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La disordinata resilienza del mondo cattolico e la rinnovata speranza di una “democrazia cooperativa” – Giuseppe Ecca

La disordinata resilienza del mondo cattolico e la rinnovata speranza di una “democrazia cooperativa” – Giuseppe Ecca

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Dopo il Brexit inglese e le elezioni amministrative italiane

E’ assolutamente indispensabile essere chiari: no, non voleva rappresentare la semplice e semplicistica rinascita della storica Democrazia Cristiana, quella grande manifestazione che nel novembre 2012 gremì, a Roma, l’Auditorium della Confindustria con persone di ogni età e condizione, venute da tutte le regioni d’Italia per riproporre attivamente al paese il patrimonio della esperienza e della cultura dei cattolici democratici nella storia italiana, dopo le miserevoli risultanze e le disillusioni di quella che è stata chiamata seconda repubblica: una “seconda repubblica” che, tra pseudoliberismo anarcoide in economia, e distruttivo berlusconismo morale in politica, ha così profondamente ingannato gli italiani e impoverito, soprattutto culturalmente, l’intera nazione.
Era, piuttosto, l’impegno a ripensare e rivitalizzare in chiave di ventunesimo secolo tutta la più vasta e complessiva ispirazione che fu di Rosmini, Toniolo, Sturzo, De Gasperi, Dossetti, La Pira, Gonella, Olivetti, Mattei, Moro, e i tantissimi altri che costruirono la modernità più avanzata e socialmente moderna del nostro paese per oltre un secolo, e più sinteticamente fra l’Opera dei Congressi e la morte di Aldo Moro: testimoni e maestri dei quali può sostanzialmente considerarsi epigono rappresentativo, per elevatezza di storia e valori di riferimento, anche l’attuale presidente della repubblica Sergio Mattarella. Una idealità che andava dunque ben oltre la Dc storica, dalla quale prendeva spunto formale, e che ricomprendeva al suo interno.
Ed è importantissimo aggiungere subito che tutta quella lunga e complessa storia fu segnata, oltre che dalla intrinseca ricchezza della ispirazione cristiana, dal dialogo permanente e dalla alleanza strategica decisiva (a quel livello di personalità morali e culturali questa è infatti possibile e benedetta) con i migliori esponenti delle sensibilità laiche più avanzate ed elevate (pensiamo a Einaudi, o a Pertini, o a Calamandrei, o a Parri, e a tantissimi altri). E trovò inveramento finale massimo attraverso la Costituzione Repubblicana con essi sinergicamente elaborata e posta a fondamento morale, politico e culturale dell’Italia.
E’ una storia complessiva nella quale ritroviamo la nostra origine ideale, e non temiamo di riconoscerne l’ultima e più consistente espressione storica di sintesi proprio in quella che fu la grande Democrazia Cristiana, che governò il nostro paese dal 1946 al 1978 e oltre, sostanzialmente fino appunto alla morte di Aldo Moro. Fu la esperienza di gran lunga più fertile di risultati per la crescita e lo sviluppo dell’Italia e della sua democrazia nei cento anni già citati, e anzi dall’unità d’Italia: il che non ci impedisce affatto di riconoscere, d’altro lato, che gli ultimi quindici anni successivi alla morte di Aldo Moro, soprattutto, palesarono, in essa come in tutto il tessuto del paese e della sua classe dirigente, limiti, errori e inadeguatezze di singoli e, in qualche momento, della organizzazione complessiva, che ne determinarono il rapido e persino inglorioso declino.
Sentiamo in tal senso piena chiarezza di responsabilità e pieno dovere di verità, ma non retrivi sensi di colpa; sentiamo i meriti ed i demeriti degli altri insieme con i nostri, senza dogmatismi unilaterali; sentiamo la complessità di tutta quella storia e di tutta la storia italiana, come di tutta la storia umana, e sentiamo i nostri diritti e i nostri doveri di fronte ad essa.
