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Concertazione economica: la migliore si fa a tre e forse anche a quattro

Concertazione economica: la migliore si fa a tre e forse anche a quattro

Economia e Lavoro \ Scritto da il \ Stampa il PDF

Il 2013 non è stato soltanto  l’anno nel quale si sono svolte le elezioni politiche e si sono rinnovate diverse amministrazioni locali: è stato anche l’anno nel quale si sono celebrati i congressi sindacali di Cgil, Cisl e Uil, le maggiori confederazioni italiane del lavoro dipendente.

Ebbene, bisogna ribadire la necessità strutturale che entrambe le soggettualità, politica e sindacato, sentano “insieme” il dovere di rimettere il lavoro potentemente al centro della loro attenzione; insieme, non ciascuno per conto suo: e questo “sentire insieme” si realizza parlandone, appunto insieme, ogni giorno, sostenendosi a vicenda nelle ipotesi ragionevoli di soluzione dei problemi, e soprattutto studiando ipotesi di soluzioni per chi ancora il lavoro non ce l’ha o lo ha perduto. Perché non c’è cosa peggiore, in tempo di crisi economica, del vedere politica e sindacato che vanno ciascuno per conto suo: entrambi parlano di lavoro ma si ignorano. Ma non basta: questo atteggiamento di dialogo non può essere vissuto né senza né contro gli imprenditori, bensì, anche con loro, “insieme”. Anche gli imprenditori sono l’economia e il lavoro.

E tutto questo si chiama concertazione. Quella vera e seria. E’ una cosa che si fa a tre. Se volete, anzi, potete aggiungerci un quarto soggetto: gli studiosi (l’università, si dice spesso, in quanto l’università è per definizione, in teoria, il luogo dove i problemi vengono studiati: ma, intendiamoci, molte realtà universitarie sono adeguate mentre altre sono strutturalmente non all’altezza delle situazioni di cui pretendono di parlare, anche se vengono  impropriamente chiamate a svolgere questo ruolo). Il Giappone ha coinvolto spessissimo il mondo dell’università e della ricerca nelle migliori fasi del suo sviluppo economico fino ai vertici mondiali del successo, aprendo in questo senso quasi una nuova ed esemplare pista, e lo fa tuttora in misura notevole; ma diversi altri paesi particolarmente dinamici si sono messi sulla stessa strada. Perché non dovrebbe farlo con impegno e metodo l’Italia?

Una cosa è comunque da escludere: la solitudine decisionale senza dialogo.

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