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Crisi economica italiana? La lezione di Henry Ford

Crisi economica italiana? La lezione di Henry Ford

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Gli avvenimenti economici e sociali di questi mesi, e più in generale di questi anni, evidenziano sempre più quanto nello stato di crisi dell’economia italiana pesino responsabilità autoinflitte.

Da mesi, ma ancor più nelle settimane scorse, capita di leggere che il peggio della crisi è alle spalle, che si profila una modesta ripresa, e che dagli stress test il nostro sistema bancario risulta solido; insomma i problemi veri e gravi sembrerebbero circoscritti ancora al caso Grecia o poco più.

Bene: chi è convinto che l’Italia sia un paese con l’economia sostanzialmente sana, e che gli attuali problemi siano unicamente dovuti alle turbolenze internazionali, o vive poco in Italia oppure, se si occupa di economia, farebbe meglio a studiare con più profondità e meno interviste i nostri fenomeni; se poi fa il politico… forse occorre semplicemente ma decisamente un maggior senso del dovere e della responsabilità.

Quanto al risultato degli “stress test” sul sistema bancario, intanto, si tratta di simulazioni statistiche di ciò che potrebbe succedere in condizioni estreme: e il risultato ottenuto indica semplicemente che le banche italiane, in quanto banche, non sono esposte a rischi eccessivi. E’ una buona notizia, ma di per sé del tutto insufficiente per poter dare giudizi globalmente positivi sull’economia del nostro paese. Il semplice fatto della “solidità” del sistema bancario non implica infatti che le imprese vengano adeguatamente finanziate, sia in termini quantitativi (volume dei crediti adeguato alle esigenze produttive), sia in termini qualitativi (credito a breve, medio, lungo termine a seconda che il fabbisogno di capitale sia temporaneo o durevole). L’adeguato finanziamento delle imprese sarebbe, invece, una delle condizioni essenziali per poter esprimere giudizi positivi sulla struttura dell’economia.

Il fatto è che in Italia i “nodi” sono tanti, e il problema è che sembra non esistere il “pettine” al quale tali nodi dovrebbero arrivare. Proviamo a fare un breve elenco dei problemi che ci affliggono, e a sviluppare, poi, un tema che viene sostanzialmente ignorato sia dalla stampa che dalla gran parte degli studiosi quotidianamente intervistati. Proviamo a sintetizzare i nodi:
1) Bassa produttività.
2) Spesa pubblica poco controllata.
3) Disoccupazione elevata e più in generale grave sottoutilizzazione delle risorse umane.
4) Iniqua distribuzione dei redditi.
5) Evasione fiscale immorale.
6) Classe politica inadeguata.
7) Conflitti di interesse che intralciano il bene comune.
8) Scadimento generale del senso etico e della legalità.
9) Pressapochismo e qualunquismo diffusi in tutti gli strati sociali.

Partiamo dal primo punto: la bassa produttività rispetto agli altri paesi industrializzati affligge il sistema italiano già dai primi anni Novanta.

Come faceva notare l’economista Acocella in una sua intervista, “abbiamo accumulato una perdita di produttività, dal 1990 al 2006, nell’ordine di grandezza del 10 – 15% nonostante il fatto che i nostri salari non crescano più dei salari degli altri.”

Il problema della bassa produttività è cronico e ad oggi ancora irrisolto.
Acocella indicava varie cause: dalle carenze delle infrastrutture alla vecchia e superata organizzazione aziendale di tipo rigidamente verticistico (top-down) inadeguata alle nuove tecnologie. Ma, prima di segnalare un altro fattore responsabile della bassa produttività, di cui nessuno osa parlare, facciamo un salto indietro nel tempo e nello spazio.

Stati Uniti d’America, 1912 – 1913: gli impianti automobilistici di Henry Ford erano afflitti da un problema di bassa produttività e da un alto tasso di abbandono degli impianti da parte dei lavoratori. Il tasso di avvicendamento del personale alla Ford (turnover, continuano a dire i bravi in inglese e incompetenti in economia) alla Ford era del 380% nel 1912 e raggiunse quasi il 1000% nel 1913, con l’effetto di far impennare i costi e precipitare i profitti.