La ripresa di iniziativa di quel novembre 2012 voleva essere, dunque, ponte di passaggio coerente e forte della parte migliore di tutta tale eredità, verso una nuova, potente iniziativa e soggettualità politica di ispirazione cristiana, ma pensata e adeguata alle esigenze del ventunesimo secolo, in chiave permanente di “bene comune”. Un sogno che, sorretto da documenti politici preparatori di cui in questi anni ci sembra
raro vedere consimili per ampiezza di orizzonte e organicità di contenuti (chi vi ha partecipato ha presenti, in particolare, i documenti approvati per quell’assise e per le successive assise del San Sisto e del Mantegna), è stato però fermato rapidamente, e senza mezzi termini, da opposizioni e ricorsi presentati alla magistratura da parte di tanti controinteressati, impauriti, a vario titolo, dalla ipotesi di ripresa di un pensiero e di una etica alti nella politica italiana: controinteressati ansiosi di mantenere le posizioni di potere o di rendita acquisite nella “seconda repubblica”, vecchi pescecani, anche democristiani, già bruciati nella prima repubblica e riciclatisi nella seconda in posizioni varie di potere, qualche alligatore di corto raggio ma attaccato con denti d’acciaio al banchetto di una seconda repubblica voluttuosamente facile da spolpare, e persino giovani pescecani educati dai pescecani antichi; e, non ultimi, vari fantasmi terrorizzati dalla idea che l’iniziativa potesse riaprire il dolorosissimo e tenebroso capitolo intitolato Dove sono finiti i beni del patrimonio della Dc storica? Gli oltre cinquecento immobili, e il resto…

Avemmo da rilevare, nella magistratura cui si fece ricorso, e nelle sue decisioni di blocco dell’iniziativa, una grande attenzione formalistica al diritto delle procedure, e un’attenzione minore alla giustizia ed all’equità sostanziale, che ne sono il fine ineliminabile. Questa è la nostra opinione. Ma riteniamo serenamente che si tratti ormai di acqua passata. Del resto, molti di noi sapevano che quasi certamente questo primo passo formale del rinnovato cammino sarebbe finito così: lo sapevano anche dai ghigni piuttosto ironici circolanti negli ambienti politici tutte le volte che, facendo capolino per esplorare la possibilità di reinsediarsi, i controinteressati all’iniziativa si sentivano rispondere da noi con l’invito a sedersi, come tutti gli altri, in ultima fila e sottomettersi alle regole di una democrazia semplice e totale. “Come se don Sturzo o De Gasperi o Pertini o Einaudi fossero ancora fra noi: proprio così…”. E’ in tale democrazia partecipativa piena, infatti, che tuttora noi crediamo, anche se quei ghigni suonavano chiaramente come un avvertimento significante “sognate e giocate: al momento opportuno sapremo noi come fermare il sogno ed il gioco…”.
Proprio perchè idee e ideali profondi tendono a essere resilienti, cioè più forti di ogni corruzione, di ogni mafia, di ogni clientela, di ogni parassitismo, ed anche di ogni dubitabile formalismo burocratico-legale, il movimento bloccato fu ripreso immediatamente e decidemmo la semplice costituzione di Adc: l’Associazione per una democrazia cristiana, che, nel 2013, pensammo e realizzammo proprio per superare il citato blocco giuridicistico; e anche per togliere di mezzo definitivamente quella vecchia e semplicistica immaginazione di qualcuno, secondo la quale adesso torna la Dc… Sostanzialmente si trattava della medesima idea organizzativa del novembre 2012, con il medesimo statuto, con i medesimi scopi, con gli stessi valori dichiarati: ma con un nome appena diverso e con un’accentuazione appena più genericamente culturale. Un semplice modo giuridicamente corretto per superare una normativa giuridica che appariva in realtà cavillosamente antigiuridica dal punto di vista sostanziale, costituzionale e valoriale. E riprendemmo così a progettare attivamente “futuro di bene comune”.
Adc tuttora è viva e opera, avendo in mente e nel cuore una Italia:
a. meno individualista e più solidale;
b. meno speculativa e più produttiva;
c. meno finanziaria e più cooperativa;
d. meno robotizzata e più umanistica;
e. in una Europa meno bancaria e più lavorista.
