Immagine storica della grande depressione americana, con una fila di gente.
Lavoro per tutti: si può, ma dipende dallo stato

Lavoro per tutti: si può, ma dipende dallo stato

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Salvare l’Italia è possibile: basta creare, da subito, almeno un milione di posti di lavoro finanziati direttamente dallo Stato. Sembra un costo, invece è un investimento: perché, al contrario, disoccupazione significa catastrofe. E cioè povertà, perdita della casa, criminalità, denutrizione, abbandoni scolastici, antagonismo etnico, famiglie spezzate.

Luciano Gallino, sociologo ed economista, rilancia la sua proposta nella speranza che qualcuno – governo, partiti, sindacati – si decida ad ascoltarla. Attenzione, avverte Gallino: la disoccupazione è un male ben peggiore del deficit, come ammoniva già vent’anni fa William Vickrey, premio Nobel nel 1996.

Sentir riecheggiare ora quegli avvertimenti nelle dichiarazioni di un ministro di primo piano, scriveva Gallino tempo fa su “Repubblica” in un intervento ripreso da “Micromega”, fa pensare che è giunto il momento di invertire la rotta: nella politica economica e sociale, la creazione diretta di occupazione deve avere un peso non minore di quello attribuito finora al deficit e al debito pubblico. Niente di così difficile: si può fare, e da subito. Ad assumere direttamente almeno un milione di giovani e precari può essere lo Stato, tramite un’apposita agenzia, da creare sul modello adottato dagli Usa per uscire, con successo, dalla Grande Depressione. I disoccupati, continua Gallino, verrebbero reclutati dalla nuova agenzia statale per l’occupazione e poi gestiti, dal punto di vista operativo, dagli enti locali. In quali settori? Quelli utili, e non c’è che l’imbarazzo della scelta: acquedotti-colabrodo, scuole da mettere in sicurezza, riassetto idrogeologico del territorio, tutela dei beni culturali. Tutti impieghi ad alta intensità di lavoro, tutti strategici: lo stipendio oggi, il vantaggio per tutti domani. Salario minimo garantito, 25.000 euro l’anno a testa.

«Volendo cominciare con un numero capace di incidere positivamente sulla situazione – continua Gallino – bisognerebbe ipotizzare l’assunzione di almeno un milione di persone, per un costo totale di 25 miliardi l’anno. Non molto, a fronte dei circa od oltre 7 milioni di persone disoccupate o maloccupate indicate ripetutamente dagli ultimi governi, ma comunque un miglioramento». Risorse: un mini-stanziamento della Bce, che ha da poco “regalato” alle banche qualcosa come un trilione di euro, oppure una piccola patrimoniale “di scopo”, con un prelievo fiscale aggiuntivo, non oneroso, a carico dei redditi superiori ai 200.000 euro l’anno.  Impossibile?

Si dice che nessun paese al mondo ha mai attuato interventi statali su così vasta scala. Falso: interventi del genere, e su scala assai maggiore, sono stati effettuati negli Usa durante il New Deal, quando l’America era prostrata da una disoccupazione che sfiorava il 25%. L’operazione riuscì perfettamente, e gli Stati Uniti superarono la crisi più grave della loro storia. Come? Con l’intervento diretto dello Stato come datore di lavoro.

Washington, ricorda Gallino, creò appositamente tre diverse agenzie statali: la Civil Works Administration, la Federal Emergency Relief Administration e la Works Progress Administration. Agenzie che «diedero lavoro a parecchi milioni di persone al mese, e non per scavare buche che altri poi riempivano». Quegli occupati, continua l’economista dell’ateneo torinese, costruirono o ristrutturarono 400.000 chilometri di strade, 4.000 chilometri di fognature, 40.000 scuole, 1000 aeroporti, e piantarono un miliardo di alberi. Numeri impressionanti: centinaia di migliaia di disoccupati furono avviati al lavoro nel volgere di appena tre mesi dalla creazione di quelle agenzie salva-vita. «Da notare che gli Stati Uniti contavano allora 125 milioni di abitanti, poco più del doppio dell’Italia di oggi: c’è qualche lezione da imparare guardando a quel periodo».

L’élite finanziaria che domina l’Unione Europea non tollera che sia lo Stato a esercitare la sua sovranità garantendo il benessere diffuso che proviene innanzitutto dall’occupazione: gli economisti mainstream, alla Monti, dicono infatti che una proposta come quella di Gallino sarebbe tecnicamente insostenibile. Falso, ribatte il sociologo torinese, mettendo a fuoco i costi reali dell’operazione salva-Italia: se da un lato i servizi per l’impiego costeranno di più, i neo-occupati costeranno meno di 25.000 euro l’anno, «perché vi sarebbero aziende disposte volentieri a pagarne la metà o un terzo». Inoltre, i nuovi assunti cesseranno di percepire sussidi e cassa integrazione: basta incentivarli, in modo che scelgano di lavorare per 1.200 euro al mese anziché restare a casa con 750 euro. Ma soprattutto, nonostante quel che ormai si tende a raccontare, bisogna capire che l’occupazione non è un costo. Al contrario: è un fattore che crea ricchezza, come diceva Keynes, secondo cui il peggiore dei mali è proprio la disoccupazione.

Chi non vuole che lo Stato intervenga per salvare il paese dice che “ce lo vieta l’Europa”, citando il dispositivo di rientro dal debito pubblico previsto dal Trattato di Stabilità, il famigerato Fiscal Compact firmato dal governo italiano a Bruxelles nel marzo scorso. Trattato che dovrebbe entrare in vigore, previa approvazione dei rispettivi Parlamenti, il 1° gennaio 2013. L’articolo 4, osserva Gallino, prevede che un paese con disavanzi eccessivi – ossia con un debito che superi il 60% del Pil – operi “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. E dato che il debito italiano supera il 120% del Pil, sfiorando i duemila miliardi, in teoria dovremmo dimezzarlo, con tagli che lo riducano a 950 miliardi, a colpi di 45 miliardi in meno all’anno: «Quanto basta per assicurare al nostro Paese non solo un ventennio di recessione, bensì di miseria nera, impedendo di destinare alla creazione di occupazione un solo euro». Spirale della deflazione imposta: un tunnel senza uscita. «Resta soltanto da sperare che qualcuno in Parlamento si renda conto di tutto questo”.

D’altra parte, aggiunge Gallino, chi volesse insistere sulla necessità di creare occupazione per evitare guai nel prossimo futuro, potrebbe trovare appoggio proprio nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea, che secondo alcuni giuristi il Fiscal Compact «calpesta in diversi modi», smentendo la stessa “costituzione” europea. La versione consolidata del primo fondamentale trattato, perfezionata solo nel 2008, contiene infatti una “Dichiarazione concernente l’Italia”, secondo cui le parti contraenti impegnano le istituzioni comunitarie a considerare, proprio ai fini dell’applicazione del trattato, “lo sforzo che l’economia italiana dovrà sostenere nei prossimi anni, e l’opportunità di evitare che insorgano pericolose tensioni, in particolare per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti o il livello dell’occupazione”. Tensioni, avverte il documento fondativo europeo, che “potrebbero compromettere l’applicazione del trattato in Italia”. Dunque, far assumere dallo Stato un milione di lavoratori è possibile: non è vero che “ce lo vieta l’Europa”, ma solo lo sciagurato Fiscal Compact.

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