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Chi ha tradito l’economia italiana? La terza edizione di un libro di Nino Galloni

Chi ha tradito l’economia italiana? La terza edizione di un libro di Nino Galloni

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Soprattutto, utile per ragionare in profondità su economia e politica del nostro paese. Un tempo l’Italia era grande ed in crescita, era quinta potenza industriale del mondo; un tempo l’Italia con l’Eni insegnava al mondo la condivisione delle risorse per lo sviluppo comune; un tempo gli evoluti paesi scandinavi venivano in Italia a imparare i miracoli della “formula Iri”; un tempo l’Italia costruiva la prima e più moderna autostrada del mondo, come è l’Autostrada del Sole; un tempo le superpotenze trovavano nell’Italia il ponte di dialogo che consentiva loro di parlare di questione palestinese…

Un tempo… Ma era un tempo in cui i nomi dei politici italiani erano erano Mattei, La Pira, Moro, Saraceno, Ugo La Malfa, Petrilli… Un’Italia consapevole di sé, della sua identità civile ed umana; un’Italia culturalmente e politicamente capace di indipendenza e maestra di pensiero. Che generava un’economia di altrettale spessore. Davvero quasi nulla da vedere con il provincialismo morale e culturale dell’ultimo trentacinquennio circa.

Nino Galloni ci aiuta a ragionare di economia italiana, e di possibile ripresa, fuori  degli schemi comuni e dentro un quadro internazionale ben consapevole… dei veri rapporti di forza, anche quelli meno confessabili.

Pubblichiamo di seguito la presentazione della terza edizione del volume, e l’indice generale.

Indice generale

I.    Presentazione della terza edizione

7.    Presentazione della seconda edizione

13.  Premessa – L’evoluzione dell’attuale crisi mondiale

29.  Capitolo 1 – Dal 1947 al 1962

1.1. Le svolte del 1947 e l’impostazione degasperiana, p. 31 – 1.2. Le partecipazioni statali, p. 36 – 1.3. Dall’omicidio di Mattei ai prodromi del centrosinistra, p. 41

45.  Capitolo 2 – Gli anni ’60 e ’70

2.1. L’Italia ha un ruolo nello scacchiere internazionale, p. 47 – 2.2. Fiducia negli affari, investimenti elevati e valore dei patrimoni, p. 50 – 2.3. Piccole imprese e strane virtù della lira, p. 52 – 2.4. Un Paese che va troppo bene: bisogna ammazzare qualcuno, p. 54

59. Capitolo 3 – Dal «divorzio» tra Tesoro e Banca d’Italia alla messa a regime delle privatizzazioni

3.1. La crisi della sovranità politica e la sterilizzazione dello sviluppo, p. 61 – 3.2. La fine della sovranità monetaria come punizione della politica, p. 68 – 3.3. Restrizioni del bilancio pubblico e svendita delle imprese partecipate, p. 75 – 3.4. La riforma del mercato del lavoro e la negazione delle strategie per l’industria, p. 78 – 3.5. Il ribaltamento del rischio sulla società civile come elemento fondamentale della insostenibilità dell’attuale modello economico, p. 84 – 3.6. Le ripercussioni sulle grandi reti infrastrutturali, la ricerca e l’innovazione applicata, p. 85 – 3.7. La mancata attuazione della Costituzione e la sottrazione della politica al- l’elettorato, p. 91

95.  Capitolo 4 – Il nuovo millennio: dopo la fine della globalizzazione, il nulla?

4.1 Verso la netta separazione dei soggetti che esercitano credito ordinario, finanza speculativa e compravendita di obbligazioni a basso rischio, p. 97 – 4.2 . Una regolamentazione internazionale dei costi di produzione, p. 102 – 4.3. Conflitto inter o intragenerazionale?, p. 104 – 4.4. È possibile una necessaria riforma previdenziale?, p. 110 – 4.5. Riforme fiscali, economia sommersa (non osservata), usura, p. 113 – 4.6. Una rivisitazione della politica economica per gestire in modo diverso la cooperazione tra tutte le realtà mediterranee, p. 120

127.  Conclusione – Come contrastare la catastrofe?

135.  Indice dei grafici e delle tabelle

Appendice alla seconda edizione

137.  È possibile salvare l’euro?

