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Impresa come bene comune: linee del programma ADC

Impresa come bene comune: linee del programma ADC

Impresa e Lavoro \ Scritto da il \ Stampa il PDF

ADC non sfugge, fin dall’inizio di questa sua avventura alla ricerca del rinnovato bene comune per l’Italia, all’impegno assunto fin dal suo primo giorno di vita e richiamato anche in questo sito: saremo diversi. Non ci sottrarremo mai ai termini reali, completi e crudi, di nessun problema. Non edulcoreremo. Il tema dell’impresa è un tema drammatico come quello del lavoro, che le è legato intimamente. La difficoltà del mondo del lavoro ha due aspetti: difficoltà, per le imprese, di “fare impresa” con semplicità burocratica e certezza giuridica, difficoltà, per i lavoratori, di trovare occupazione e di sviluppare prospettive professionali.

Giambattista Liazza, responsabile Adc per le politiche d’impresa, ha elaborato il documento base che qui pubblichiamo, condiviso con Nino Galloni, responsabile per la politica economica, e già discusso e fatto proprio dalla presidenza nazionale. Sarà il punto di partenza per avviare fin dall’imminente settembre incontri finalizzati con gli stessi imprenditori e con tutti i cittadini sensibili. Anche l’impresa è “bene comune”, con tutti quelli che vi operano dentro e vi vivono intorno.

 

Considerazioni introduttive

La crisi economica che ha colpito il mondo occidentale oggi è per noi un problema essenzialmente italiano. Infatti la situazione negativa  ha fatto emergere in tutta la sua gravità  la peggiore crisi endemica del sistema-imprese dell’Italia nel rapporto fra le sue esclusive forze (creatività, genio italiano, stile, ecc.)e le strutturali debolezze (fragilità culturale, scarsa  propensione al rischio e all’investimento in ricerca e sviluppo innovativo, invecchiamento e scarsa attenzione al ricambio generazionale, ecc.).

E’ bene affrontare un approfondimento, soprattutto con gli imprenditori, su temi come quelli evidenziati ed altri che si possono aggiungere:

  • Venti anni di immobilità, di cui gli ultimi sei in decrescita;
  • Una crisi mondiale che ha  evidenziato le debolezze più delle forze del nostro sistema, con conseguenze deleterie;
  • Un sistema imprenditoriale volonteroso ma debole rispetto alle sfide mondiali cui siamo sottoposti;
  • Moltissime cessazioni causate più dalle debolezze intrinseche del sistema che dalla congiuntura economica, che le ha solo aggravate
  • Come sostituiremo le produzioni che verranno a mancare dopo fallimenti e cessazioni per la crisi, a fronte di  una possibile ripresa dei consumi? Daremo beneficio eccessivo ad altri sistemi europei ed extraeuropei più forti di noi?
  • Come dovranno cambiare e rinnovarsi le imprese per essere forti e competitive?
  • Il rapporto con la ricerca e con il credito, un triangolo da ridisegnare e sviluppare nel migliore dei modi;
  • Una moderna associazione politica, che basa il suo operare sui valori e sulla competenza, può ignorare il problema ovvero delegarlo ai santuari accademici, ai partiti primi attori di questo caos, alle corporazioni e ai sindacati, a volte corresponsabili anch’essi delle difficoltà in cui ci stiamo dibattendo?
  • Rapportarsi al territorio, alla realtà delle imprese, ed elaborare con loro idee, proposte, piani di azione realistici, tempestivi ed efficaci;
  • Agganciare la preannunciata ripresa, con determinazione e spirito innovativo; “nulla cambia se si continua a fare le cose sempre nello stesso modo”(Einstein);
  • Offrire sostegni per cambiare i modelli organizzativi rendendoli migliori e più  competitivi;
  • Impegnarsi per ridurre i pesanti balzelli burocratici e fiscali che grava no sulle imprese, soprattutto le piccole e medie;
  • Trovare spazi qualificati per i giovani, non un lavoro qualsiasi e precario. Abbiamo distrutto il sistema industriale con il precariato; flessibilità nel mercato del lavoro sì, pretesto di sfruttamento e impoverimento del patrimonio di risorse giovani no;
  • Valutare la longevità e la sua attività  come risorsa per il sistema paese.

 

Quadro di riferimento

Tracciare un quadro di riferimento della situazione italiana delle imprese sarebbe come compilare un bollettino di guerra dopo bombardamenti e massacri.

