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La contrada e il suo mulino

La contrada e il suo mulino

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Gianantonio Boscaini ci invia una simpatica storiella. Suggerisce che si può rivedere in essa la nostra storia di democratici cristiani: essa è infatti come un bene comune, che funziona solo se tutti decidono che non se ne può fare a meno e agiscono di conseguenza, sacrificandosi e abbandonando il bene personale per il bene comunitario . Noi aggiungiamo che nella storiella possiamo vedere anche la storia del nostro paese, della sua raggiunta unità e democrazia repubblicana con a base la sua costituzione: strumenti del nostro bene comune che si salva se tutti concorriamo: ma proprio tutti…

Dice la storiella:

 

“C’era una volta una Contrada, che non possedeva un Mulino tutto suo, perché non aveva mai trovato il coraggio di costruirselo, questo perché il padrone della città ne aveva uno grande che serviva tutti quanti, al prezzo che voleva lui. Non solo, ma a qualcuno che gli stava antipatico quel padrone il grano non lo macinava affatto, costringendolo a lasciarlo marcire nei granai.

Nella Contrada abitava un Carpentiere che lavorava nel Mulino del padrone della città e, anno dopo anno, ne aveva appreso tutti i segreti. Così, un po’ per gioco, un po’ per sfida, chiese aiuto ai suoi amici Tessitori di vele e così si misero a costruire insieme un piccolo Mulino a Vento, proprio nel centro della Contrada. Gli abitanti di quel villaggio che si chiamava “Vorrei ma non posso”, li osservavano divertiti, i commenti si sprecavano: “illusi”, “presuntuosi”, “lo lasceranno a metà”.

Il punto però, è che, malgrado fosse stato costruito giorno dopo giorno con materiale di scarto, sottraendo ore al sonno e alla famiglia, il Mulino a Vento cominciava a funzionare e, alla prima dimostrazione che il Carpentiere aveva organizzato una bella domenica mattina, davanti a qualche decina di curiosi, la farina se ne uscì bella e fragrante, quasi come quella del padrone. Le prime due pale ricoperte parzialmente di tela volteggiavano armoniose, anche se il legno era quello della vecchia Chiesa crollata dopo l’ultimo terremoto e l’aspetto non era un granché.

Il padrone della Città comprese che forse aveva trascurato le abilità di quel Carpentiere bizzarro, o che il suo genio fosse stato scambiato per stravaganza e gli offrì di fare il capomastro nelle sue tenute lontane, a patto che abbandonasse il Mulino a Vento della sua Contrada e i suoi amici, perché non avrebbe più avuto tempo per occuparsi di quelle minuzie.

Il Carpentiere eccentrico, però, si era innamorato dell’idea del Mulino e poi era risaputo che non amava il padrone, perciò gli riconsegnò gli attrezzi del mestiere e si prese il tempo per finire quella costruzione, certo che la Contrada avrebbe capito e contribuito al necessario per condividere un Mulino tutto suo. I Tessitori avevano ormai terminato di cucire tutte le vele da applicare alle pale, che adesso erano tre e, se tra loro all’inizio albergava un po’ di scetticismo, adesso erano orgogliosi della riuscita dell’impresa.

Così finalmente, dopo un bel po’ di lavoro, tutti gli ingranaggi di quella costruzione, originale quanto funzionale, giravano alla perfezione, e tutti gli abitanti si recavano a far macinare i propri cereali al Mulino, visto che era vicino e il Carpentiere e i suoi amici pretendevano poco o niente per farlo funzionare. Dovevano dimostrare infatti che la farina che producevano era di buona qualità e che tutti potevano servirsene.

Gli abitanti della Contrada però non badavano alla quantità e mandavano ogni genere di granaglie, anche grezze e da ripulire. Non consideravano che il tempo dei mugnai aveva un valore, dicevano: “L’hanno costruito con materiale di scarto, non gli è costato niente, sono abili, cosa gli costa di farci un favore?…”

Così venne il giorno in cui i mugnai volontari chiamarono i loro concittadini sulla piazza davanti al Mulino e il Carpentiere pronunciò poche semplici parole: “Ecco, come avete potuto verificare di persona il macinatoio è in perfetta efficienza, perciò, da oggi il Mulino è vostro!”.

“Nostro?!” La folla non capiva, “Chi bada alla macina? E se si rompe, chi lo ripara?”

“Voi, a turno, insegneremo a tutti, e ai pezzi di ricambio penseremo sempre noi.”

“La folla si indignò. Come! Sei tu che devi farlo funzionare, noi non siamo capaci, ci hai illuso con questa tua storia del Mulino e adesso pretendi che ci mettiamo a fare i mugnai? Dite la verità, quanto volete farci pagare?…”

Il Carpentiere si limitò ad un cenno con la mano. “Non vogliamo farvi pagare più niente, il Mulino è vostro, noi abbiamo vinto la nostra battaglia, abbiamo dimostrato a tutti che macinarsi il grano da soli è possibile, senza spendere fortune o ricorrere agli inchini al signore della città.”

Ma in pochi vollero prendersi la briga di cooperare alla gestione di quel bene comune, quasi tutti avevano cose più importanti da fare e anche se era scomodo e costoso tornarono a servirsi della macina del padrone.

Il Carpentiere, per vivere, dovette emigrare in un’altra città perché in quel luogo nessuno voleva più dargli un lavoro, visto che aveva agitato la quiete del popolo e i Tessitori non poterono farcela da soli, perché occorreva troppo tempo per la manutenzione, e anche loro avevano una famiglia a cui badare.

Il padrone della città si impossessò del Mulino “sgraziato” che la Comunità gli cedette a prezzo di favore: “Meglio qualcosa che niente”, pensarono, e lo demolì in una notte.

Dopo questa esperienza l’unica cosa che cambiò, fu la denominazione della Contrada dove un gruppo di pionieri aveva saputo auto-costruire un piccolo Mulino a Vento: da “Vorrei, ma non posso” divenne “Potrei, ma non voglio.”
Un bene comune funziona se la comunità decide che non può farne a meno e agisce di conseguenza, sacrificandogli tutto il tempo necessario.

Angelo Jasmeni

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