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Il Partito Popolare Italiano visto da Piero Gobetti

Il Partito Popolare Italiano visto da Piero Gobetti

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Alle radici del popolarismo. Paolo Spriano, storico di rilievo  del nostro Novecento, di orientamento vicino allallora Partito Comunista, pubblicò nel 1969 un volume  di Scritti politici”,  edito da Einaudi, da cui traiamo un articolo di Piero Gobetti, il lider storico del liberalismo italiano antifascista, in cui (siamo nel 1925) viene osservato con attenzione critica e onesta il congresso in corso di celebrazione da parte del partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo. Sarà l’ultimo congresso dei popolari prima che il governo fascista abolisca tutti i partiti di opposizione. L’articolo è interessante per il ritratto di Alcide De Gasperi, che ne emerge insieme con riflessioni sul congresso in questione, e con profili di Giovanni Gronchi e di altri liders popolari del tempo, visti da un liberale acuto e onesto quale era appunto Gobetti.

 

Tra i congressi di quest’anno quello dei popolari ci è sembrato il piu’ importante. Si e visto a  Roma un partito di masse, coi gregari in numero ridotto ma pronti al combattimento, dotato di una struttura omogenea in tutta Italia. La stessa stampa di opposizione non vi attribui’ il giusto rilievo e ne diede una visione scolorita e inadeguata.

Ancora al congresso di Torino il partito aveva una composizione equivoca. Due anni di battaglia antifascista furono impostati quasi interamente sul coraggio e sulla volonta’ di don Sturzo e di Donati. Indiscutibilmente essi erano due solitari. Ora nei nomi di questi due assenti il quinto congresso ha trovato una parola d’ordine. Che Luigi Sturzo sia un grande capo-partito, “Rivoluzione Liberale” fu tra i primi a mettere in luce. Donati poi, col “Popolo”, un giornale che rompeva violentemente tutte le tradizioni del clericalismo moderato, che adottava sistemi polemici assolutamente moderni e spregiudicati, che accettava collaborazioni di eretici come di ortodossi, ha portato uno spirito nuovo nelle battaglie cattoliche, ha aperto gli occhi ai giovani, ha demolito idee e posizioni fatte, ha abituato le reclute dell’Azione cattolica a un’atmosfera di democrazia moderna.

Cosi il partito ha resistito a tutti gli attacchi; e’ diventato un partito di molti giovani e di pochi preti, ha eliminato gli uomini del vecchio clericalismo; e’ sempre piu’ indipendente dalla politica romana, e quale lo foggiano i ceti umili delle province.

Oggi la classe dirigente di questa democrazia cristiana e’ composta di uomini dai trenta ai

quarantacinque anni (la generazione che manca in tutti gli altri partiti): una generazione cresciuta agli studi e al realismo un po’ grigio dell’azione politica, ma costretta poi a ringiovanirsi e a prendere contatto con la cultura moderna per la stessa necessita’ di dover resistere al fascismo e differenziarsi da ex colleghi dello stampo di Egilberto Martire. Mentre le classi dirigenti dei partiti italiani sono costituite di settantenni o di imberbi o di intellettuali, bisogna riconoscere che il partito di don Sturzo ha degli uomini nuovi abituati a trattar realisticamente gli affari di amministrazione e di politica: almeno una cinquantina di persone come De Gaspcri, Donati, Gronchi, Merlin, Piccioni, Marconcini, Gilardoni, Ferrari, Giordani, Mentasti, Ravaioli, Galati. Il quinto congresso e’ stato di giovani, intransigentemente a sinistra, e ha fatto a meno dei discorsi di Rodino’, di Longinotti, di

Degni e di tutti gli altri della vecchia guardia.

