“Eppur si muove..”, riflessione sull’articolo di Mons. Gastone Simoni su Toscana oggi, di Roberto Paolucci

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Lettere al Direttore
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Cattolici e politica: è l’ora di cambiare registro mentale

Il vescovo emerito di Prato, mons. Gastone Simoni, ci ha scritto a proposito dell’editoriale di Riccardo Saccenti con cui analizzavamo i risultati delle recenti elezioni politiche e il dato della dispersione del voto cattolico.

Percorsi: ELEZIONIGASTONE SIMONIPOLITICA
Simboli elettorali (Foto Sir)

Caro direttore, non condivido quanto ha scritto il pur bravo Riccardo Saccenti a p. 4 del numero scorso (18 marzo 2018) ragionando sul voto politico del 4 marzo e «sui cattolici ormai in ordine sparso e alla ricerca di un nuovo ruolo». Intelligente l’analisi del voto in generale e inoppugnabile il dato della dispersione elettorale dei cattolici. Contesto invece l’apodittica affermazione che «non vi è spazio alcuno per un “partito cattolico” e nemmeno per una presenza identitaria all’insegna dei valori “non negoziabili”». Un veto del genere finisce per dichiarare impossibile oggi (di fatto o anche di diritto?) una compagine di chiara e piena ispirazione cristiana. È un nuovo «non expedit»?

D’accordo che occorre «una parola forte e un atteggiamento vigile che ricordi alla politica i suoi limiti e il suo fine: ordinare la società al bene, accettando e governando i conflitti». Ma nell’ambito cattolico, aggiungo io, non c’è un modo solo di adempiere a tale indiscutibile compito: c’è il modo proprio dei pastori, quello degli educatori, quello degli intellettuali, compresi i giornalisti, e quello dei fedeli laici in quanto tali. Perché dovrebbe essere proibita o dichiarata «fuori luogo» quella modalità di presenza nel mondo che i decreti conciliari, le encicliche sociali e la legge canonica ad essi chiedono, ossia la modalità propriamente politica?

Ma è proprio in forza della coerenza cristiana, della fedeltà cattolica e della specifica responsabilità laicale che alcuni cattolici (pochi ancora) – senza considerarsi «il partito cattolico» né farsi presuntuose illusioni, cercando tuttavia di superare il tarlo della dispersione infruttuosa – intendono anch’oggi dar vita a un partito che nei programmi e nell’azione si riconosce nell’intera dottrina sociale della Chiesa, ovviamente applicata al presente. Tutto ciò in dialogo con tutti, cristiani o no, e con una prassi assolutamente democratica.

L’integralità dei suoi riferimenti ideali fondamentali (lascio da parte la parola «non negoziabili») e un’aperta proposta politica «forte», gli conferiscono certamente un carattere «identitario» ma non settario, non integralistico, non sanfedista. Non sono le idee «deboli» che salvano il mondo, ma quelle «vere» dell’umanesimo plenario (Paolo VI) purché servite con coraggio e mitezza. Quella di Sturzo e di De Gasperi, per non dire di La Pira, era una presenza «identitaria» ma quanto liberante!

Parlo di un partito di piena ispirazione cristiana (tanto più vera, credo, quanto più radicata nell’esperienza cristiana), che difende e promuove, se ce n’è bisogno, la libertà della Chiesa ma insieme alla libertà di tutti; ha il senso dello Stato ma non è statalista; è un partito nazionale ma decisamente aperto a unità sopranazionali, ed è fortemente impegnato per la liberazione dalla miseria, dall’egemonia scandalosa del denaro, dal degrado ecologico suicida, dall’ingiustizia, dalla prepotenza laicistica, dalle varie disumane oppressioni, dalla guerra (quella guerreggiata e quella preparata da tremendi e immorali armamenti).

Perché allora, ostracizzare o dichiarare chimerico un progetto del genere, che senza dubbio è difficile?

Sì, credo che su questi problemi sia l’ora di «cambiare registro mentale».