Appendici alla terza edizione

159.  Sei punti per lo sviluppo e la piena occupazione 161 Interventi urgenti per il rilancio dell’economia

169.  Indice dei nomi e degli argomenti

183.  Bibliografia

 

Presentazione della terza edizione

Le ragioni di questa terza edizione sono, fondamentalmente, tre: la conferma di quanto sostenuto nell’edizione precedente, andata, però, completamente esaurita; gli avvenimenti prodottisi in questo anno (giugno 2012 – giugno 2013); la riflessione preparatoria alle non del tutto prevedibili conseguenze delle elezioni in Germania (22 settembre prossimo)…che potrebbero richiedere, forse, una quarta edizione!

Rispetto alla precedente di un anno fa, dunque, qualcosa è intervenuto: non cambiamenti veri, certamente, ma di prospettive.

In primo luogo, è oramai accettato generalmente che l’impostazione del governo Monti – e di altre esperienze similari in giro per il mondo – era ed è sbagliata e contro- producente: in condizioni di forte ed evidente difficoltà economica, infatti, qualsiasi tipo di austerity non può che peggiorare le cose. Gli spread e i tassi di interesse sono calati perché la BCE ha ammesso interventi non solo per il mercato cosiddetto secondario, ma soprattutto perché la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) ha accentuato l’utilizzo del risparmio postale per acquistare titoli direttamente sul mercato primario. Ciò che, però, risulta ancora non digerita è la diversificazione – già accennata nella seconda edizione di questo testo – tra posizioni «americane» (quantitative easing monetario, il risanamento dei bilanci pubblici assieme allo sviluppo, accettate anche dalla BCE) e posi- zioni dell’Unione Europea (Germania, ma non solo), di risanamento e, quindi, ancora di austerity, come premessa dello sviluppo.

In secondo luogo, il caso Cipro ha portato alla luce una prospettiva terrificante di bailin generale, tendente ad af- fiancare le oramai logore strategie di quantitative easing (sostegno alle esigenze di liquidità delle banche mediante autorizzazioni monetarie illimitate) con misure di confisca dei depositi: sebbene si tratti di quelli oltre i 100mila euro, si sa che non c’è altra strada certa per abbattere le banche oltre quella di diffondere il panico circa la loro solvibilità. Questa è la vera novità, il vero mistero: se i padroni erano le banche, come mai c’è qualcuno (le banche centrali, le burocrazie internazionali, quegli stessi politici che erano sui libri paga delle banche) che le vuole sottomettere? E perché si considera più facile toccare i depositi, rischiare il caos, continuare con l’autorizzazione di mezzi monetari illimitati (mentre l’economia reale soffre la scarsità di credito e di mezzi per gli investimenti), invece di reintrodurre la Glass Steagall, cioè la netta separazione tra i soggetti che speculano sulle piazze internazionali e le banche ordinarie?

Le risposte potrebbero essere due: confusione mentale; consapevolezza del fatto che la liquidità necessaria a gestire tutti i titoli tossici o derivati è un decuplo dei 30mila mi- liardi di dollari che le banche centrali hanno autorizzato dopo il 2008.

In terzo luogo, si è riaperto il dibattito non solo sulla te- nuta dell’euro e della stessa UE, ma su criteri – che potrebbero portarci fuori sia dalla cosiddetta crisi, sia dall’austerity – come la golden rule (spese in disavanzo per investimenti produttivi) o i titoli obbligazionari europei (aspetto, credo, più complicato da far accettare ai rigori- sti o sedicenti tali fino al 22 settembre 2013).

In quarto luogo, ogni Paese sta cercando la propria via di uscita, riaddomesticando il debito cosiddetto sovrano, modificando la classificazione delle spese, attrezzandosi con banche pubbliche allo scopo di ottenere mezzi monetari a basso prezzo dalla BCE, cercando di orientare l’opinione pubblica secondo strategie precostituite di abbandono dell’euro o, addirittura, della UE così come si è evoluta dopo l’introduzione della moneta unica.