Indiscutibilmente Alcide De Gasperi, che fu sino a pochi mesi fa soltanto un proconsole, e’ oggi un capo. Il congresso era nelle sue mani. Alto, magro, dritto, il collo piu’ lungo e piu’ solido per uno di quei colletti alti e rigidi che sembrano dargli un tono di distacco e di maggior dignita’ anche se non siano piu’ di moda, gli occhi vigili su tutto. Dal palcoscenico sorveglia la tattica; ascolta tutti gli oratori, ha cenni di approvazione o di dissenso anche per i piu’ umili che stancano l’assemblea: eppure si sente che frena l’impazienza, che non si bea di questa oratoria, che pensa al lavoro di domani. C’e in lui un singolare equilibrio di misuratore. Ha voluto il congresso, egli solo: l’ha voluto per chiedere una conferma al suo lavoro; e avutala con gli applausi interminabili suscitati dalla sua relazione, egli e’ tutto preso dalle promesse che gli sembrano offerte per il proseguimento della battaglia. Se parve durante certe discussioni che fosse l’addomesticatore del congresso, che volesse imporre la sua responsabilita’ di capo anche agli oratori piu’ eretici, bisogna pensare alla sua educazione antioratoria.

Perche De Gasperi, in un partito che presenta molti residui di mentalita’ gesuitica, e’ l’uomo che sa avere dell’orgoglio. La sua bocca aperta ad un sorriso amaro or di sdegno, or di disprezzo, or di polemica, e’ continuamente pronta all’interruzione aspra, al richiamo energico. Si secca delle adulazioni, dei complimenti, delle frasi inutili. Non sa fingere indulgenza, non ha bisogno di popolarita’ rumorosa e apprezza invece il consenso,

l’opinione meditata di altri. Tuttavia, abituato a decidere, non ha il gusto della discussione.

Anche in un discorso continuato, anche nel leggere una relazione e’ freddo, incisivo; non ottiene effetti di intensita’ ma di precisione, dando rilievo alle cose con un tono piu’ attento, piu’ calmo, piu’ lento, con la mezza voce. A Roma quando il congresso minacciasse di diventare un comizio, sapeva farsi arrogante, prevenire l’ottimo Degni, presidente massiccio e imbambolato, con scatti violenti, con una rigorosa intolleranza delle interruzioni. L’ho visto adirarsi – con l’ira dell’uomo che non accetta di scherzare sull’avversario che importa combattere senza tregua – in un momento in cui il congresso s’attardava in facili ironie sul Duce. Non si concede riposi, non li concede: non ammette

che non si sia presi e dominati dalla serieta’ dell’azione. Da buon organizzatore preferisce

l’amministrazione alla cultura e alla critica. Contro gli amici troppo lenti sa essere feroce; e fu gustoso vedere a Roma come parecchie volte egli stesse per cedere alla diabolica tentazione di fare i nomi dei pigri, di quelli che non avevano risposto alle circolari della direzione. Con la stessa austera intransigenza incalzante con cui Luigi Sturzo licenzio’ Tovini dal congresso di Torino. Si serve del suo temperamento angoloso per guadagnare in rapidita’. La sua ultima relazione aveva una sola idea centrale: tenere duro; egli lanciava le parole come colpi, senza scatti intemperanti, ma sostenendoli con un palese vigore interno. La sua eloquenza quasi cattiva e caparbia, impopolare, diventava poderosa al confronto della spensierata improvvisazione dell’on.Tupini. Dc Gasperi parla sempre

preparato, su appunti, con le carte in tavola, e sa essere duro anche quando e’ diplomatico. La sera del 28 giugno, rispondendo alle osservazioni sulla relazione, improvviso anche lui ma fu formidabile. Parlò, quasi eccitato, a periodetti spezzati, nervosi. Si rivide in lui la passione di un aventinista, solo, rimasto al suo posto anche nel dubbio di non essere seguito. Perche in De Gasperi la capacita del sacrificio politico e’ illimitata; l’attitudine a persistere in una posizione impopolare e nutrita con la fierezza di resistenza appresa nelle lotte contro l’Austria. Egli doveva essere naturalmente tra i primi con Amendola, dopo il delitto Matteotti, a sentire la questione politica come una questione di scisma morale. Cosi il 26 gennaio 1918, dopo Caporetto, alla Commissione austriaca del bilancio, A. De Gasperi aveva fatto le sue dichiarazioni di incompatibilita’: “Avvenga quello che vuole, noi sappiamo che con le nostre aspirazioni alla liberta’ ed alla possibilita’ di sviluppo democratico, navighiamo nella grande corrente mondiale, che qui e fuori di qui va ogni giorno progredendo”.

