voglia rimediare a tutto questo. Non parliamo poi di quello che succede all’interno dei partiti, che sono appunto diventati del clubs di alcuni, che non sono più in comunicazione con la base, se non al momento delle votazioni per catturare il voto e poi si dileguano. Ma una volta arrivati al potere, la loro cultura non è più vicina a coloro che ce li hanno mandati.
Essi non sono più vicini alla povera gente, sono rappresentanti che non sono più vicini e che hanno perso il contatto con la gente, coi bisogni delle persone, col popolo. Ma in una nazione dove in sostanza ci si accorge che il problema principale è quello delle politiche attive del lavoro, perché non ci sono, è inutile dire che ci sarebbero, perché sono scritte nel jobs act, alla fine, ma in realtà nel job’s act non ci sono! Ed è attraverso quelle politiche attive del lavoro che si può davvero incidere realmente, sulla possibilità dell’occupazione, specie dei giovani. Allora, come si può, noi che crediamo in una democrazia sostanziale, a tenere fuori le nuove generazioni dal mondo del lavoro, ancora con questa pertinacia? Adesso, si dice, “noi ci impegneremo proprio sul mondo del lavoro, anche nel prossimo G7, ci impegneremo”. Ma, io dico, non deprezziamo troppo i nostri rappresentanti, delle cose le han fatte, realizzate, ho citato anche il jobs act e adesso anche il reddito di cittadinanza inclusiva. Ma vi pare che sia la soluzione per risolvere il problema del lavoro, oggi? Questa è una soluzione, ancora, di stampo assistenziale, che non è degna neanche della dignità dei lavoratori. E noi cosa diciamo? Va tutto bene, compresi i sindacati. Va tutto bene.. Ma è così perché hanno raggiunto un accordo, sicchè gli imprenditori potranno applicare indiscriminatamente le nuove tecnologie e a chi rimane senza lavoro gli si dà un sussidio, in attesa che se lo cerchi e in certo qual modo si stabilizzi nella società la forbice tra i più ricchi e i più poveri. Perché ai più poveri non dai un vero lavoro o non glielo dai in maniera sistematica, per cui possano elevarsi. Allora, tu che dici di essere sostenitore di una democrazia partecipativa basata sulla rappresentanza, una democrazia inclusiva, una democrazia di stato sociale, cioè che riconosce i diritti al lavoro, alla sicurezza sociale, oltre che il dovere di lavorare, tu accetti tranquillamente questo e lo riconosci come un grande passo di civiltà?
Questa è una soluzione di mediocrità estrema, che non pensa con lungimiranza, pensa a tamponare, più che a creare, più che ad avere nuovi imprenditori. Tu, se vuoi che il tuo paese si sviluppi e sia concorrenziale, devi pensare a creare una nuova classe imprenditoriale, devi fare sì che i giovani diventino imprenditori, e tu pensi che diventino imprenditori così dando loro un sussidio? Troppo poco, troppo poco. E non è un piccolo sforzo, perché si parla di molti miliardi di euro..
Ma la povertà si vince soprattutto attraverso il lavoro, come dice Papa Francesco. Il lavoro è il principale antidoto rispetto alla povertà. Questo ce lo dice il papa e noi abbiamo già dimenticato la nostra Costituzione che è fondata sul lavoro. Desidero, in questa sintesi, smuovere un po’ certi luoghi comuni, per fare emergere che, l’impegno che ci attende, è consistente. Non abbiamo più tempo da perdere, perché se queste cose vanno avanti, noi gradualmente ci troveremo ingabbiati, saremo una nazione povera, nonostante quel che si dica, COMPRATA, nazione comprata. Per fare un esempio, andate a Roma e andate a Milano, vedete la Roma di oggi, anche solo rispetto a dieci anni fa e vedete Milano oggi, ma c’è già un gap enorme; non dico che Milano sia super sviluppata, ma certamente, rispetto a Roma, non c’è paragone. Stanno crescendo le distanze, le disparità, le diseguaglianze, e noi vogliamo un paese così? Chi vuole la vera democrazia non può stare a questi programmi e gli roderebbe un po’ la coscienza a continuare in questo stato di progressivo smantellamento dello Stato e della democrazia. Non è lo Stato che deve procurare il lavoro a tutti, ma deve creare le condizioni, questo sì, secondo il principio di sussidiarietà, non prendetemi per uno che vuole tornare allo Stato totalitario che pianifica tutta l’economia, perché la DSC ha ben altra impostazione, una impostazione molto vicina alle idee di Luigi Sturzo, che voleva un capitalismo democratico, il più diffuso possibile. E credo che non sia un caso che l’Italia, proprio perché ha avuto questi maestri, sia un paese che è invidiato perché ha una diffusione enorme sul territorio di piccole e medie imprese che poi costituiscono la nostra ricchezza. Perché ormai, le grandi imprese dove sono andate, dove sono emigrate, chi le ha comprate? Le abbiamo svendute.