Così c’è un Portogallo a cui si propone (Joao Ferreira do Amaral, Why We Should Leave the Euro?) di uscire dalla moneta unica e chi ragiona all’opposto: mantenere un euro (debole, tendenzialmente svalutato) per i Paesi PIIGS e far uscire la Germania e i Paesi forti con un ritorno alle loro valute (Bagnai, Borghi, Sapir e altri, Manifesto di Solidarietà europea per avviare la Ricostruzione). Ma se la Germania voleva aiutarci, poteva farlo anche con l’euro: e se poi svalutasse il marco? Visto che, non crediamo sia un mistero, a fronte delle sue intense esportazioni, si sono accumulati enormi quantitativi di prodotti metalmeccanici (soprattutto automobili) che si potranno comprare solo a fronte di una svalutazione e non di una rivalutazione della moneta usata dai Tedeschi.

La Francia versa in condizioni pessime sia sul fronte com- merciale, sia su quello sociale: non riesce ad essere competi- tiva e, quindi, si presenta alla BCE con quasi 500 miliardi di collaterale (spazzatura) e, però – a regole vigenti – essendo garantito (tripla A) da una seppur fantomatica e sconosciuta agenzia di rating d’oltremare, ottiene autorizzazioni monetarie allo 0,5%.

I Paesi nordici, nonostante il loro eccellente welfare, non riescono piú a tenere i giovani…il sociale va sgretolandosi. Date queste quattro premesse, vediamo di approfondire alcuni cambiamenti, anche alla luce di quanto è accaduto e potrebbe accadere a livello politico in Italia, Paese che non smette mai di stupire, persino gli stessi Italiani: stiamo esportando piú del previsto e stiamo cominciando a im- portare di meno. Vi è un rapporto tra questo, la riduzione di reddito ufficiale, una ripresa – persino occupazionale – in agricoltura?

Cerchiamo, se possibile, di andare con ordine; soprattutto per quanto riguarda il necessario passaggio all’evoluzione politica che appare notevolmente annessa a quella economica.

Dopo l’estate del 2012 si è aperta una stagione che sembrava poter preludere – per le elezioni che non si sapeva ancora quando celebrare – ad una coalizione nettamente contraria all’austerity, di cui però non tutti avevano apprezzato la fallimentarietà: era stata introdotta l’IMU – ad esempio, con il beneplacito di quasi tutte le forze presenti in Parlamento – senza considerare che essa avrebbe comportato un ulteriore peggioramento per le prospettive del mercato immobiliare già molto depresso. Forse tassare le seconde o, meglio, le terze case sfitte avrebbe fatto conseguire quattro risultati: un notevole gettito fiscale, la rivitalizzazione degli affitti, il non peggioramento delle compravendite, una maggiore trasparenza e regolarizzazione (sarebbe diventato conveniente regolarizzarsi, vale a dire cedere alle amministrazioni il 20% degli affitti e risparmiare la tassa sugli sfitti). Era stato approvato in modo più bulgaro che latino il cosiddetto MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) che – se non si farà una necessaria e generale retromarcia – comporterà danni evidenti allo sviluppo e spese aggiuntive capaci di riportarci oltre i parametri, selvaggiamente e inopinatamente, decisi a Maastricht.

Ma, quando le elezioni anticipate erano oramai certe, i partiti, i gruppi e i movimenti che avrebbero potuto dar vita ad una coalizione alternativa, basata su un programma minimo – capace di unire le forze a differenza di un pro- gramma massimo che, ovviamente, divide – finirono per ar- roccarsi allo scopo di garantire visibilità, certezza di can- didature e via dicendo ai propri leader.

Il programma «minimo» in sei punti viene allegato a questa edizione così come un insieme di proposte/disegni/progetti di legge sulle questioni più urgenti, atti a fronteggiare l’emergenza occupazionale, eventuali attacchi della speculazione internazionale, la continua difficoltà per la cassa dello Stato che impone – per pagare i debiti delle amministrazioni nei confronti delle imprese, già definiti compiutamente – l’emissione di nuovi titoli che vanno ad appesantire la situazione del debito pubblico.