Il fondo del pensiero di De Gasperi e’: cristiano e democratico, sebbene in lui prevalga la lunga

pratica sulla cultura, si avverte dietro certi suoi atteggiamenti aridi che egli non e’ indifferente al

fascino delle grandi idee e che nasconde anche un sincero amore per lo spirito di ricerca. Talvolta poi

come politico se ne vergogna, s’infinge, come se venisse colto in fallo; ostenta un settarismo quasi

rude, si chiude nei suoi obblighi di partito. Ma allora questo chiudersi non e’ piu’ grettezza, ne’

ignoranza.

Se si vuol andare oltre questa energia cinica di capo, capace di presentare egli stesso, per brevita’,

l’ordine del giorno di fiducia alla sua opera, sdegnoso di qualunque ipocrisia d’assemblea, si trova un fondamentale carattere di bonta’ nascosta, di amore caldo per i suoi umili coltivatori del Trentino che correva a difendere sotto l’Austria, durante la guerra, nei campi di concentramento a costo di grave

pericolo. Questa austerita’ e semplicita’ campagnola sta alla base del realismo di De Gasperi: e percio’ la sua politica rifugge dalle retoriche ideologie per intendere la democrazia nel significato piu’

originario, come lotta in difesa dei ceti piu’ derelitti che non chiedono protezione ma giustizia e

indipendenza e non vogliono umiliarsi a nessuna sopraffazione.

 

 

Gronchi ec Merlin.

Se De Gasperi, nato nell’’8I, preso dall’intensita’ della politica militante sin dal I911, quando fu per

la prima volta deputato, e’ l’uomo d’oggi, tutti dicono che Gronchi sara’ l’uomo di domani.

In verita’ il giovane democratico cristiano di Pontedera (1887) e’ di una abilita diabolica. Povero

professore sino al 1915; non vuol far politica, dice, nel periodo clerico-moderato. E’ deputato a

trentadue anni; segretario generale della Confederazione bianca, sottosegretario all’industria (ahime’

con Mussolini) a trentacinque; a trentasei divide col decorativo Rodino’ e con l’infaticabile Spataro la successione di Sturzo. E’ troppo abile: una vivacita’ toscana; una sicurezza oratoria di professore di

lettere; accorgimenti tattici propri di un ex militante dell’Azione cattolica. In un congresso di pratici

e di faciloni, abituati alla cultura di Boggiano-Pico e dell’on. Fino, Gronchi sorprende e domina per

l’agilita giovanile, per la modernita’ inquieta ed enciclopedica. In un mondo che prende quasi tutti i

suoi Soloni dal neo-tomismo, Gronchi sembra una rivelazione paradossale, uno scopritore di nuovi

orizzonti. Non puo’ non stupire tra i popolari la fresca eleganza con cui egli cita Sorel e Maurras,

Croce e Bergson. L’astuzia di Gronchi e’ di avventurarsi in queste scorribande senza presunzione e

senza pedanteria, conservandosi la sua fama di dialettico brillante. I suoi interessi intellettuali poi

non arrivano mai a compromettere i suoi propositi strategici.

Per uno spirito spregiudicato e’ una fortuna incontrare a un congresso popolare un uomo come

Gronchi. Nessun altro cattolico ha la sua finezza e agilita’ parigina, ne’ la sua devozione al pensiero

moderno, ne’ il suo culto per lo spirito di contraddizione, provvidenza e sale della nostra societa’.

Senza il congresso di Torino l’on. Gronchi non sarebbe oggi molto diverso da Agostino Lanzillo o da

Franco Ciarlantini: l’abilita ha questi limiti inesorabili; soltanto l’antifascismo pote’ fare di un

toscano inquieto e realizzatore un uomo superiore a se stesso.