Insomma, l’Italia del grande cammino ideale che fu già iniziato da quella tradizione e da quei padri che prima citavamo, e che fu testimoniato dalle loro vite personali e dalle loro realizzazioni prima ancora che dalle loro parole (la grande Autostrada del Sole in cinque anni, la prima al mondo, l’alfabetizzazione totale del paese, l’Eni di Mattei e dello sviluppo energetico condiviso con i paesi poveri, lo stato sociale, la sanità aperta a tutti, l’economia trasformata da prevalentemente agricola e arretrata a prevalentemente industriale e avanzata, la piena occupazione come obiettivo diretto, la partecipazione dei lavoratori nella impresa, l’impresa olivettiana e la concezione comunitaria…).
Ma cosa è, in fondo e in essenza, questa rinnovata visione valoriale della società per il ventunesimo secolo, che torna a esprimere in realtà, oggi, la nostra visione sostanziale di sempre, arenatasi negli ultimi
decenni per la nostra stessa debolezza e per il crollo contestuale di sistemi formativi, classe dirigente e cultura, in Italia e nel mondo?
In fondo e in essenza, io penso che potremmo chiamarla anche una visione di Democrazia Cooperativa, nel senso più pregnante. Anzi, noi la chiameremo senz’altro così: la sigla Adc viene da noi letta anche come “Associazione per una Democrazia Cooperativa”, abbreviabile semplicemente come Democrazia Cooperativa. La quale esprime in sé i valori della persona e della comunità insieme, della solidarietà e della ricchezza irripetibile degli individui congiuntamente, del dialogo e della capacità di decidere con la partecipazione di tutti, della certezza delle regole e della garanzia di pari dignità per tutti, di diritti mai scindibili da doveri e viceversa.
Amici ancorati a schemi culturali di tipo novecentesco, e anche ottocentesco, si macerano e dissertano se questa ripresa di idealità sul piano operativo debba chiamarsi piuttosto “partito politico” o “movimento” o “area” o “associazione culturale” o “esperienza prepolitica” o altro. Francamente, nel ventunesimo secolo questo è un quesito che riteniamo non abbia alcuna importanza seria. Noi intendiamo essere una esperienza associativa (sostanzialmente i partiti politici sono associazioni, i sindacati dei lavoratori sono associazioni, le organizzazioni prepolitiche sono associazioni, le esperienze di volontariato sono associazioni…), radicalmente democratica (molta meno piramide e molta più base), profondamente pluralista (la ispirazione è valorialmente cristiana ma fra noi c’è da sempre, originariamente e intrinsecamente, larghissimo spazio ed apporto di amici di sensibilità e tradizione repubblicana-mazziniana, liberale-einaudiana, socialista-riformista, e altri di valori non dissimili), antropologicamente personalista e comunitaria (ha valore la persona in quanto tale, e la collettività è naturalmente una comunità solidale di persone), fondata, quanto a cultura economica, sul diritto e dovere del lavoro quale condizione precettiva dettata dalla costituzione repubblicana, e non semplicemente quale enunciato programmatico o auspicio morale.
Non siamo confessionali né collaterali, in nessun modo: anzi, siamo laici nel senso più grande, come lo erano Sturzo e De Gasperi e Moro, e siamo in sintonia profonda con le anime laiche che hanno espresso ed esprimono il nostro stesso sentire umanistico e politico.
Il nostro assunto operativo di base, e la nostra differenza competitiva nell’attuale dibattito politico, sta nel fatto che questa proposta dichiara il suo valore e la sua affidabilità nella misura in cui noi stessi, che vi partecipiamo per scelta fondativa, ne testimoniamo la validità, innanzitutto, nella nostra stessa modalità organizzativa e comportamentale quotidiana.
