La Democrazia Cristiana, come ripartire nel presente

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La Democrazia Cristiana, come ripartire conoscendo il momento presente.
Di Roberto Paolucci

Vorrei iniziare questo mio breve intervento con una provocazione. Noi siamo qui a celebrare, in amicizia, la ripartenza di un partito, dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo, alla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, fino ad Aldo Moro e storicamente fino al 1993 e ci domandiamo allora se noi siamo pronti, non dico degni, di costituire quel seme, quel germe, che poi morendo in terra, potrà, soltanto allora, essere la spiga di rigenerazione della politica, al giorno d’oggi. Il seme, quando muore sotto terra, come ci indica il Vangelo. Siamo noi allora in grado di essere quel germe di grano che nella umiltà dell’abbandono e della fiducia in qualcosa di grande e di profondamente umano e cristiano, può contribuire alla ripresa di una vera politica, al servizio della gente, in difesa dei beni comuni, nella centralità e dignità della persona, secondo la nostra Costituzione che è anche il riflesso della Dottrina Sociale della Chiesa?
Facciamo ciascuno un esame di coscienza.
Se allora la buona volontà ci spinge ad essere convinti che il nostro compito ha un valore da condividere insieme, nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che non siamo ancora pronti ad assolvere un impegno così gravoso, nonostante la nostra buona volontà e la nostra predisposizione a dare una testimonianza concreta e onesta. Questo non significa rinnegare ciò che abbiamo cercato di fare, cioè assumersi la responsabilità di farsi promotori della ripartenza della Democrazia Cristiana storica e questo non significa nemmeno ritenere che i nostri avversari politici siano più pronti di noi. Noi vediamo infatti che essi non affrontano con profondità e capacità i grandi problemi odierni, limitandosi a slogan di una superficialità disarmante e rinunciano a dare alla gente quelle risposte che possano poi sfociare in azioni concrete e risolutive in riferimento ai grandi disagi della nostra società attuale: la crisi della famiglia, la mancanza di lavoro, la non libertà dell’impresa soffocata da una elevatissima tassazione di oltre il 70% del suo fatturato. E questo avviene in un momento in cui le nostre imprese, prevalentemente, al 98% piccole e medie, alimentano una capacità di esportazione altissima, superiore, in proporzione, a qualsiasi altro stato, per numero di abitanti. I nostri giovani preferiscono ripercorrere il cammino dei nostri avi, emigrando all’estero in cerca di un lavoro che li vedrà sicuramente protagonisti, portando in terra straniera lo spirito di sacrificio, di mentalità italiana, che ci ha sempre contraddistinto; i giovani laureati di alta professionalità e inventiva che ogni anno abbandonano, circa tremila, il nostro territorio e che costano alla comunità oltre 7 miliardi all’anno, vanno a trasformare le loro invenzioni in innovazioni, regalando ad altre comunità i nostri e i loro sacrifici. Noi ci rendiamo conto che l’attuale situazione sociale, economica e politica è conseguenza di tre fatti importanti che si sono verificati soprattutto dal 2001 in poi, quando siamo passati dalla terza alla quarta rivoluzione industriale, chiamata anche rivoluzione delle tecnologie convergenti, perché la robotica, l’elettronica, la genetica si sono integrate e si è creata la destrutturazione del modo di produzione. La cosiddetta globalizzazione è un processo che non ha origine nella economia, almeno inizialmente, ma nella politica. Nel novembre del 1975, infatti, nel castello di Rambouillet, a Parigi, si tenne il primo G6, il primo summit dei sei paesi più avanzati del mondo, Usa, GB, Germania, Francia, Canada e Italia. Questi sei paesi presero la decisione di avviare quel processo, chiamato poi dal giornalista americano Fedor Levit, nel 1983, globalizzazione. Con la globalizzazione avviene che l’oggetto delle transazioni internazionali non sono più soltanto gli Output, cioè le merci, i servizi, ma diventano oggetto di scambio, di importazione e di esportazione, anche gli Input, cioè i fattori della produzione e segnatamente il lavoro e il capitale e, soprattutto, i diritti, anche i diritti umani vengono trattati alla stessa stregua delle merci. E’quello che osserviamo nella vicenda dei 500 dipendenti della Embraco, che vuole trasferire in Slovacchia la fabbrica, perché là il lavoro costa meno. Questo spiega che la globalizzazione è veramente qualcosa di nuovo rispetto al passato e non è soltanto, come i nostri attuali partiti vorrebbero fare intendere, un miglioramento dei livelli di produttività, di scambio di nuove merci; magari fosse stato cosi, ma ha avuto tre conseguenze fondamentali.