Nel gennaio del 1914 Henry Ford reagì a questa situazione con una strategia sorprendente: ridusse la giornata lavorativa da nove a otto ore e aumentò contemporaneamente il salario minimo da 2,38 dollari a 5 dollari (più che un raddoppio) per i lavoratori della catena di montaggio (un bell’esempio per i tronfi bellimbusti dei nostri governi, e loro esperti, che hanno pensato di aumentare la produttività con la soppressione di qualche giorno festivo).

La Ford riuscì ad attrarre i lavoratori più produttivi e a fidelizzarli riducendo della metà l’assenteismo ed ottenendo un incremento di produttività di circa il 50%.

La riduzione del turnover e l’aumento di produttività furono sufficienti a ridurre il costo di ogni unità prodotta. La nuova politica salariale si tradusse anche in un vantaggio di immagine per la Ford che aumentò sensibilmente le vendite. Riduzione di costi e maggiori volumi di vendita fecero passare anche i profitti dai 30 milioni di dollari del 1914 ai 60 milioni del 1916. (Vien da pensare alle strategie di Marchionne alla Fiat. Chissà se ci pensa mai…). Ciò che Henry Ford fece nel 1914 fu semplicemente pagare i cosiddetti “salari di efficienza”: gli economisti arrivarono a teorizzarli solo 70 anni più tardi.
I “salari di efficienza” sono quei salari più elevati rispetto ai salari di equilibrio del libero mercato (salari che i lavoratori sarebbero disposti ad accettare) che consentono alle imprese di ottenere una maggiore produttività e di conseguenza maggiori profitti. Questa è una delle spiegazioni (teoria sviluppata dal Nobel Joseph Stiglitz) della rigidità verso il basso dei salari reali, anche in tempo di recessione e alta disoccupazione; un ulteriore ribasso dei salari, anche se accettato dai lavoratori per via dell’elevata disoccupazione e della difficoltà nel trovare lavoro, porterebbe facilmente ad eseguire i loro compiti nell’azienda con trascuratezza, provocando una diminuzione di produttività e di conseguenza minori profitti per l’impresa.

Forse sarebbe il caso di spiegarlo agli imprenditori italiani; si pensi, per rimanere nell’ambito del settore automobilistico, ancora al caso Fiat, nella quale un operaio della catena di montaggio guadagna la metà, o poco più, dei suoi colleghi tedeschi; ma il caso vale per ampi settori economici italiani nei quali i differenziali retributivi rispetto ad altri paesi Ue come Francia e Germania sono quasi strutturali. Siamo in una situazione che ricorda una battuta che girava fra gli operai della Russia comunista: Loro fanno finta di pagarci e noi facciamo finta di lavorare.

Il fatto è che salari più elevati sono, in genere, causa di maggiore produttività, non conseguenza, perché portano ad eseguire le proprie mansioni con maggiore impegno, aumentano le “motivazioni” dei dipendenti (termine col quale oggi tutti si riempiono la bocca ma che rimane pura chiacchiera per incantare i semplici), diminuiscono l’avvicendamento del personale evitando il balletto di dipendenti che cambiano posto ogni sei mesi perché non vengono pagati e non perché trovano più interessanti opportunità di lavoro come ci ha voluto far credere la retorica imprenditoriale e la scipitaggine di tante cattedre universitarie dagli anni Novanta in poi; diminuisce l’assenteismo ed aumenta anche, in generale, la responsabilizzazione del personale, perché perdere un posto ben pagato diviene una sanzione ben più pesante che perdere un posto con una paga scadente, o una magnifica opportunità da stagista, da praticante, o un posto dove si va solo a “passare il tempo”.

In conclusione, oggi più che mai si fa pressante l’esigenza di mettere bene a fuoco i problemi e di risolverli con la miglior teoria economica unita al buon senso, invece di affidarsi ai soliti slogans triti e ritriti, che possono solo far la fortuna di qualche avventuriero politico.

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