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La elevata pressione fiscale Non è sempre indice di uno Stato socialmente avanzato

La elevata pressione fiscale Non è sempre indice di uno Stato socialmente avanzato

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Da un’analisi de Il Vostro su dati Ocse e Gallup emerge nei paesi occidentali una stretta correlazione tra tasse sul lavoro e felicità. Dove si pagano meno imposte la gente è più soddisfatta della propria vita. Perché, anche quando vengono usate bene, le tasse portano comunque via la libera scelta, e con essa una parte del nostro “sentirci bene”.

Non stiamo parlando della ovvia scelta tra pagare più o meno tasse. Tutti preferirebbero pagarne di meno. Ma se dovessimo scegliere tra vivere in un paese che ci chiede tanto in imposte sul lavoro (e che ci promette molti servizi in cambio) e uno che invece ci chiede e ci offre poco, allora faremmo molto meglio ad andare a vivere dove si pagano meno imposte. Saremmo più felici. Da un’analisi condotta recentemente su dati Ocse e Gallup emerge infatti una correlazione negativa (-0.50 per gli amanti della statistica) tra tasse in busta paga e felicità dei cittadini. Cioè, la gente è più contenta dove si pagano meno imposte sul lavoro, anche se riceve meno servizi. Un fenomeno che probabilmente affonda le sue radici nella perdita di libera scelta che avviene quando lo stato ci impone di pagare delle tasse per servizi che magari non vogliamo.

L’analisi ha esaminato paesi con caratteristiche socio-economiche simili all’Italia. Sono state quindi prese a campione le economie industrializzate Ocse escludendo le economie a forte stampo social-democratico (Scandinavia) e quelle dell’estremo oriente (Giappone e Corea). Per ogni paese sono stati incrociati i dati Ocse sulle tasse in busta paga con quelli dell’indice di benessere Gallup, che misura quante persone in ogni paese siano molto soddisfatte della propria vita. Il risultato è una nebulosa di punti con chiara tendenza a scendere e una correlazione abbastanza forte ad indicare che dove le tasse sono più alte la gente è meno felice.

Da notare che, escludendo il Portogallo, il quale in termini statistici verrebbe considerato un campione anomalo dato che la crisi ha fatto crollare il suo indice di benessere a un misero 14%, la correlazione tra tasse sul lavoro e felicità sale addirittura a -0.69, indicando cioè una forte relazione tra tasse e infelicità.

I ricercatori spesso avvertono che la presenza di una correlazione non dimostra necessariamente  un nesso causale, e questo vale anche per l’analisi in questione. Ci sono però due elementi che fanno pensare che tasse sul lavoro più basse possano davvero avere un effetto benefico per la gente. Il primo è che, sembra, raggiunto un certo limite l’imposizione di ulteriori tasse non va più a finanziare l’erogazione di servizi ma semplicemente ad alimentare la corruzione e l’inefficienza della pubblica amministrazione. Prova ne è che più le tasse sono alte in un paese, più la gente ritiene “corrotto” il sistema (di nuovo i dati sono di Gallup e Ocse). In secondo luogo, pagare le tasse ci toglie una parte di libertà, perchè invece di decidere noi come usare i nostri soldi li diamo “in gestione” allo Stato che deciderà per noi (ad esempio investendo in un certo modo i soldi della nostra pensione quando noi vorremmo investirli altrimenti). Ma questa perdita di libertà ha un grande influsso sul nostro benessere psicologico: molti studiosi rilevano come la possibilità di scegliere (e magari anche di sbagliare) sia una componente fondamentale del benessere psicofisico.

Ovviamente ci sono casi in cui a tasse alte corrispondono cittadini soddisfatti, come in Scandinavia. Ma in paesi più “normali”, come quelli di retaggio latino o come i paesi anglosassoni, dove l’amministrazione pubblica non è sempre affidabile e dove il senso di coesione sociale è forse minore, le tasse in busta paga portano meno felicità.

 

 

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