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Mozione di Gianni Fontana per il Consiglio Nazionale

Mozione di Gianni Fontana per il Consiglio Nazionale

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Alla vigilia della prima riunione del Consiglio Nazionale, sia pur in termini succinti, sentiamo l’esigenza di esplicitare la nostra opinione intorno alle proposte e alle modalità operative che ci vedranno attori sulla scena politica italiana.
Tutti sappiamo che a partire dal 2008 il numero dei nostri concittadini dominati dalla povertà ha, via via, raggiunto limiti indegni e inaccettabili per la settima potenza industriale mondiale e che il ceto medio si è sgretolato perdendo quel ruolo primario di vivacità, fantasia, capacità di vivere il rischio imprenditoriale e che, a partire dai primi anni del secondo dopoguerra, è stato la leva delle grandi conquiste economiche e sociali che ci hanno condotto a diventare la quinta potenza industriale italiana – ora la settima – . È altresì a tutti noto che nel “bel Paese”, ha preso campo una minoranza di super ricchi tanto ridotti nel numero quanto titolari di smisurate quote della ricchezza nazionale.
Il debito pubblico continua ad aumentare rendendo sempre più arduo il processo di modernizzazione del Paese: un macigno che rende difficile l’adozione di manovre espansive che consentirebbero di tirare il fiato ai ceti meno abbienti, un ruolo educativo alle famiglie e di dare il via ai grandi investimenti strutturali, indispensabili per la ripartenza verso un autentico sviluppo “dell’uomo e di tutti gli uomini” (Populorum progressio, Paolo VI).
Se diamo un rapido sguardo alle forze politiche in campo vediamo come la scena sia occupata quasi compiutamente da due partiti che, sia pure con distinzioni evidenti, nel loro operare appartengono al genere dei cosiddetti partiti “populisti e sovranisti”. Essi hanno costruito la loro fortuna politica puntando sul disagio e l’ansia che tormentano la grande maggioranza degli italiani senza individuare modalità e strumenti adeguati per vincerle. Il loro obiettivo non è architettare un progetto di rilancio del Paese, ma vellicare i cittadini, farsi strenui protettori delle loro, talora subdolamente costruite e amplificate, difficoltà. In tal modo si pongono a fianco del cittadino, nelle vesti di paladini e difensori contro sempre nuovi nemici, spesso artatamente costruiti e/o amplificati.
Mentre i rappresentanti di “5 Stelle” si segnalano per la loro arrogante incompetenza, la “Lega” salviniana è attraversata da conati raffiguranti la nuova destra aggressiva, anti-europea, xenofoba, demagogica, facinorosa: assolutamente da non sottovalutare. Gli episodi d’intolleranza contro le “nuove genti”, gli ebrei, gli zingari che, quasi giornalmente vengono avvertiti su tutto il territorio nazionale, sono qualcosa di più di un segnale rischioso.
La sinistra versa in una difficile fase di ricostruzione: gli ex Pci ed ex Dc, di là della pessima prova del “renzismo”, difficilmente ritroveranno “la via” perché non sono riusciti a vivere sotto la nuova tenda animati da un ethos condiviso.
Noi siamo qui oggi, amici cari, dopo aver superato una prova che avrebbe potuto dividere e, forse, rischiare di interrompere il cammino che, con tanta fatica e minime gratificazioni, abbiamo insieme percorso a partire dal 31 marzo 2012. Ci siamo riusciti perché abbiamo nel cuore una convinzione che non deflette: il talento del popolarismo va trafficato ora, come quello che può ridare fiducia e voglia di futuro a un contesto sociale che ha smarrito l’idea di sé e declina, piuttosto, verso un aggregato di solitudini; e, come tale, corrivo alla tentazione dell’antipolitica e per ciò stesso, inerme di fronte agli inganni della politica. Popolarismo come antidoto al populismo e al sovranismo. Rialziamo, dunque, la nostra bandiera. Troppo tempo ha patito l’esilio! Essa deve subito tornare a sventolare nelle piazze e nei consessi rappresentativi del nostro popolo.
Per trovare un varco, per illuminare un percorso c’è bisogno di tornare a radicare e inverare la cultura che illumina l’agire politico dentro la dimensione sociale, come manifestazione sintetica della ricchezza e della complessità della comunità, di un condiviso sentimento di valori; vuol dire ritrovare la ragione morale della politica. È in questo radicamento che la politica giustifica il suo potere, rende feconde le sue competizioni, significativa la sua lotta.
Questa interpretazione del valore umano della politica è tutta inscritta nel codice del popolarismo e dell’idea democratico cristiana. E nasce da quella intuizione che tentò la sua sorte cento anni fa, il profilo di una risposta che non si è consumata poiché riguarda, né più né meno, il destino della libertà e della democrazia.