Dal dopoguerra fino agli anni 1990 l’Italia aveva mostrato al mondo  un sistema industriale importante, allora quinto al mondo, prima dell’Inghilterra. Un bel risultato per chi aveva perso la guerra.

E’ doveroso ricordare il coraggio e la lungimiranza politica degli uomini della Democrazia Cristiana che hanno guidato il paese in quei pochi anni rispetto a questo lungo e mesto periodo di declino.

Cito Luciano Gallino nella sua intervista recente a Famiglia Cristiana, che ricorda un’Italia protagonista nell’industria chimica, nella meccanica, nel settore dell’auto, nel settore delle attrezzature per l’ufficio, dove Olivetti si affacciò in campo internazionale con il proprio  marchio e con l’acquisizione dell’americana Underwood. E che dire di ENI e delle sue consociate?  Solo per fare modesti esempi: ma si dovrebbero ricordare anche  i Lucchini, i Danieli, i Riello, i Merloni e tanti altri, oggi quasi travolti dalla crisi. E ancora citare  l’industria aerospaziale ricordando che ci sono pezzi importanti della stazione spaziale internazionale che parlano italiano, concepiti e realizzati da Alenia. Potrebbe essere lungo il ricordo, soprattutto evidenziando quel miracolo italiano fatto di piccole imprese dove genialità e coraggio hanno generato un tessuto produttivo di primaria importanza mondiale. Era il tempo del pieno impiego.

Da venti anni siamo cresciuti pochissimo, meno degli altri paesi europei, e stiamo addirittura declinando da almeno sei anni, cioè stiamo regredendo. La cifra di chiusure, di fallimenti, di suicidi  dovrebbe spaventare e richiedere interventi urgenti, di emergenza, straordinari. Le maggioranze politiche pasticciate hanno generato il disastro e impediscono lucidità e forza adeguate per risolvere i problemi veramente primari. Se continueremo a distruggere il sistema industriale per l’Italia ci sarà disperazione, rivolta sociale, fughe, abbandoni. Forse torneremo ad essere migranti nel mondo.

Ci hanno promesso mari e monti, i bocconiani al governo, ma ringraziamo il cielo che l’esperienza Monti sia conclusa.

Dice ancora Gallino: negli anni 60-70 l’Italia aveva grandi dirigenti, economisti e imprenditori. Oggi non più, e le Imprese non investono in ricerca e sviluppo.

Si ha l’impressione che qualcuno da fuori piloti la nostra politica per portarci allo sfacelo, alla dissoluzione. A chi abbiamo dato tanto fastidio? Ma quale classe dirigente così fiacca ha il diritto di governarci oggi?

Fare politica, una buona politica,  è essenziale per salvare il paese. Una politica che ci ricordi esempi come quelli di De Gasperi, dei professorini (quelli di allora!), di  Moro, di Mattei, di  Vanoni, ecc.

In campo economico è pregiudiziale il rilancio di una politica industriale accompagnata da una politica energetica ma entrambe sostenute dalla formazione di nuova classe dirigente, dal prodotto  della ricerca, da una sana politica per la scuola a tutti i livelli. Non possiamo  negarci che le riforme della Gelmini e paraggi sono servite solo a Tremonti per praticare tagli lineari devastanti senza affrontare alla radice i problemi e quindi senza apportare soluzioni necessarie per un positivo cambiamento.

Le risorse finanziarie devono servire per fare le cose buone, non per agevolare gli speculatori e distruggere i sistemi nazionali e sovranazionali che assicurano il lavoro alle popolazioni. Abbiamo esigenza primaria di una Italia industriale, manifatturiera, prima che bancaria. Altrimenti non ci sarà lavoro per gli Italiani e così annienteremo un paio di generazioni.

Si ha la sensazione che gli imprenditori si sentano abbandonati, ignorati, privi delle certezze che sostengono investimenti, ingegnosità, lavoro. Ricordiamo gli imprenditori che si sono suicidati per la vergogna di non essere più in grado di tirare avanti.

Lo stato non deve tanto gestire quanto stabilire regole ed operare attenti controlli. Da anni questo Stato decomposto sembra essersi disinteressato del sistema industriale  lasciando il campo all’evasione, alla corruzione, alla criminalità, alla speculazione furbastra e improduttiva. Abbiamo avuto i furbetti del quartierino e ogni sorta di mediocri affaristi. Abbiamo dato spazio e fama a questi personaggi, dimenticando quelli che lottano ogni giorno sul territorio per fare impresa, dare lavoro, competere sui mercati.

