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Il cammino del popolarismo – Pietro De Montis

Il cammino del popolarismo – Pietro De Montis

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Il cammino del Popolarismo, in questo Paese – che soffre del pessimo “vizio” di inginocchiarsi alle personalità forti del momento – non può riprendere vigore se non si rilegge attentamente la storia degli ultimi ventiquattro anni, proprio in relazione al tentativo della Democrazia Cristiana di correggere la deriva populista e personalista che stava prepotentemente affermandosi e che oggi è purtroppo il paradigma di espressione e di giudizio della classe dirigente al potere.

Non è mia intenzione – servirebbe uno Storico, non un semplice “operaio” della politica come il sottoscritto – proporre una lettura scientifica degli avvenimenti che portarono alla morte della Dc, tantomeno ho l’ambizione di effettuare una “ricognizione” temporale delle testimonianze dei “leaders” di questo partito, ormai consegnati agli archivi e alle biblioteche.

Deve, tuttavia, tornare a rivivere il messaggio che queste persone hanno potuto offrire – pur tra evidenti errori, soprattutto nel sottostimare ai primi anni ’90 la crisi irreversibile del sistema – nella lucida consapevolezza che il tornare a dirsi orgogliosamente “Popolari” possa assumere non più un carattere nostalgico ma al contrario profondamente innovativo, per i guasti che il nuovo corso della politica Italiana ha assunto dalla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Rileggendo le parole di Forlani in alcuni interventi dell’epoca, se paragonati ai successivi – ben più “consapevoli” – di Mino Martinazzoli alle prese con la nascita del Partito Popolare, si ha la chiara impressione che il terremoto politico imminente ( le cui avvisaglie si erano già avute da critiche serrate e diffuse da parte della C.E.I., dalla periferia, dai referendum di Mario Segni e dalle “picconate” di Cossiga ) non solo non sia stato compreso o sottovalutato, ma addirittura “esorcizzato” al solo scopo di allontanarne irrazionalmente gli effetti distruttivi. E così fu, effettivamente.

Non si può dire la dirigenza DC non ne fosse consapevole, a giudicare da alcune interessanti proposte di riforma elettorale che avrebbero potuto salvaguardare la centralità dell’esperienza Popolare pur introducendo novità quali la sfiducia costruttiva o alcuni elementi connaturali al Maggioritario ( aumentando la governabilità degli Esecutivi ); proposte che – se attentamente e tenacemente perseguite – forse avrebbero potuto “depotenziare” la spinta alla dissoluzione impressa dalle inchieste in corso e favorita dalla “discesa in campo” del grande capitale privato.

Eppure, si ha l’impressione che la stessa dirigenza risultasse più concentrata a schivare i colpi delle Procure piuttosto che reagire ai medesimi ed imprimere davvero un nuovo corso, che non si poteva pretendere fosse efficace nel solo cambiamento di denominazione affidato ad un uomo ancorchè di altissimo spessore politico ed umano come Martinazzoli, ma calato nel ruolo nel momento in cui la “politica spettacolo” – alla quale era costituzionalmente alieno – veniva affermandosi.

Il resto è storia nota, ed oggi è nostro compito riannodare i fili – il più velocemente possibile – con quel passato (  ingombrante per tanti ) che ci impone di ridare voce ad una più coerente espressione politica del Magistero Papale, senza alcuna pretesa di esaurirne la rappresentanza ma allo stesso tempo con l’orgoglio di chi intende difendere non solo la stabilità finanziaria di questo Paese ma anche la sua ricostruzione morale. La politica deve riappropriarsi del ruolo primario di guida della Nazione, relegando al tecnicismo ciò che oggi detta legge da organismi sovra Nazionali e che si esprime mediante la finanza speculativa ( “Evangelii Gaudium”, S.S. Francesco ).

Esistono delle priorità non più rinviabili, nella nostra Agenda: la difesa della Vita, dei Valori “non negoziabili”, della Solidarietà che continuamente vengono posti sotto attacco da politiche scellerate – contro la Famiglia – alle quali proprio buona parte del “mondo Cattolico” attivamente collabora, in una innaturale ( ed opportunistica ) convivenza che si riscontra in pressochè tutto l’arco Parlamentare.

Dunque, l’azione che si deve intraprendere – come agli esordi del Popolarismo – nasce dal basso, dalle periferie ( oserei dire – citando il Santo Padre – dalle “periferie esistenziali” ): Diocesi, movimenti, Parrocchie, Associazioni, nuove tecnologie ( social media e internet ), nuovi interpreti sul territorio che possano adeguatamente essere valorizzati. Diversamente, non si va lontano.

“Solidarietà Popolare” può essere un veicolo utile al diffondersi di una nuova anima Popolare, solidaristica ma abbastanza lungimirante da progettare il futuro, che sarebbe bene non perdesse – anche nei richiami simbolici – il legame visivo, intellettuale, umano con le esperienze di Sturzo e De Gasperi. Guai rinunciare allo Scudo Crociato! Il futuro è anche nel passato ed ora dobbiamo configurare al meglio un laboratorio propedeutico alla nascita di un movimento politico “agile”, capace di vivere – per iniziativa dei referenti territoriali – anche mediante le nuove forme di comunicazione e la presenza capillare di circoli.

Immagino così la “Democrazia Cristiana 2.0” : giovane, dinamica, ma allo stesso tempo rispettosa delle proprie Tradizioni. Pubblicamente proiettata al disfacimento del “grande inganno” della Seconda Repubblica, ovvero delle convivenze forzate alla Berlusconi o alla Renzi con chi dei nostri voti ha solamente voluto fare un allegro bottino.

Se questo è l’obiettivo comune, se insieme possiamo e vogliamo rialzare il capo e ridare una speranza al nostro Paese – una dignitosa speranza, nella consapevolezza di non avere nulla a che vedere con gli attuali “attori” sulla scena politica – non possiamo esimerci dal professarci orgogliosamente e tenacemente “Popolari”.

Sia questo l’impegno di tutti. Sia questo,nel mio piccolo, anche il mio impegno.

Fraterni saluti

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