+ Gastone Simoni,
vescovo emerito di Prato

Carissimo monsignor Simoni, la ringrazio per questo suo intervento che in qualche modo potevo anche prevedere. Quantomeno, conoscendo la sua passione e il suo costante impegno su questi temi, immaginavo potesse non condividere l’analisi di Riccardo Saccenti. E con lei anche altri. In redazione ne eravamo coscienti. Ne abbiamo anche discusso. Arrivando, però, alla conclusione che l’intervento di Saccenti (da noi richiesto esplicitamente) era comunque lucido, puntuale e in gran parte condivisibile. Oltretutto utile ad aprire un dibattito che abbiamo subito avviato. Infatti, ancor prima che arrivasse la sua lettera, avevamo chiesto a un altro nostro editorialiasta, Domenico Delle Foglie, di raccogliere le sollecitazioni di Saccenti e di proporre una propria lettura del voto dei cattolici.  Alla fine del testo, pur non avendolo concordato prima, Delle Foglie propone che questo giornale possa diventare uno dei luoghi di dibattito «nei quali esercitare il discernimento comunitario sul futuro del cattolicesimo politico». Una proposta che accogliamo più che volentieri. Del resto, anche in passato, nel suo piccolo, questo giornale ha avuto questo ruolo. E lei, caro monsignor Simoni, lo sa bene perché ci è sempre stato vicino e con lei abbiamo condiviso tante iniziative come quella del «Forum» che a suo tempo mise intorno a un tavolo i politici cattolici toscani presenti nei diversi schieramenti arrivando a produrre significativi documenti come quello sulla famiglia. In qualche modo ci possiamo riprovare.

Andrea Fagioli

Eppur si muove..in realtà, come diacono della diocesi di Fiesole ( altra è la diocesi di Prato, dove fino a pochi anni fa Sua Eccellenza don Gastone Simoni era vescovo, ora emerito) posso garantire che il problema sollevato ed espresso da don Gastone a Saccenti, con tanta precisione e tanta appropriatezza, viene deliberatamente ignorato e quasi sepolto, sotto le piccole ( o le grandi) coperture che negano, negano!, c’è poco da aggiungere, la verità e la realtà di una presenza che è quella, scomoda per molti, della Democrazia Cristiana Storica. Partito di ispirazione Cristiana perché sempre per tradizione indissolubilmente legato al popolarismo di Don Sturzo e alla Democrazia Cristiana di De Gasperi( almeno fino al 1978, quando la protervia del comunismo alleata alla protervia dei servizi segreti ancor oggi poco chiari, distrusse, nella persona di Aldo Moro, quella possibilità che l’Italia potesse finalmente avviarsi verso una democrazia dell’alternanza, che è presente storicamente da secoli in Gran Bretagna e dal 1945 in Germania, ma non accetta in Italia, sia per volontà della magistratura del 1992, o di talune frange della massoneria e dei servizi segreti anche esteri).
Noi democratici cristiani popolari, non presenti e non collaboranti insieme alle categorie in disfacimento del centrodestra e del centrosinistra, non abbiamo paura, noi andremo avanti fino alla piena e legittima ricostituzione della Democrazia Cristiana storica, il partito di ispirazione cristiana che Martinazzoli volle archiviare, dimenticandosi che questa archiviazione avrebbe richiesto la celebrazione di un Congresso ( che mai ci fu) e non una banalissima riunione della Direzione Nazionale, che invece scatenò i peggiori istinti di appropriazione indebita e del patrimonio della DC e del suo simbolo, ancor oggi oggetto di contesa con l’udc prima di PFCasini e ora di Cesa( partito di uomini e donne che non hanno mai avuto a cuore le nostre radici popolari e democratico cristiane, ma solo le poltrone e gli accordi di palazzo).
Siamo convinti che con grande determinazione e certezza della affidabilità delle sentenze che dal 2009 hanno certificato la presenza reale e viva della Democrazia Cristiana, nei suoi soci ‘92-‘93, tutti i conti saranno pareggiati. Chiudo affermando che non sono contrario alle aggregazioni e al motto “ aggregare aggregare!”, lanciato dall’amico Professore e Magistrato Carlo Casini di Firenze, ma ci dovranno essere delle verifiche approfondite e non di facciata di chi, veramente, intende partecipare alla ripartenza del partito di ispirazione cristiana, pena la definitiva diaspora, non ancora compiuta, nonostante i tentativi maldestri e di taluni “ democristiani poco seri e poco chiari” e di quella parte politica avversa alla DC, che si trova al momento presente in tutti gli attuali partiti politici, blindati dalle poltrone e dai tornaconti personali.

Roberto Paolucci, Firenze

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