Scommessa alta? Sì. Se così non fosse, non varrebbe la pena. Non vale la pena, cioè, costruire un’altra, la ennesima, piccola entità che presume di voler fare politica e parlare di politica e di cultura al paese, traducendo la sua prosopopea in un miserabile grumo ulteriore di piccoli appetiti in un piccolo gruppo di ambiziosi della politica e del successo. Magari (così almeno alcuni di loro segnalano puntigliosamente) con un monsignor protettore, vero o presunto, accroccato in qualche anfratto di sagrestia, da esibire all’occorrenza e da ubbidire con parsimonia. Noi siamo cattolici, non clericali. Non vale la pena, dunque, fare nuovi partiti come quelli attuali. Ce ne sono fin troppi. Proviamo a essere differenti, di quella differenza competitiva che passa per la credibilità con la quale alle parole facciamo corrispondere effettivamente e obbligatoriamente i comportamenti, anche personali. Senza eccezioni. E lavoriamo per una società che abbia al centro assoluto della sua attenzione e delle sue politiche la persona, il suo diritto e il suo dovere al lavoro, la società solidale, la famiglia, la comunità. Quella comunità che tanto stava a cuore a Olivetti, e che egli testimoniò innanzitutto proprio in economia. Che voleva dire umanesimo pieno. Noi non parleremo neanche di “nuovo umanesimo”, come alcuni amici pure carissimi, non solo cattolici, ci invitano a fare. Parliamo semplicemente di umanesimo. Quello di sempre: la centralità della “umanità” individuale e collettiva che è in ogni persona. In dimensione totale: materiale, culturale, spirituale. Questo chiamiamo appunto Democrazia Cooperativa.

Siamo da poco usciti da una tornata elettorale amministrativa che ha richiamato bruscamente il decotto pollaio della politica italiana sulla drammatica stanchezza del paese verso la sua classe dirigente: apparati e frasi fatte, di destra, di centro e di sinistra, sono stati sconfitti senza remissione da un risultato che grida “cambiamento e nuova trasparenza”, ma con assunzione diretta di responsabilità. Anche noi abbiamo concorso variamente a questo esito, ciascuno secondo la sua sensibilità personale. Del resto, storicamente ciò avvenne già con il Partito Popolare di Sturzo e con la Democrazia Cristiana di De Gasperi: determinarono cambiamenti epocali per il paese in difficoltà. Allora questo avvenne con la costituzione di partiti politici: la nostra azione di oggi si esprime invece nel semplice impegno personale di ciascuno, che tuttavia è impegno in cammino per costituire insieme un filo di collegamento sempre più potente in vista di trasformarsi in rete nuovamente capace di tessere buona ed organizzata politica per il bene comune in senso totale. Con porte aperte a ogni persona di uguali ideali e di buona e coerente volontà. Una Democrazia Cooperativa, ancora una volta.
Senza confini. Neanche geografici. E’ appena stata decisa dai cittadini britannici l’uscita del loro paese dall’Unione Europea. E’ evento che dispiace, ma non è affatto una tragedia (e in questo dissentiamo dall’oceano di piagnoni che ci circonda), anche se andranno affrontati problemi tecnici e politici di evidente delicatezza e complessità per gestire la nuova situazione. In fondo, fin dai tempi dell’Efta, la Zona Europea di Libero Scambio, costituita proprio a iniziativa della Gran Bretagna in alternativa alla Piccola Europa di allora, che parlava ancora di ideali e di solidarietà alla maniera dei padri fondatori, il governo di Londra non ha mai nascosto il suo pragmatico scetticismo in materia di ideale europeo, e la sua convinzione limitata alla collaborazione economica. Alla lunga l’Efta perse il confronto, anche sul terreno economico, e la Gran Bretagna avviò il suo ingresso nella Comunità. Simile scetticismo, e simile cammino successivo, caratterizzò l’atteggiamento di altri paesi che con l’Inghilterra mostravano di capirsi meglio su questa sensibilità prevalentemente economicistica, a cominciare dalla Danimarca. Da allora è iniziata anche la lunga, lenta e costante deriva del declino dell’ideale europeo, che oggi predomina a Bruxelles, e che non è certo soltanto responsabilità inglese. L’esito del referendum britannico dispiace, appunto, ma è nello stesso tempo una occasione provvidenziale per affrontare con onestà fra tutti gli europei l’idea di fondo dell’Europa, da recuperare come la pensarono i nostri padri e come noi l’abbiamo sempre sognata. Una rivisitazione che potrà tornare utile, in futuro, alla stessa Gran Bretagna ed ai suoi destini europei, che noi non dimentichiamo (e che ci vede perciò tanto più vicini a quella gigantesca parte del popolo britannico che ha votato per restare nell’Unione). Democrazia Cooperativa è anche questo orizzonte di memoria e di permanente volontà solidaristica leale e forte, ma nella indispensabile chiarezza del cammino.
Giuseppe Ecca
Giugno 2016.

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