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L’economia, il lavoro, l’uguaglianza

L’economia, il lavoro, l’uguaglianza

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L’onda lunga di motivazione alta e consapevole, che, apertasi il 20 novembre 2012 con la celebrazione del 19° congresso nazionale della Democrazia Cristiana, avrebbe meritato una “esplosione” rapida e ricca di visibilità, è venuta, nel corso di questi mesi, come rallentando e acquietandosi.

Sono stati un rallentamento ed un acquietarsi dovuti non a nostra debolezza o incertezza, ma,  essenzialmente, alla inattesa aggressione subita da questa nostra impresa a opera di pervicaci interessi ostili; ostili, essenzialmente, all’idea del risorgere di una politica alta ed organica per l’Italia, capace di togliere peso e potere all’attuale politica senza anima, all’attuale economia senza trasparenza, all’attuale gestione senza responsabilità.

L’ostilità alla ripresa di azione della Dc si è tradotta soprattutto in ricorsi giudiziari, diversamente pretestuosi e ancora oggi in fase di svolgimento. Non ne abbiamo atteso passivamente la risoluzione, né ci siamo intimoriti: abbiamo reagito lucidamente e senza precipitazione. E il punto di arrivo di tale reazione è rappresentato dalla giornata del 26 giugno scorso, nella quale è stata costituita ufficialmente l’”Associazione Democrazia Cristiana”, che degli ideali e degli obiettivi dichiarati dal 19° Congresso assume pienamente il testimone mentre, in parallelo, continua la nostra azione sul piano giudiziario.

Così, la ripresa del cammino di quanti condividono gli ideali democratico-cristiani ha contenuti programmatici di totale chiarezza per il futuro del nostro paese:

  1.      L’economia italiana vive un periodo follemente dominato dalla finanza, invece che dall’impresa e dal lavoro. E’ una economia, si dice, di libero, anzi liberissimo, mercato: così libero che tutti, oggi, in Italia, possono “fare affari”, comprare e vendere imprese, comprare e vendere lavoro, comprare e vendere titoli, venire in Italia a cercare lavoro o andare a trovarlo all’estero, chiedere alle banche finanziamenti e concederli oppure non concederli… Contando su una legislazione altrettanto folle per provvisorietà e scoordinamento strategico. Mai stata, in Italia, tanta “libertà”, mai stata tanta concorrenza, mai stata tanta competitività. Ma selvaggia. “Vinca il migliore, e, alla lunga, vedrete, circolerà tanta ricchezza e si creeranno tante opportunità per tutti”. Così si dice da venti anni. Disastrosamente. Politica, finanza e persino università, in parte preponderante, si sono di fatto alleate in questo “fronte della libertà”. Ebbene, l’Associazione Democrazia Cristiana non è fatta per chi ama un tale concetto di economia: il pensiero democratico cristiano crede in una economia profondamente diversa, al cui centro non siano la finanza e il profitto ma l’impresa e il lavoro. Difende l’imprenditore capace di produrre ricchezza effettiva e non lo speculatore capace di produrre variazioni di borsa e ricchezza fittizia. E vuole che anche la collettività, attraverso lo Stato che la rappresenta, e gestisce per conto di essa la ricchezza collettiva, entri a sua volta con “libertà” nel mercato per difendere la collettività stessa ponendo regole che garantiscano efficienza ma anche etica e preminenza del bene comune, come del resto la costituzione italiana esplicitamente prevede.
  2.      Il lavoro, poi, ha finito, nell’attuale sedicente “economia di libero mercato”, per essere considerato non il cuore dell’economia ma un semplice fattore produttivo fra gli altri, da utilizzare arbitrariamente come strumento congiunturale per una competitività drogata in cui mobilità, cassa integrazione e licenziamento seguono le esigenze del profitto di breve periodo, a spese di una collettività cui peraltro si continua a chiedere di “socializzare le perdite”. L’Associazione Democrazia Cristiana non è fatta per chi ama un tale “mercato” del lavoro: essa è fatta invece per chi pensa che il lavoro è diritto e dovere primo e assoluto della persona umana, dono biblico alla vocazione altissima dell’uomo, tradotto del resto nella costituzione italiana in termini esplicitamente vincolanti, e organizzato in impresa come comunità di cointeressati.
  3.      La medesima logica di “libero, anzi liberissimo mercato” ha sostenuto in questi venti anni che, per dare a tutti un lavoro, occorre che i giovani studino ingegnandosi a scegliere le scuole che vogliono, anch’esse ormai sempre più “competitivizzate” e sempre più lontane dalla missione formativa. Anche con la scuola si possono fare profitti. Ma il messaggio dell’Associazione Democrazia Cristiana non è fatto per chi concepisce in tal modo la missione dello Stato rispetto ai sistemi formativi. La scuola è libera: lo dice la nostra costituzione, la costituzione che proprio noi, cattolici e democratici cristiani, abbiamo scritto e voluto: la scuola “è libera”, e tanto davvero vogliamo: ma non vogliamo affatto che lo Stato dimentichi l’altro precetto della costituzione italiana, anch’esso voluto e scritto da noi cattolici e democratici cristiani: lo Stato ha il dovere di garantire che tutti gli italiani abbiano effettivamente il diritto di raggiungere i più alti livelli di istruzione, compresa quella universitaria. Il che è incompatibile con la logica dei numeri chiusi e con quella dei costi di mercato. Il confronto fra sistemi formativi deve essere affidato alla qualità della offerta formativa data ai giovani per la crescita della loro personalità e professionalità: e lo Stato, questo compito , non può delegarlo a un puro “libero mercato”.