L’attuale Governo mostra di non aver compreso la drammaticità della situazione e di non aver idea alcuna sulla scala delle priorità. Il compito della Democrazia Cristiana è in primo luogo metter mano all’operazione- verità: dire al Paese come effettivamente stanno le cose. La situazione è assai difficile per le mille ragioni che conosciamo – sulle quali oggi non mi soffermerò – difficile ma non irrimediabile.
Dopo l’operazione verità metteremo in campo un grande Progetto-Paese. Esso consisterà in due serie di provvedimenti: Una – tempestiva e chirurgica – mirata alle emergenze, l’altra – di lunga durata – che assicuri all’Italia un suo ruolo nel mondo globalizzato.
Tra i tanti problemi da affrontare e risolvere vorrei ricordare quello del lavoro attraverso politiche attive del lavoro e una riduzione importante del cuneo fiscale e non con iniziative assistenziali che non producono crescita né sviluppo umano.
Due sono i ceti sociali che tra l’altro, malgrado le buone intenzioni, sono stati sradicati dalla tempesta dell’austerità: giovani e le PMI.
Giovani vuol dire scuola, università, lavoro, cultura. La sfida globale dovrà essere raccolta dai nostri giovani ma solo se sostenuti: grazie a strutture non più fatiscenti, dove studiare, meccanismi credibili per permettere a ultimi e penultimi di talento, di essere subito identificati, protetti e sostenuti; e sempre grazie a meccanismi virtuosi premiare e valorizzare i nostri talentuosi ricercatori per farli rientrare riorganizzando le università attorno ad Atenei di ricerca e insegnamenti avanzati.
Le PMI, il nostro tesoro che altro non è se non la leva per la crescita che sostiene tutto il resto, come possono pensare di sopravvivere?
Sostegno alle famiglie. Fin da piccini nella comunità familiare si impara la solidarietà e a vivere a contatto con l’atro, inoltre favorire le famiglie significa concretamente valorizzare la sussidiarietà.
Prima di chiudere questo brevissimo accenno al programma, mi corre l’obbligo di ribadire l’assoluta necessità di non abbandonare il sogno dell’unità politica dell’Europa un progetto che ha innanzitutto bisogno di nuovi e veri leader, come lo furono i grandi democristiani europei del dopoguerra.
L’euro, più che un vincolo alla crescita può essere un’opportunità lo strumento che ci obbliga a dialogare, invece di prendere ognuno la propria strada, prima di aver completato il ponte in comune, come direbbe papa Francesco. L’euro sì, ma in un’Europa profondamente diversa: che ponga al centro delle decisioni comuni il Parlamento europeo dei popoli e non la Commissione Europea dei tecnici, che permetta ai giovani di sentirsi cittadini europei sin dalla loro nascita, che sposti l’accento delle politiche economiche sugli aiuti in tempo di crisi. Aiuti che, fondati sull’espansione economica di un Paese – anche di quelli che, con una logica assurda chiama i meno “virtuosi” invece che i più bisognosi può essere sapientemente portata, da leader visionari a essere condivisa da ogni popolo dell’unione.
La struttura europea attuale non permette ai ponti di essere costruiti e percorsi agevolmente. Anzi l’Europa di oggi sta minando le fondamenta stesse di un ponte che, ben più sapientemente fu governato da veri leader al termine della guerra mondiale e per vari decenni.
Per quanto riguarda la linea politica va anzitutto ricordato che la Democrazia Cristiana, come tutti i grandi partiti d’ispirazione cristiana europei, è un partito di centro: non in termini geometrici, non una equidistanza sulla mappa degli schieramenti. Ma è un modo per definire un’interpretazione temperata della politica, una tendenziale riduzione della sua parzialità, un’attitudine a percepire, nel farsi e nel divenire dello scontro degli interessi e dei valori, le scelte che meglio corrispondano all’idea di un interesse generale. Per dirla con le parole delle nostre origini, a un’idea del bene comune. E’ per questa ragione che la parola del centro si collega, naturalmente per noi, a quella della moderazione; che non significa la volontà di rappresentare interessi definibili come moderati, ma la capacità piuttosto, come ci ricordava Mino Martinazzoli, “di moderarli nella coerenza di un convincente disegno politico”.
Questa interpretazione del partito ci porta a una definizione anti-ideologica, a una consapevolezza del limite della politica, un’inclinazione aperta al confronto in tutte le direzioni, ma anche una determinazione intransigente in difesa delle regole di libertà e dei compiti di giustizia che avvalorano e giustificano il potere politico.

