La vocazione al lavoro, secondo Giorgio La Pira

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di Roberto Paolucci, dagli appunti presi in una relazione del Prof. Ugo De Siervo, a Loppiano, nel settembre u.s

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A proposito di lavoro, vorrei ricordare Giorgio La Pira e qualche riferimento alla Costituente del 1948, quando venne approvata la nostra Costituzione.
La Pira diceva, il poeta è un lavoratore, le persone che si dedicano alla contemplazione della divinità e all’ascesi, sono lavoratori, hanno scelto un’attività, che non è materiale, e ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. C’è poi questa volontarietà, il lavoro è un dovere, ma un dovere che esercita secondo le proprie vocazioni e possibilità. E’il lavoro un diritto e un dovere (articolo 4), articolo che suscita molti equivoci perché la repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto; poi dice che ogni cittadino ha il dovere di svolgere il lavoro. Il sistema deve garantire l’interdipendenza dei soggetti e nessuno può tirarsi indietro; Il nostro sistema costituzionale non è un sistema di aree geografiche più ricche, che tenderebbero a chiudersi nel loro egoismo sociale o individuale, “come dire noi non vogliamo mantenere quella categoria, o quella disgrazia non riguarda lo Stato e noi siamo altra cosa”. No, le grandi democrazie vivono di diritti e di solidarietà che non distribuisce i diritti soltanto, ma è fondato su un principio che è bene espresso dall’articolo 2. Questo articolo 2 fu definito da Aldo Moro “la chiave di volta della nostra Costituzione”, un’essenza dei principi fondamentali: la repubblica, cioè l’ordinamento riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, cioè le comunità naturali in cui l’uomo esiste, hanno i diritti. Ma subito dopo, questo articolo continua, la repubblica garantisce i diritti inviolabili e richiede l’adempimento (questa seconda parte non viene mai purtroppo ricordata) dei doveri inderogabili, cioè che non possono essere contraddetti, di solidarietà politica, economica e sociale. Cioè i cittadini, nella convivenza di un grande Stato democratico, sono titolari, anzitutto dei diritti, ma al tempo stesso sono tenuti a tutta una serie di doveri, che la Costituzione definisce, inderogabili, che non possono essere contraddetti, inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale. E’ per questo che si polemizza contro i cittadini, magari di un’area geografica più ricca, che tenderebbero a chiudersi nel loro egoismo sociale o individuale, dicendo magari “quelli non li paghiamo o non li manteniamo, oppure quella disgrazia riguarda lo Stato, ma noi siamo altra cosa”; no, le grandi democrazie vivono di diritti e di solidarietà. Il sistema deve garantire l’interdipendenza dei soggetti e nessuno, soprattutto i più favoriti, possono tirarsi indietro. Perché è particolarmente grave l’egoismo sociale, di alcuni strati sociali? Non solo perché si creano delle situazioni di ingiustizia, ma perché si contraddice uno dei principi fondamentali della convivenza, che è quello della solidarietà. Allora, il lavoro è una cosa che bisogna poter esercitare, la repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Cioè le Istituzioni, lo Stato non può lavarsene le mani della crisi sociale, della mancanza di lavoro, deve creare, deve inventare, deve costruire situazioni che favoriscano il lavoro. Ma dall’altro, il cittadino ha il dovere, se pur mediato dalla sua scelta libera, di esercitare un’attività o una funzione utile alla collettività. Nessuno può ritrarsi dalla convivenza. Ma, non è solo questo. Ci sono tanti valori nella convivenza, ma uno viene colto da tutti come quello dominante. Ciò che ciascuno di noi può dare in più alla convivenza ha delle conseguenze, nella stessa Costituzione. Conseguenze che hanno assonanze col Vangelo. L’articolo 36, ad esempio. Le antiche costituzioni non parlavano delle retribuzioni, non parlavano di lavoro, né di istruzione, e la nostra Costituzione, ad esempio, parla del diritto alla istruzione, dice che fino a una certa età c’è la frequenza nelle scuole che può essere agevolata o addirittura è gratuita. Pensiamo che nel 1861-62 nasce l’obbligo scolastico, dallo stato italiano liberale, che riguardava le prime due classi, dopo qualche anno le prime tre classi; i bambini prima non andavano a scuola se non presso le parrocchie o presso le varie iniziative private, ma non c’era una struttura pubblica scolastica, oppure sopportando gli oneri relativi per le prime due classi, poi per le prime tre e non deve meravigliare che ancora alla fine dell’800 la stragrande maggioranza dei cittadini non sapesse né leggere né scrivere. In questa costituzione non solo si parla di istruzione o di diritto alla salute, ma sul lavoro si dice “la retribuzione deve essere in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. L’esperienza repubblicana è riuscita a costruire un livello minimo di retribuzione, cioè non si può pagare al di sotto di una certa soglia, attraverso il meccanismo dei contratti collettivi. La proporzione è fatta non solo in proporzione a ciò che si fa, all’opera che io do, ma ha uno zoccolo, nella retribuzione, non elastica, non flessibile, garantisce il minimo vitale. La stessa tecnica si usa quando si dice che si tutela il lavoro dei minorenni. Una delle peggiori caratteristiche dell’epoca liberale era quello del lavoro minorile, che in alcune aree geografiche e in alcune zone sottosviluppate voleva dire mandare i bambini dodicenni, quattordicenni nelle miniere o impiegati nei lavori dei campi, senza tutele, senza retribuzione, senza durata di orari. Nella costituzione repubblicana noi troviamo che la legge fissa la durata massima della giornata lavorativa, cosa che a noi può sembrare ovvia, ma che non c’era nemmeno nella legislazione ordinaria, la tutela della donna lavoratrice e i minori che lavorano. Noi troviamo impostati nella costituzione alcuni pezzi che erano elusi dalla realtà economico-sociale. Poi c’è l’articolo 38 che si riferisce alla assistenza sociale per inabili e prevede interventi a tutela in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria, tutte cose che non esistevano se non in alcune istituzioni pubbliche di beneficienza, in alcuni interventi sul volontariato o su scelte di generosità di singole persone. Noi troviamo nella nostra costituzione affermato non solo il primato del lavoro, ma si cerca di inserire, se pure a spezzoni, gli istituti fondamentali di tutela del lavoro…(continua)

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