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“Free Zone”: nuove opportunità per “fare” economia di mercato?

“Free Zone”: nuove opportunità per “fare” economia di mercato?

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Negli ultimi tempi siamo tutti impegnati a cercare nuove opportunità di crescita per il territorio italiano.

L’Italia si trova in un momento di crisi sistemica, riforme istituzionali, semplificazioni, ma negli ultimi anni sono mancate e ci si trova in una situazione di bassa progettualità per il futuro. E’ certo che la situazione attuale è per tutti molto difficile, sia per i capi di governo (che devono trovare difficili equilibri) sia per i cittadini italiani impegnati dalla durissima crisi economica.
Le fonti ufficiali per l’argomento che trattiamo sono molteplici e fra esse spiccano:
– Bollettino della Banca d’Italia;
– CNEL, Previsioni per l’economia italiana luglio 2013;
– OCSE.
Una proposta che si vuole avanzare in questa sede è proporre la creazione di zone franche nel territorio nazionale, con i seguenti obiettivi:
1. Attirare investitori stranieri;
2. Sviluppare zone ad alta innovazione tecnologica;
3. Creare dei distretti industriali.

Ma cosa è una zona franca?
Con il termine Zona Franca, o Free Trade Zone, o zona economica speciale, si intende un’area, all’interno di uno stato, in cui il governo fissa condizioni agevolate per l’esercizio dell’attività imprenditoriale, con l’obbiettivo di attirare investitori esteri. I vantaggi offerti, di norma, sono: l’esenzione fiscale (spesso totale per alcuni anni, e poi si trasforma in parziale) sul reddito societario e, talvolta, anche su quello personale; l’eliminazione dei dazi sulla riesportazione dei prodotti realizzati all’interno dell’area; la concessione di terreni e uffici a prezzi agevolati; la piena proprietà dell’impresa, senza obbligo di ricorrere a una “joint venture” con un partner locale, come succede nella maggior parte degli investimenti esteri nel resto del paese. A questo si aggiungono infrastrutture gi pronte, servizi logistici e fornitura di elettricità , gas, acqua a prezzi agevolati.
Si riporta il tema sviluppato in un articolo del sole 24 Ore del 12 agosto scorso a cura di Micaela Cappellini:

I vantaggi fiscali? Non ci interessavano. Abbiamo scelto la zona economica speciale dell’aeroporto di Dubai essenzialmente perchè volevamo essere fisicamente vicini con una nostra sede ai potenziali clienti del Medio Oriente e dell’Asia. Se però avessimo investito direttamente sul territorio degli Emirati, saremmo stati costretti ad avere un socio locale al 51%: e questo proprio non lo volevamo. Sintetizza così, Andrea Meola, la scelta dell’azienda per cui lavora, la Cesi: un big delle consulenze ingegneristiche sulle infrastrutture di rete controllata tra gli altri da Enel, Prysmian e Terna. Dopo anni di espansione in Nordafrica e in Sudamerica, la Cesi ora ha deciso di far rotta sulla Cina, l’India e i ricchi mercati mediorientali e delle ex repubbliche sovietiche. Tutti Paesi che distano al massimo cinque ore di volo da Dubai. E la scelta di una zona economica speciale è stata perfetta, per allestire un ufficio di rappresentanza: burocrazia pressochè zero, servizi di ogni genere (pulizie incluse), nessun dazio su qualsiasi bene importato o esportato, niente tasse ma soprattutto proprietà al 100%, senza appunto l’obbligo di un socio di maggioranza locale di cui doversi fidare.
Per il suo investimento, la Cesi ha scelto il meglio sulla piazza: secondo Fdi Intelligence, Dafza (la “Dubai airport freezone”, appunto) guida la classifica 2012 delle migliori zone speciali di tutto il mondo e per quest’anno si Ë aggiudicata la palma di migliore zona speciale del Medio Oriente. Altre 26 aziende italiane l’hanno scelta, il 6% di tutti gli investitori presenti: da Luxottica a Montegrappa, da Ariston a Guzzini. Registrarsi qui costa fra i 10 e i 15mila dirham, circa 2.500 euro, e la licenza costa altri 10mila dirham all’anno. Per una società il capitale minimo è 136mila dollari, ma se si apre solo una filiale non serve nulla. Basta affittare un minimo di 350 metri quadrati di spazio arredamento incluso (Dafza ne ha 169mila) e in automatico si ha diritto a due visti di lavoro ogni 25 metri quadri occupati.
Benvenuti dunque nel mondo delle zone economiche speciali. Sparse sui cinque continenti, se ne contano circa 3mila, ci dice l’International Chamber of Commerce, per un totale di 135 Paesi coinvolti. “Danno lavoro a 68 milioni di persone, per un giro d’affari globale stimato in 500 miliardi di dollari. Ciascuna di queste è una specie di zona franca dove non trovano applicazione alcune delle norme internazionali nè delle leggi fiscali, societarie e del lavoro in vigore negli Stati in cui si trovano. In generale, la burocrazia è semplificata, la proprietà dell’investimento al 100% straniera (anche nei Paesi dove è previsto l’obbligo di un partner locale di maggioranza), c’è l’esenzione dalle tasse (sia quelle d’impresa, sia quelle sulle persone fisiche) e quella sui dazi all’importazione e alla riesportazione dei beni. Sempre in generale, vengono offerti spazi industriali e accesso facilitato ai servizi di elettricità, acqua e agli altri necessari per la produzione. Tremila zone speciali sono un mondo vasto. Come si sceglie quella più adatta? In primo luogo, dipende dal settore in cui opera l’impresa, spiega l’avvocato Rosario Zaccà, partner dello studio Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli&Partners. Per esempio, le zone franche zones stabilite in India, in particolare negli stati del Maharashtra, dell’Andhra Pradesh e del Tamil Nadu, si concentrano sulle tecnologie dell’informazione, sulle biotecnologie e sul tessile. In Cina, invece, le zone speciali tradizionali, che risalgono agli anni Ottanta (Shenzhen, Zhuhai e Shantou nella provincia del Guangdong, Xiamen nella provincia del Fujian), si focalizzano sui prodotti di alta tecnologia di fascia bassa.