In questo senso possiamo definirci riformisti senza etichette ridondanti. Riformisti perché sappiamo che il compito della politica si misura sulla capacità dell’idea di diventare progetto e di maturare consenso. Dell’idea cioè non coltiviamo l’astratta fissità ma il dinamismo che la coniuga alla concretezza di una realtà mutevole, di un movimento disordinato e veloce che ha bisogno di un alveo che ne incanali il corso e l’energia.
Tale circostanza richiede che il nostro partito d’ispirazione cristiana e costituzionale, nella sua attuale sorgiva gracilità, muova i primi passi, scevro da qualsiasi ipoteca politica e non solo politica.
Non mi riferisco al perseguimento dell’unità delle diverse componenti che si ispirano alla Democrazia Cristiana presenti nel Paese. Tuttavia, anche questa iniziativa va portata avanti all’interno dell’idea che abbiamo del nostro partito nel contesto politico generale. Intendo dire che i nostri auspicabili amici di percorso sono, a mio avviso, invitati a condividere, nell’attuale congiuntura il cammino solitario della nascente Democrazia Cristiana. Quanto più un partito è di modesta dimensione, tanto più forte e ambiziosa dovrà essere la rivendicazione della propria identità e del proprio programma.

Non riterrei, ad esempio, augurabile la nostra partecipazione alle prossime elezioni europee nel ruolo di insignificanti attori del circo equestre berlusconiano o di inutili brandelli della carovana renziana.
Da ultimo ma non meno importante mi piace ricordare lo spirito che soffiava nelle nostre prime riunioni della primavera del 2012 ed anche durante lo svolgimento del primo congresso.
Era in tutti noi ben viva la volontà di donare, prima possibile, il Partito alle giovani generazioni e a quanti cattolici e non avevano apprezzato ed apprezzano i valori espressi dalla Democrazia Cristiana. Il mio fervido e roccioso invito e che tale spirito aleggi in questo consesso e produca frutti. Intendo dire che tale aspirazione all’apertura del Partito porta necessariamente all’abbattimento dei termini di anzianità maturati sia per esercitare l’elettorato attivo che quello passivo come previsto dell’art.2 dello statuto che prevede che i soci possano esercitare l’elettorato attivo dopo quattro mesi dalla loro iscrizione e che abbiano conseguito un’anzianità di iscrizione di almeno sei mesi per poter assumere cariche sociali. Naturalmente dovranno essere abrogati tutti gli altri articoli dello statuto collegati con esso.
Altrettanto indispensabile e conseguente all’auspicio più volte espresso da noi, soci più maturi, è anticipare quanto prima il prossimo XX Congresso la cui celebrazione proporrò nell’occasione del centenario dell’appello “a tutti gli uomini liberi e forti….”, il 18 gennaio 2019.
Amici della Democrazia Cristiana, stamattina con l’insediamento del Consiglio nazionale il Partito inizia a riprendere il suo cammino. Auguro al segretario nazionale e a tutti noi che non tardi a tornare il tempo in cui ciò che giova alla Democrazia Cristiana è ciò che giova al Paese. E ciò che giova al Paese, è la nostra forza, la nostra presenza, tale da impedire che prevalgano gli interessi forti, cioè il “niente” della politica.
Dovremo avere la capacità non tanto di essere qui a Roma ma di essere guide, portavoci, messaggeri là dove deve tornare a vivere la Democrazia Cristiana: in mezzo alla vita. La nostra forza, la nostra fortuna è dovuta alla circostanza che noi siamo un partito popolare: cioè non stiamo sopra ma dentro la volontà popolare.
Per questo dobbiamo ritrovarlo, il popolo e non solo il popolo democristiano certo sono le Istituzioni a integrare il dato popolare, ma resta dei partiti il compito di aggregare tensioni, interessi, valori.

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