Dopo aver parlato di Stato sociale, allora passiamo allo Stato di libertà. Per parlarvi di Stato di libertà, mi rifaccio al caso di Charlie Hebdo, quella rivista satirica francese che ha avuto trucidati i suoi redattori. Il fatto ha dimostrato come il mondo occidentale ha reagito e con quale concetto di libertà ha reagito a questo atto di rappresaglia e di terrorismo. Ha reagito proponendo un concetto di libertà, che si è adagiato sul concetto li libertà proposto dai redattori della rivista, cioè a dire tutto quel che si vuole, senza tener conto del diritto degli altri, della libertà religiosa degli altri, fino a una satira che irride, che offende, quindi non rispetta la libertà religiosa degli altri. Allora la grande reazione popolare dei nostri governanti è stata questa: io sono Charlie Hebdo, che vuol dire anche, accettazione di questo tipo di libertà.. Ma, badate bene, se vogliamo una democrazia vera, una libertà vera, noi non possiamo mettere alla base della costruzione di una nuova democrazia questo tipo di libertà, cioè senza limiti, senza rispetto della libertà altrui. E se voi interpellate i giovani, e chiedete loro se è questo il vero tipo di libertà, vi risponderanno sì: fare tutto ciò che si crede, senza limiti, basta che lo voglia io..
La libertà è fare tutto ciò che si crede, purchè non si leda il diritto altrui? Non è sufficiente nemmeno questo tipo di libertà, per fondare una vera democrazia. Per fondare una vera democrazia, ci vuole questo tipo di libertà: io faccio le mie scelte liberamente e responsabilmente, non solo evitando di pestare i piedi agli altri, ma tenendo conto anche degli altri che hanno dei diritti pari ai miei, e laddove è necessario, io mi impegno perché gli altri, abbiano la mia stessa libertà e mi prendo cura degli altri, come è codificato nella Costituzione italiana.
In riferimento alla libertà religiosa, dobbiamo renderci conto che ci stanno erodendo gli spazi della libertà religiosa, pezzo per pezzo. Citavo prima la libertà di educare, il genitore cristiano ha questa libertà di scegliere la scuola che gli consente di realizzare un’educazione cattolica. Perché hanno iniziato a tassare le scuole cattoliche, prima con l’ICI, poi con l’IMU e se si fa ricorso sulla legge che implicherebbe libertà per tutti e di essere aiutati dallo Stato, anziché essere tassati, essi dicono che le scuole cattoliche sbagliano e se vogliamo usufruire di sovvenzioni dai comuni, noi dobbiamo ritirare questi ricorsi. E’ un ricatto. La libertà di educazione in senso cattolico l’abbiamo in maniera molto limitata e sarà sempre più così. Col m5s poi, questa libertà dovrebbe proprio sparire; lo dichiarano apertamente, come è stato fatto a Torino, dove i genitori delle scuole cattoliche sono stati ingannati. In Francia, a proposito della libertà di coscienza, è stato codificato il diritto all’aborto, in altri stati il diritto all’eutanasia: questi non sono diritti, ma arbitrii; non solo ma è stata varata una legge per cui, chi dissuade qualcuno ad abortire, è penalizzato con 30 mila euro di multa e due anni di carcere. Anche in Italia siamo incamminati verso questa strada.
Passando al concetto di Stato di diritto, anche qui prevale un individualismo radicale, per cui io sono legge a me stesso e tutto quello che io desidero è diritto. Questo è il fondamento delle nuove legislazioni, per cui lo Stato di diritto viene sovvertito. Basta anche vedere il progetto della carta costituzionale dell’Europa. Noi dobbiamo allora lavorare per una democrazia che sia di libertà, una libertà che si lega alla verità, una libertà responsabile, aperta alla comunione, alla reciprocità, alla relazionalità positiva, una democrazia fondata sul diritto certo, non sull’arbitrio, una democrazia che coltiva ancora i diritti sociali, che sono necessari per realizzare gli altri diritti civili e politici. E’questa la grande conquista dello Stato sociale e democratico del secolo scorso, che fu condivisa da tutti, liberali, comunisti, socialisti. Oggi siamo talmente divaricati e frammentati dal punto di vista culturale, che sarà molto difficile pensare alla governabilità, al futuro dell’Italia e dell’Europa. Ci chiediamo se noi cattolici siamo davvero preparati a questo nuovo clima che si sta profilando anche a livello internazionale, in riferimento soprattutto alle nuove generazioni, perché esse siano presenti a livello europeo e sovranazionale. In Europa i nostri rappresentanti non sanno nemmeno che esiste la scuola paritaria cattolica e non pensiamo di ricevere supporto dall’Europa per la nostra scuola paritaria cattolica; i nostri rappresentanti non hanno formazione. Allo stesso modo anche in altri campi non abbiamo più chi ci rappresenta. Tutto ciò che noi stiamo realizzando, ai fini politici e sociali, parte dalla dimensione della nostra fede, come è riferito nell’Evangelium gaudi al IV capitolo, dove è specificato che la nostra democrazia si trova in una situazione di bassa intensità con alti tassi di diseguaglianza e di povertà e dobbiamo puntare ad una democrazia ad alta intensità, dove non ci siano politiche assistenzialistiche. Papa Francesco non condanna il libero mercato, però esige un mercato libero, stabile, trasparente, non oligarchico, democratico, funzionale all’economia reale, ai più poveri, alle stesse amministrazioni comunali, per cercare di realizzare il bene comune nel territorio. Puntare in alto, ma bisogna avere i piedi per terra e divenire popolo, tenendo conto dei principi di maggioranza della democrazia. Occorre realizzare una sintesi culturale nuova, nella spiritualità, che è la motivazione fondamentale per l’impegno che, se ieri era in parte eroico, oggi lo deve essere ancora di più. Pio XII non ha scritto alcuna enciclica, ma ha preparato i pilastri del futuro democratico dell’Europa.

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Roberto Paolucci
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