La prima è la rottura, la destrutturazione del rapporto capitale lavoro. Oggi il capitale ha rotto l’alleanza col lavoro, perché se non lo trova a casa, dove costa troppo, o lo fa fare ad altri o lo delocalizza: a Timisoara, in Romania, ci sono oltre 5000 imprese italiane e tra Verona e Timisoara ci sono ben 4 voli al giorno. Ci sono poi i robot, che non fanno sciopero e fra 20 anni il 56% degli attuali lavori saranno cancellati.
La seconda implicazione è la trasformazione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario. Oggi il capitalismo industriale non esiste più, perché le leve del comando ce le ha la finanza. Nel 2015 il volume mondiale degli attivi finanziari superava di 12 volte quello del PIL mondiale: cioè il volume finanziario dell’economia oltrepassava di 12 volte il volume reale e produttivo. La crisi scoppiata 10 anni or sono è figlia della finanziarizzazione speculativa del capitale. L’implicazione che ne deriva è che il capitalismo finanziario, succeduto a quello industriale, ha sostituito la cultura del profitto a quella della rendita, perché la finanza non produce profitto, produce invece la rendita e la rendita è, per sua natura, parassitaria, cioè non è più generativa, come invece era il profitto. In altre parole, mentre il profitto, come il salario, erano produttivi, perché venivano reinvestiti e contribuivano a fare girare l’economia reale, la rendita rimane improduttiva. Perché, chi si arricchisce nella speculazione finanziaria, non dà nessun contributo: o perché si affida alla fortuna, come quando si vince alla lotteria, oppure non ha scrupoli morali e quindi si butta in operazioni che fruttano 10-20 volte tanto quanto è stato investito. Non solo, ma questo sistema di cose ha incrementato il fenomeno delle diseguaglianze, come si evince dagli stipendi dei grandi managers: nel 1950 l’amministratore della Fiat La Valletta, aveva uno stipendio di 50 volte superiore all’operaio Fiat, oggi, Marchionne ha uno stipendio di 500 volte superiore a quello dell’operaio Fiat.
La terza implicazione, la più seria, è la rottura del rapporto fra democrazia e capitalismo, di cui non sentirete mai parlare dai politici degli attuali partiti. Cioè la democrazia teneva in equilibrio e bilanciamento il capitalismo e le grosse decisioni di natura economica passavano sempre per le mani della politica. La novità di oggi, invece, è che si può avere capitalismo senza democrazia. E’ il caso della Cina, dell’India, della Turchia e altri paesi.
Ma qual è la matrice culturale del capitalismo? E’ occidentale, prima greco-romana e poi, soprattutto, italiana, con l’avvento dell’economia di mercato, in Toscana, tra il 1300 e il 1400. Per tanti secoli il modello dell’ordine sociale di mercato era impregnato di valori, il valore del lavoro, della creatività, pensiamo al nostro Rinascimento. Nello stesso tempo, per ovviare agli onnipresenti problemi di soverchia dei potenti, i francescani con San Bernardino da Siena, aprivano a Perugia, nel 1456 il primo monte di pietà, che serviva a sostenere i più poveri e indifesi e, nello stesso periodo, a Lucca, Luca Pacioli, inventava la partita doppia, “perché-affermava-i contadini non devono farsi turlupinare da coloro che vogliono fargli credere che due più due fa cinque..”.
Ora, questa rottura del rapporto democrazia-capitale crea un problema molto serio, perché se il capitalismo è globale, la democrazia, l’agire politico resta nazionale e da questa discrasia di un potere economico che è globale e di un potere politico che resta nazionale, la risultante potrebbe portare a danni irreparabili. Ed è per questo infatti che Benedetto XVI, negli ultimi paragrafi della sua Caritas in Veritate, parla dell’urgenza di pervenire a una poliarchia, cioè a una distribuzione planetaria dei centri di potere, ai fini della pace.
