Moro.....
LA VITTIMA

LA VITTIMA

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L’immagine che mi si presenta, quando penso ad Aldo Moro, non è quella dell’uomo politico che dominava l’assemblea col suo periodare disteso, non facile, profondo, che molto silenzio e attenzione imponeva, non quella del suo incedere severo e pensoso che suscitava ad un tempo soggezione e confidenza, ma quella del condannato: umiliato, mortificato con alle spalle la stella a cinque punte, la camicia bianca lacerata e quel volto chiuso nella solitudine della separazione dall’esistente.

Di fronte a quel volto l’impotenza, l’inutilità, il coraggio insufficiente, la paura di osare, il dolore di non potere, di non volere: l’angoscia.

Per il suo grande amico, “…quell’uomo mite e buono…”, Paolo VI ha urlato parole di drammatico, figliale risentimento verso il Padre che sta nei cieli. Qualcosa di elevato, di generoso andava a morire in noi, quel giorno.

Moro dovrebbe costituire il riferimento di ogni esperienza politica: modelli di comportamento, spazi di riflessione, scuola di dialogo, comprensione, tolleranza; non inimicizia, supponenza, non arroganza. Queste virtù costituivano il tratto di distinzione, il profilo di Aldo Moro.

Non era, Moro, un uomo freddo, privo di sentimento e tutta ragione. La famiglia, i suoi studenti, i suoi amici, certamente la Chiesa, sono stati il campo di attività affettiva, umana e spirituale più alto.

Da quel campo ha coltivato, uomo di fede mai avvolta nella bandiera dell’integralismo e mai espressa in un ritualismo conformista senz’anima, un elevato senso di sofferenza e di carità nella politica.

Non solo maestro di cultura del diritto, ma di quella visione che lo portava a intuire e indicare il cammino sul quale ci avrebbe tutti guidato. Moro aveva parlato della “strategia dell’attenzione” molto tempo prima dello strappo di Berlinguer da Mosca. Parole con le quali intendeva dire che ci si stava lentamente avviando verso il tramonto dell’ideologia comunista.

I fatti che hanno scosso il Paese, finalizzati a delegittimare il sistema, a generare condizioni di emergenza politica e costruire la “strategia della tensione”, sono sembrati svolgersi sotto la regia di presenze occulte di cui poco si sa e molto si sospetta: corpi separati, deviati, inquinati, logge…

E’ la storia parallela tra la politica democratica, se pur talvolta contaminata, dei partiti e quella delle trame che appare più forte delle Istituzioni, delle forze sociali, delle buone volontà politiche.

Di fronte a questi eventi, il Partito Comunista avrebbe potuto rappresentare una risorsa di difesa della democrazia, l‘occasione per completare la sua revisione e avviare il progetto della “democrazia compiuta”. In questa luce va giudicata la “solidarietà nazionale”: possibile punto d’incontro amplificato tra Stato e classi popolari, premessa dell’alternanza.

Moro sarà la vittima della strategia della tensione, della solidarietà nazionale, dell’aver ingenerato, anche sul piano internazionale, riserve sull’apertura verso il PCI tali da mettere in discussione equilibri interni ed aree politiche codificate dal patto di Yalta.

Il richiamo al potere di chi tramava per rovesciare il sistema, combatteva per la nuova rivoluzione, e memoria della trepidazione, delle incertezze e paure che investivano il Paese.

Avevamo paura e coraggio. Paura perché non si sapeva chi fosse il nemico, chi movesse le fila delle stragi, chi alimentasse gli opposti estremismi. Coraggio perché avevamo deciso, comunque, di resistere e sfidare il nemico invisibile.

Nelle riunioni di partito su questi temi si esprimevano con intensa partecipazione diverse prospettive, con un linguaggio che richiedeva una chiave di interpretazione che, a noi giovani, mancava. Quando prendeva la parola Moro qualcosa si intuiva. Emergeva, col fascino dell’uomo la fiducia unitamente al disagio di non poter comunicare con lui: troppo giovani per pretendere un dialogo, troppo grandi le disuguaglianze di esperienza, responsabilità e intelligenza politica.

Gianni Fontana

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