Merlin

Cosi l’avvocato Umberto Merlin, di due anni piu’ vecchio di Gronchi, come lui recluta dell’Azione

cattolica ma di un cattolicismo piu’ ortodossamente tradizionalista, sottosegretario alle terre liberate

per quasi due anni di seguito, fu salvato per l’antifascismo dal pericolo di abituarsi a cedere alle

clientele dominanti della sua regione. E’ rimasto intransigente, mentre solo poche settimane fa i suoi

ex seguaci di Lendinara si sono adattati a un patto di pacificazione coi vincitori. L’aver tenuto

fermo, in una situazione assolutamente anormale, mentre s’era costituita intorno a lui una rete di

interessi importanti, quando le sue doti di realizzatore si mostravano sempre piu’ sottili, prova nella

sua politica un fondo di generosita’ e di onesta che per troppi anni era sembrato nascosto sotto le

astuzie dell’amministratore. Merlin e’ meno versatile di Gronchi, ma piu’ solido, con la pratica dei

piccoli affari locali che riteneva indispensabile in altri tempi per trattare con serieta’ di cose politiche.

La sua oratoria e’ leggermente enfatica e monotona; si nota in lui una chiarezza ordinata; i larghi

occhiali mostrano il viso piu’ attento e pacato, sereno pur se talvolta sfuggente; il suo semplice

sorriso dissimula la sicurezza dell’uomo abilissimo.

 

Ferrari

 

L’uomo nuovo del congresso fu l’avvocato Francesco Luigi Ferrari, modenese, di trentasei anni,

vecchio amico di Miglioli, ora una specie di rivoluzionario liberale popolare. Non si direbbe che sia

stato presidente della Federazione universitaria cattolica italiana. E’ un dialettico audace, nutrito di

cultura storica e di razionalismo, disposto a non rifiutare alcuna conseguenza delle sue premesse

democratiche.

Fu l’anti-Martini e si spinse sino a impostare rigorosissimamente la questione istituzionale ad un

congresso attento e non dissenziente: sintomo importantissimo dello stato di spirito radicale delle

masse cattoliche. Ferrari non esito a dichiarare che le liberta’ non si riconquistano, che il problema

non e’ di restaurare lo Statuto, che si tratta di mettere le basi per l’avvenire non prossimo di quel

governo democratico, di quell’autonomia di popolo che non abbiamo mai avuto in Italia. Ebbene

persino tra i popolari vi sono ormai dei giovani capaci di intendere queste proposizioni, anche se

esposte in una forma austera e scientifica, senza piacevolezze oratorie, e senza conforto di facili

illusioni. Il congresso s’indispetti’ soltanto quando il nostro amico disse chiaramente che si tratta di

lavorare per i nipoti! Pare che l’ottimismo per dei buoni cattolici debba essere quasi un argomento di

fede…

Ma Ferrari fu anche piu’ deciso e inesorabile: pose senz’altro il problema fondamentale del partito.

O lo si risolve o il partito non superera’ mai il suo intimo equivoco. Le democrazie cristiane devono

essere accanto alle democrazie socialiste. La piccola borghesia e il proletariato popolare devono

essere a anco del proletariato socialista nella rivoluzione che dara’ una nuova coscienza all’Italia di

domani. Effettivamente i popolari devono guardarsi per l’avvenire da un solo pericolo: che in essi

riprenda vigore l’odio per il socialismo. Sarebbe la vittoria definitiva della reazione e del filisteismo

piccolo-borghese.

Queste verita’ audaci animavano i1 congresso con seduzioni impreviste: Antonino Anile sembrava

essersi messa in testa, come un punto d’onore giovanile, l’idea di non lasciarsi scandalizzare neanche

da un’eresia; l’arguta barbetta piemontese di S. E. Bertone rimaneva impenitentemente ironica, e

soltanto l’impenetrabile maschera sorniona di Longinotti nascondeva a stento un tono di sdegno,

mentre Mangano, il piu simpatico della vecchia guardia, non si curava di frenare le piu’ clamorose

esclamazioni di consenso, confortandole con l’elogio della costituzione di Weimar.

Piero Gobetti

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