Dobbiamo dire che in questo disinteresse della politica abbiamo dimenticato di far crescere gli imprenditori, i piccoli soprattutto. Oggi riscontriamo nel tessuto delle piccole imprese enormi carenze culturali, inadeguatezze preoccupanti, spazio alle furbizie e perdita di contatto con la realtà sempre più dinamica e competitiva. E si parla di talenti, di creatività, di innovazione, di idee nuove. Ma ci vogliono persone capaci e coraggiose, come furono i padri della prima repubblica.

Per ricostruire un sistema riteniamo si possa cominciare ascoltando la parola  degli imprenditori, di quelli cui non si dà voce perché si ritiene che non facciano  ascolto in TV. Cercandoli, progettando insieme un modo di  ripartire, daremo loro una speranza e ricostruiremo un po’ di  fiducia. Dovremo aiutarli a ritrovare il senso dell’ essere imprenditori impegnandosi  insieme a  noi con una visione sistemica. Gli altri, quelli che li hanno contattati uno a uno per scambiare favori, li hanno già provati tutti e riteniamo non ne possano più.

Non ne possono più di una burocrazia che per colmare le proprie lacune ed inefficienze inventa balzelli ogni giorno. Impone lungaggini e complicazioni di ogni sorta. Aprire e gestire imprese è sempre più complicato ed oneroso, passa la voglia. Quello che si ottiene ovunque in pochi giorni da noi richiede mesi, anni. Non è più possibile.

L’energia costa enormemente più che in altri paesi e così il credito quando viene concesso. Come si fa a competere in queste condizioni?

Ma nessuno pensa di mettere in atto qualcosa di veramente utile per rilanciare l’economia? Incentivare le assunzioni non serve se non ci sono possibilità di fare;  nessuno assume nessuno se non c’è lavoro.  Non sono le elemosine, gli incentivi anonimi, che risolvono i problemi. Serve lavorare su progetti specifici, verificabili rapidamente. Ma sembra che non ci sia congeniale, questo modo di lavorare; infatti non riusciamo a spendere nemmeno i soldi che ci mette a disposizione  l’Europa.

Riteniamo che  si debba sprigionare  un  bagliore di speranza con  idee e modi nuovi di fare politica per le imprese, per rimettere in moto il paese, per ridare speranza e lavoro agli Italiani, ai giovani soprattutto. Uno sforzo immane che deve partire non da roboanti proclami ma dall’accendere ovunque focolai di buoni pensieri, per un nuovo modo di essere imprenditori nel pieno rispetto di una Costituzione che assegna loro un ruolo fondamentale: per l’economia nazionale e per il bene comune.  La novità si diffonderà velocemente: c’è troppo bisogno di aria nuova, ma anche di concretezza, quella di Papa Francesco ad esempio, che dimostra una capacità di cambiamento che lascia sbigottiti. Per le imprese o sarà questa la politica, o non ci sarà più politica degna. Solo quella dei loschi manipolatori. L’Adc ha scelto le imprese e il lavoro.

Scopi e struttura del programma

Riteniamo che si debbano cercare insieme agli imprenditori  idee per ripartire, fissando alcuni punti essenziali; alcuni  pilastri per edificare un sistema ed un  modo adeguato, concreto e democratico di essere imprenditori agendo politicamente a sostegno e per lo sviluppo di questa categoria essenziale per le sorti del paese, insieme a quella del lavoro.

