Cile: Salvador Allende, 40 anni fa la morte del sogno / SPECIALE
Ciò che resta di Allende

Ciò che resta di Allende

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Esiste un altro undici settembre, prima dell’Undici Settembre. Un giorno memorabile, anche quello: il giorno in cui un presidente democraticamente eletto morì senza arrendersi, rinchiuso nel suo palazzo, assediato da uomini in divisa in nome di una parte del suo stesso popolo, stritolato da trame che poteva solo intuire. Il giorno in cui coerenza cieca e vile tradimento, irragionevolezza e ferocia segnarono il culmine di una tragedia tra le più tristi e simboliche del Novecento.

La vicenda si svolge in Cile. Nel settembre del 1970 Salvador Allende, a capo di una coalizione di partiti di sinistra denominata Unidad Popular, vince le elezioni presidenziali col 36% dei voti, poco più degli altri due candidati. La costituzione cilena prevede che il presidente, senza la maggioranza assoluta dei consensi, sia riconfermato da un voto del Congresso, il che avviene puntualmente con l’appoggio del partito di centro, la Democrazia Cristiana.

Incurante della sua posizione precaria, Allende si avvia a realizzare un programma ambizioso. Persegue la cosiddetta “via cilena al socialismo”, l’instaurazione di un ordine socialista per via legale e costituzionale attraverso una serie di incisive riforme economiche. Nazionalizzare per legge le miniere di rame, favorire la formazione di cooperative contadine, redistribuire il reddito aumentando stipendi e salari: queste le priorità del presidente.

Subito la fermezza del governo cileno innesca una spirale di reazioni impreviste e  difficilmente controllabili. Sul piano internazionale, il timore che il Cile non rispetti gli obblighi finanziari e la volontà di tutelare gli interessi delle multinazionali espropriate determina un blocco del flusso di capitali stranieri e di aiuti economici verso il Paese. Sul fronte interno i grandi proprietari, ma anche il ceto medio, duramente colpiti dalla redistribuzione del reddito, inscenano imponenti manifestazioni di protesta. Rapidamente la società si polarizza: da una parte imprenditori, produttori e liberi professionisti, organizzati in gremios, tengono scioperi dalle conseguenze disastrose per l’economia; dall’altra associazioni di lavoratori ( i cordones) assistono e soccorrono il governo nelle fasi più critiche.

Si tratta, purtroppo, di un sostegno effimero. Ben presto l’aumento dei salari fa crescere la domanda interna a un ritmo che la produzione non riesce a sostenere e l’inflazione esplode. Gli stessi lavoratori scendono in piazza per protestare, mentre una parte crescente della maggioranza di governo è tentata dall’ipotesi rivoluzionaria “alla cubana”.

Per tappare le falle Allende coinvolge nel governo i militari che, immersi nelle beghe politiche, vengono meno poco a poco al senso di neutralità e lealtà istituzionale che lo stesso presidente gli riconosce. Le voci sull’organizzazione di una milizia popolare, i timori per il caos politico e la paralisi delle istituzioni spingono le forze armate verso la soluzione più drastica. Ufficiali della marina e dell’aeronautica progettano un colpo di stato al quale aderisce, in un secondo momento, anche l’esercito. Allende non sa, sospetta ma non osa credere al tradimento. Poi, l’11 settembre, i militari agiscono con decisione: carri armati circondano il palazzo presidenziale, aerei lo colpiscono dall’alto mentre la marina blocca i porti principali del Paese. Allende sceglie di resistere ad oltranza, si barrica nell’ufficio presidenziale e qui muore, vittima dei golpisti o più probabilmente suicida. Muore da eroe antico, da capitano coraggioso, coerente fino all’ultimo col suo rigore morale, la sua vocazione teatrale, la sua ingenuità.

Sul golpe aleggia, inquietante, lo spettro della Cia; ma l’agenzia di spionaggio statunitense, pur coinvolta nelle operazioni, ha un ruolo secondario e di supporto: accelera l’epilogo, lo facilita, ma non lo determina. Alla fine il potere è assunto da una junta militare presieduta dal capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Augusto Pinochet: l’ultimo ad aver aderito eppure il maggiore beneficiario del golpe, per una serie di astuzie e sotterfugi che ben definiscono l’uomo. Pochi giorni prima ha ribadito fedeltà ad Allende, porta occhiali scuri per non farsi guardare negli occhi. La sua fama di uomo ragionevole e moderato si sgretola al cospetto delle feroci persecuzioni ordinate ai danni di militanti o semplici elettori dei partiti di sinistra. Sulla sua coscienza, di lì a qualche anno, peserà un numero di morti che varia da più di tremila, secondo le stime più contenute, a più di ventimila. Con la triste aggravante dei desaparecidos, migliaia di persone scomparse nel nulla e mai più riconsegnate, non foss’altro che al pianto dei cari.

Negli anni ’70, in tutto il mondo, la caduta di Allende e il golpe di Pinochet furono vissuti come un lutto dall’opinione pubblica “progressista”. Dopo la delusione dello stalinismo, i carri armati a Budapest e Praga, l’esito inquietante della “rivoluzione culturale” in Cina, l’esperimento di Unidad Popular si presentava come l’ultima frontiera del socialismo. Col presidente cileno, tra le mura martoriate della Moneda, moriva un sogno di libertà e giustizia; la speranza di un “nuovo ordine mondiale” finiva soffocata dal tiranno in uniforme e occhiali scuri, al servizio dell’imperialismo americano. In realtà, nei tre anni di presidenza, Salvador Allende si comportò come il principale nemico di se stesso: prima che dalla congiura dei “poteri forti” fu abbattuto dal suo discutibile ragionamento economico, dalla mancanza di realismo politico, dall’imprudenza e dall’ostinazione dimostrate nei momenti cruciali. Per questo, più che l’epopea di un martire, la vicenda di Allende tramanda ai posteri una lezione sui guasti del XX secolo: sulla furia e l’intransigenza dell’estremismo ideologico, che si nutre di teoria e di teoria per lo più muore, che sfrutta, senza riuscire a domarlo, il furore degli oppressi; e d’altro canto sulla ferocia “metallica” della contro-insorgenza, della reazione che maschera, dietro alla lotta all’estremismo, la cura di interessi più futili e venali, di sicuro assai meno edificanti.

In foto: Truppe dell’esercito cileno al palazzo La Moneda in una immagine dell’11 settembre 1973

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