Nei piccoli Emirati arabi, che da soli ospitano qualcosa come 65 zone speciali, oggi va di moda la specializzazione estrema: da Masdar City, che ospita solo imprese legate all’energia rinnovabile e alle tecnologie verdi, alla TwoFour54, dedicata al mondo dei media digitali, fino alla Gmad di Abu Dhabi, riservata alle banche e alla finanza, compresa quella islamica. Le zone franche negli Emirati oggi sono tra le più dinamiche – prosegue Zaccà – e chi viene qui non lo fa solo per servire il mercato locale, ma sfrutta il luogo come porta d’accesso ai nuovi, grandi mercati del resto del Medio Oriente e dell’Africa. Altro criterio da prendere in considerazione Ë quello della vicinanza a importanti nodi di trasporto, soprattutto per quelle imprese che puntano a reimportare i prodotti in Italia, oppure a esportarli altrove. Ad esempio, deve molto del suo successo al porto, adatto anche alle navi a pescaggio profondo, la Salalah Free Zone, che si trova in Oman, un Paese non certo ai primi posti nell’interesse degli investitori esteri. Eppure qui sono arrivati il colosso belga della chimica Carmeuse e quello indiano della componentistica auto, Brakes: per il porto, appunto, e perchè dal 2009 l’Oman ha un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti.
Invece il prezzo – di solito, un’una tantum iniziale più una licenza annuale di permesso da pagare all’autorit‡ della zona speciale – ha poco peso sulla scelta: all’interno di uno stesso Stato, varia al massimo di due-tremila euro. I servizi offerti, invece, sono quelli che contano:
Occorre guardare alle attività di ricerca che già si svolgono in una data zona franca – conclude Saccà – e alla qualità della manodopera presente, alla possibilità di effettuare esternalizzazioni e trovare aziende fornitrici, nonchè alla possibilità di costruire sinergie con imprese di settori simili, secondo lo schema classico italiano del distretto industriale.
Lo scrivente non è certo un legale o un economo, ma vuole solo proporre un tema all’opinione pubblica, su cui forse è importante qualche considerazione. Certo, l’istituzione di una zona franca nel territorio italiano è qualcosa che deve essere armonizzato con la normativa europea e nazionale, ma studiando settori, possibilità di sviluppo, etc., l’Italia potrebbe avere molteplici potenzialità per sviluppare nuove attività imprenditoriali, basti pensare alle potenzialità che il nostro paese racchiude:
– ambiente adatto a soggiornarvi;
– città a misura d’uomo;
– piccole aziende capaci di fornire prodotti di altissima qualità;
– poli universitari di indubbio valore.
Questo articolo vuole essere solo uno spunto di riflessione collettiva per approfondire nuovi scenari di sviluppo economico.

San Donà di Piave, ottobre 2013 M.Nicoletti

E come spunto di riflessione e ragionamento lo mettiamo a disposizione dei lettori e degli esperti, soprattutto del nostro responsabile per la politica economica, il professor Galloni. Certo, ci sembra che una decisione di zona franca possa comunque comportare problemi molto seri con riferimento alle altre possibili zone franche escluse nel medesimo paese, o in paesi vicini, che avrebbero le condizioni per essere a loro volta candidate. Il tema, appunto, ci sembra delicato e complesso. Ed è giusto che il dibattito lo approfondisca.

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