  1. Creare una comunità di imprenditori che si confronta su problemi e temi essenziali, importanti in una dimensione di impegno politico e  per sentirsi meno soli;  oggi gli imprenditori si sentono abbandonati dalla politica che vergognosamente afferma  di agire nel loro interesse
  2. Rovesciare l’ottica; non si deve implodere il sistema e lasciar dissolvere le singole imprese  sulla crisi,  ma occorre pensare a ciò che noi possiamo fare qui e subito; la crisi non la possiamo dominare perché non dipende da noi, ma si può reagire puntando a guardare avanti, a cercare soluzioni praticabili per il superamento della crisi stessa; Monti è stato capace quasi solo di annullare la legge di protezione delle coste autorizzando perforazioni petrolifere che nessuno vuole: a chi ha fatto il favore? Alle imprese italiane serve energia a costi competitivi, i paesi innovatori stanno pensando al dopo petrolio.
  3. Modificare anche l’ottica nel rapporto fra Pubblica Amministrazione e imprese ristabilendo una qualità di relazioni basata su principi più equi e risultati positivi. Si devono evidenziare le differenze fra legalità e regolarità. Sulla legalità non si deve discutere ma sull’approccio all’applicazione delle regole la Pubblica Amministrazione deve dimostrarsi guida e maestra, non cieca persecutrice. Dossetti affermava che non è guida chi non è maestro. La Pubblica Amministrazione deve fare proprio questo principio. La stragrande maggioranza delle imprese italiane ha meno di dieci dipendenti, quindi dispone di organizzazioni minime, poco adatte a sopportare il carico di una moltitudine di regole eccessivamente oneroso. Intendiamo impegnarci affinché la Pubblica Amministrazione eserciti il suo ruolo di guida aiutando le imprese ad applicare le regole, migliorandone il quadro e il rapporto stesso con lo Stato. Avvalendosi in tal modo della guida/sostegno della Pubblica Amministrazione, le imprese godranno dell’impegno formativo dell’apparato pubblico e non  dovranno soffrire del mero esercizio sanzionatorio.  Auspichiamo  una Pubblica Amministrazione che vigila rigorosamente sulla legalità ma affianca ed aiuta le piccole e medie imprese perché siano regolari, nell’interesse di tutti.  Anche la Pubblica amministrazione deve sostenere la produttività del sistema Paese, agevolando e non vessando le imprese che producono.
  4. Riprendere la riflessione sulla funzione delle banche e del loro rapporto con le imprese perché vengano correttamente finanziate idee e progetti frutto di impegno, di creatività, di competitività e di volontà di crescita. Il sistema bancario non può collocarsi fra i soggetti che dissanguano il sistema produttivo ma divenirne agenti dello sviluppo. Adeguate risorse finanziarie dovranno essere disimpegnate dai giochi della finanza speculativa per divenire leva dello sviluppo economico attraverso il sostegno delle imprese e dei loro progetti.
  5. Ridisegnare la mappa delle infrastrutture necessarie alle imprese per il loro prospero sviluppo. Occorre che lo Stato pianifichi e realizzi in fretta ma soprattutto smetta di lamentarsi che non ci sono i soldi. In questo modo non si danno valide risposte al Paese; così siamo entrati in un tunnel senza uscita. Senza investimenti produttivi il sistema implode. Lo Stato deve essere in grado di avere risorse monetarie nazionali senza imposizioni provenienti da quei patti di  stabilità che servono solo ai più forti per schiacciare i più deboli. Cambiare politica con idee, vigore e determinazione.
  6. Agevolare le imprese a produrre ciò che rappresenta il senso della loro capacità produttiva, rifornendo il mercato locale innanzitutto; poi destinando il surplus produttivo, quando vi fosse, ai mercati più lontani o all’estero; attualmente sembrano in salute solo le imprese che esportano quasi tutto il loro prodotto. Cosa avverrà delle altre e dove reperiremo i prodotti localmente se la ripresa arriverà ad alimentare i consumi interni?
  7. Esportare anche, perché la globalizzazione favorisce i consumi sui grandi mercati esteri e quindi l’esportazione dei nostri prodotti. Servono idee chiare e giuste politiche di sostegno soprattutto ad individuare le nicchie che sono alla portata delle imprese anche minori. I mercati emergenti sono cosi vasti che offrono immense opportunità ma per produzioni molto consistenti se si pensa ai prodotti di consumo di massa. Più agevole pensare a nicchie dove possano collocarsi prodotti di elevata qualità ad alto valore aggiunto, dove la provenienza italiana fa la differenza. Ma serve adeguata preparazione e organizzazioni capaci di operare positivamente in tal senso.