Ora, tutto quanto abbiamo detto in ambito economico, è strettamente collegato alla cultura odierna, dove è prevalente l’individualismo libertario, che afferma il principio “volo, ergo sum”. Quando mi è capitato di parlare coi giovani, non molti, per fortuna, vi sentirete dire “io voglio, perché sono giovane…”, cioè il libertarismo trasforma il desiderio o una preferenza in un diritto! I giovani tendono ad attribuire il concetto di diseguaglianza alla meritocrazia…e dicono “lui ha meno dell’altro, perché lui è meno bravo, meno intelligente, quindi è giusto che abbia poco o di meno”. Aristotele scriveva 2500 anni fa che la meritocrazia è il nemico della democrazia, perché la meritocrazia vorrebbe dire dare il potere di organizzare le regole del gioco ai più bravi. L’equivoco è confondere la parola meritocrazia con meritorietà, che vuol dire dare a ciascuno quello che si merita, in funzione dei suoi bisogni e del suo carisma. Questa subcultura dell’individualismo libertario ha generato il disimpegno morale, quello che GPII chiama nella Sollecitudo rei socialis strutture di peccato, come lo sono ad esempio le slot machines, parimenti a un sistema bancario staccato dalla economia reale. Legiferare sulle slot machines e sul sistema bancario, dimenticando la vera natura di quelle disposizioni che le favoriscono, vuol dire non prestare attenzione che leggi malfatte cambiano il comportamento degli uomini, attraverso la modifica dei pattern culturali e il disimpegno morale è quella strategia con la quale noi ci autoconvinciamo che il nostro comportamento è legittimo, perché lo dice la legge.
Allora, in conclusione, noi abbiamo un compito di informazione delle persone, partendo da una conoscenza reale del momento storico al quale siamo pervenuti, di rendere comprensibile e realistico questo messaggio in modo che sia acquisibile e condivisibile. Al solo scopo di ristabilire la democrazia come volano dell’economia, rendere accessibili a tutti i beni comuni, valorizzare la persona e la sua dignità secondo la Costituzione, nello spirito di condivisione della Dottrina sociale della Chiesa.
Infine, un riferimento a Papa Francesco, quando afferma che il riformismo non basta, perché proporre delle riforme vuole dire mettere delle pezze. Questo è il motivo per cui Papa Francesco parla sempre di “strategia trasformativa”. Con le riforme noi mettiamo una pezza. Qui, invece, bisogna trasformare, cioè cambiare dei pezzi della macchina. Se in una bicicletta, forate e continuate a mettere toppe, continuerete sempre a forare, invece occorre cambiare la camera d’aria. Ai cristiani, a tutti compete questa grande responsabilità.
Termino con una frase di don Luigi Sturzo, la cui impressionante attualità deve fare riflettere noi democratici cristiani popolari. Scrive in un articolo del 1949 dal titolo moralizziamo la vita pubblica: “sotto tutti i cieli, in tutte le epoche, con qualsiasi forma di governo, la vita pubblica risente i tristi effetti dell’egoismo umano. Quanto è più accentrato il potere, e quanto più larghi sono gli afflussi del denaro nell’amministrazione pubblica (Stato, enti statali, e parastatali, enti locali), tanto più gravi ne sono le tentazioni. Ma c’è un altro pericolo, ancora peggiore, quello della insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità nell’amministrazione dello Stato, perché attraverso partiti, cooperative, sindacati, enti assistenziali e similari, coloro che hanno in mano i mezzi dell’opinione pubblica partecipano alla corruzione dei politici o si preparano a parteciparvi con l’alternarsi dei partiti; ovvero perché tutto il potere e tutti i mezzi d’opinione pubblica sono in mano ai governi, com’è nei paesi totalitari”.

Note bibliografiche
-Relazione “Capitalismo al capolinea?”, Di Stefano Zamagni, Loppiano, 7 settembre 2017
-Economia ed etica, Stefano Zamagni, Editrice la Scuola, 2009
-Le PMI innovative, Sergio Ricci, Maggioli Editore, 2016
-Don Luigi Sturzo, articolo 1949, moralizziamo la vita pubblica

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