Tutto ciò è necessario affinchè i grandi valori di libertà non siano, ancora una volta, confusi con la libertà di lasciare che i forti schiaccino i deboli e i ricchi depredino i poveri: ma siano ricchezza di opportunità autenticamente diffuse a tutti, affinchè effettivo sia il diritto di ciascuna persona a vivere la dignità di cittadinanza e la solidarietà sociale, da un lato svolgendo con diligenza i propri doveri e dall’altro esigendo con serenità i propri diritti. Non è democratico-cristiano, e non è costituzionale, che un cittadino italiano con la residenza in Piemonte si veda negare le prestazioni sanitarie che un altro cittadino italiano residente in Veneto si vede garantire: questo è infatti il tradimento oggi perpetrato, nei confronti della costituzione italiana e dello spirito sano delle autonomie, da una concezione drammaticamente burlesca del federalismo: ma come potrà mai attuare il federalismo chi non è stato capace di vivere con efficienza le autonomie?

l’Associazione Democrazia Cristiana non porta con sé, per la sua rinnovata scommessa sull’Italia, né slogans tonanti né scheletri negli armadi né santuari propiziatori; essa vuole avere con sé, semplicemente ma potentemente, il passato gigantesco dei nostri padri, di Sturzo, De Gasperi, La Pira, Dossetti, Mattei, Moro, Fanfani, e di tanti altri, che nei primi quarant’anni della repubblica fecero l’Italia grandissima, prospera e solidale. Oggi riprendiamo il cammino proprio da dove lo avevamo interrotto, sulla linea dell’insegnamento di quei padri, e avendo “imparato” anche dai nostri limiti di allora, da quello che fu il periodo meno felice di quella fase della nostra storia, soprattutto dopo la scomparsa di Aldo Moro.

Due pegni diamo oggi agli italiani circa questo cammino che riprende: il primo è costituito dalle proposte ampiamente contenute nella relazione al 19° Congresso della Democrazia Cristiana; il secondo è l’invito, a tutti gli italiani che decideranno di “entrare nella nostra casa comune”, a vigilare fin da subito che nei nostri stessi comportamenti personali, nella stessa esperienza democratica e partecipativa che abbiamo iniziato come Adc, sia la prima testimonianza della credibilità che intendiamo garantire agli italiani sulla nostra proposta di rinnovamento della politica.

Auspichiamo che in ogni comune d’Italia ci sia fin da oggi chi, giovani insieme con anziani, ragazze insieme con ragazzi, semplici lavoratori insieme con quadri dirigenti, voglia incarnare la nuova sfida civile e politica abbracciando questi ideali.

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