  8. Evidenziare il recupero dei talenti, delle risorse, dei valori necessari per riorientare il sistema delle imprese; tutti farfugliano promesse ma in realtà nessuno fa nulla; occorre sconfiggere la delusione, l’abbandono, il rischio di cadere nell’abulia.
  9. Superare l’antica contrapposizione dipendente – imprenditore, pensando a nuovi schemi, a nuove formule; affrontare il tema del rinnovamento delle relazioni industriali e del superamento degli schematismi rappresentativi che oggi ci bloccano su posizioni indifendibili.
  10. Costruire una rete delle idee, delle competenze, delle energie creative ed innovative.
  11. Sviluppare la cultura della partnership fra imprenditori; insieme si vince.
  12. Puntare all’eccellenza nelle proprie imprese e decidere di affrontare e sperimentare percorsi virtuosi per eccellere.
  13. Rilanciare l’idea di essere lider (di mercato, di prodotto, di stile di gestione, di capacità manageriale).
  14. Considerare l’essere imprenditore per il bene essere proprio e di chi lavora per noi e con noi.
  15. Affrontare il tema dell’etica e della relazione con l’altro nell’attività di impresa, andando oltre l’individualismo che ci caratterizza e il mero concetto di capitalismo che semplicisticamente definisce ogni tipo di impresa nell’attuale sistema, prossimo al collasso. Il sistema imprenditoriale italiano, caratterizzato dalla piccola impresa e da piccoli imprenditori, supera oggi la collocazione capitalistica nella società multiforme e complessa in cui ci troviamo. Ci sono imprenditori, la maggior parte, che realizzano redditi famigliari da lavoro subordinato. Sono imprenditori nell’animo e costituiscono una risorsa preziosa per la nostra società. Se le imprese sono minuscole vuol dire che la maggior parte degli italiani lavora per micro imprese. Se scomparissero tutte sarebbe un disastro irrimediabile. Pensare a rapide trasformazioni del sistema verso dimensioni maggiori, teoricamente auspicabili forse ma realizzabili solo su cicli lunghissimi incompatibili con la crisi che ci attanaglia, sarebbe pura utopia che lasciamo a quei teorici che sperimentano improvvidamente i loro modelli  sulla pelle della gente, per poi defilarsi incolpando altri. Preferiamo pensare ad una realtà imprenditoriale che non è formata esclusivamente da capitalisti ma anche da imprenditori-lavoratori cui dobbiamo moltissimo come sistema paese per la funzione che svolgono e che riteniamo debbano essere agevolati nel continuare a svolgere, rafforzandola e agevolandola. Occorre ridisegnare il profilo di questo tipo di impresa restituendo loro dignità e ruolo, uscendo dagli stereotipi di certa scuola di pensiero di cui dobbiamo ancora vedere i costruttivi effetti. Agire sulla realtà che ci riguarda, non su quella che piacerebbe ad altri desiderosi di comandare in casa nostra.
  16. Ripensare uno Stato che ha dismesso e forse sciupato tante valide risorse che possedeva,  rincorrendo modelli liberistici suggeriti ad arte, forse per rovinarci. Per noi significa cambiare modello e passo. Non si devono svendere le grandi imprese dei settori strategici che danno lavoro a moltissime altre imprese di indotto e che, se arrivano proprietari esteri, potrebbero cessare di esistere. Non si può pensare solo a manovre di tipo finanziario. Non aspiriamo ad uno Stato che gestisce imprese, ma che indirizza, programma, regola e controlla. Uno Stato, come recita la Costituzione, che provvede ad affrontare e risolvere i problemi come quello gravissimo della disoccupazione; problema che non si affronta con incentivi alle assunzioni perché nessuno assume se non c’è il lavoro per le imprese. Occorre stimolare l’economia in ogni modo, e dopo le imprese assumeranno perché avranno lavoro da fare, come hanno sempre fatto. E’ lo sviluppo economico che ha prodotto il pieno impiego, non gli incentivi alle assunzioni.
  17. Porgere attenzione alle imprese del terzo settore e a quelle che hanno adottato comportamenti  conformati alla Responsabilità Sociale d’Impresa.

L’Adc  strutturerà fin da settembre, come già accennato, sulla base di questo ragionamento, un programma di incontri sul territorio con operatori d’impresa e cittadini decisi a reagire all’attuale situazione di crisi e confusione. Ce ne sono molti: fra essi, non mancano quelli che hanno ingaggiato da tempo anche una lotta defatigante e rischiosa con la multiforme piovra mafiosa che lo Stato non è riuscito a contrastare con decisiva efficacia, soprattutto in alcune regioni. Il nostro primo obiettivo è raccogliere in solidarietà e forza unificante ed attiva la immensa energia positiva del Paese produttivo che chiede un futuro sereno.

 

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