Fino ad un certo punto, tutte le forze di centro (centrodestra e centrosinistra), con esclusione di SEL e Lega, vanno a braccetto sotto la regia del premier Mario Monti, come si è accennato (vedi IMU, MES, ecc.), quando que- st’ultimo annuncia la propria candidatura con un nuovo partito, dopo essere stato solo virtualmente, ma non effet- tivamente, «sfiduciato» dal leader del centrodestra che avrebbe sostituito Berlusconi; a quel punto (incolmabile vantaggio per il centrosinistra e «salita» in campo di Mario Monti), rientra in gioco lo stesso Berlusconi, con una mossa disperata a fronte del subbuglio nel centrodestra e di un PD sempre più forte.

Risultato: il neonato Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo ottiene il 25% circa dei voti, 108 Deputati e 56 Senatori, numero sufficiente a far mancare la maggioranza al PD di Bersani dove non c’è il consistente premio della Camera.

Berlusconi recupera parecchio.

Sulla carta sono possibili due maggioranze: PD e M5S; PD e PDL.

Dato l’andamento della campagna elettorale e i precedenti storici, tutti negano cittadinanza a questa seconda opzione. Bersani tenta di coinvolgere nel nuovo governo M5S che, per motivi vari, non è disponibile; l’occasione storica tramonta, un (nuovo) governo appare ipotesi di ardua realizzazione e, allora, si passa alla elezione del Presidente della Repubblica. Chiunque, ma non una conferma dell’uscente, tuona lo stesso Napolitano in buona compagnia. Il PD non accetta la candidatura (fatta emergere dal M5S) di un insigne giurista, molto di sinistra, il prof. Rodotà e, gira e rigira, molla e rimolla, chi viene eletto? Ma Giorgio Napolitano, naturalmente; e il governo come sarà? Ma PD-PDL, naturalmente.

Viene proposto, anzi, preposto, Enrico Letta che, prima ancora di andare a giurare, scampa ad un attentato perché lo sparatore (un novellino del terrorismo che, chissà come, si rivelerà un tiratore scelto) – non si capisce se disperato o meno, perplesso o meno, confuso o meno – ripiega su due poveri Carabinieri, di cui uno in gravissime condizioni.

Enrico Letta annuncia il superamento dello schema montiano. Da Berlusconi accetta la sospensione dell’IMU: il PDL annuncia che farà cadere il governo se essa non sarà definitiva. Incassa la chiusura della procedura contro l’Italia per deficit eccessivo. Si impegna a perorare la causa della golden rule (investimenti per la ripresa anche in disavanzo). Sembra in preda alla tentazione di abbassare le tasse sui neoassunti dimenticando che le imprese domandano tanto lavoro quanto gliene serve per raggiungere obiettivi produttivi dettati dagli ordinativi; se il super- mercato mette in offerta l’acqua minerale ne posso acquistare dieci casse, ma non mi metterò giornalmente a bere venti litri d’acqua al giorno se prima ne bevevo due! Inoltre il film lo si conosce già: per risparmiare sul costo del lavoro, le imprese si disfano di trentacinquenni o cinquantenni (che, poi, sono, comunque, più difficili da gestire) e assumono giovani – scaricando sulla collettività la differenza – che poi, non appena compiranno 35, 40 o 50 verranno sostituiti di nuovo da lavoratori più giovani, più istruiti, disponibili a paghe più basse. Casomai si dovrebbe puntare su un rilancio dell’apprendistato (che interessa adeguatamente anche l’artigianato e le piccole imprese), abbassando, sì, il più possibile le cosiddette barriere all’entrata, ma poi – questo è il punto – assicurandosi che il lavoratore formato inizi una carriera stabile: non importa se nella stessa azienda, nello stesso settore o nello stesso Paese.

Non stupisce, quindi, se la situazione sociale ed econo- mica ufficiale continua a peggiorare, sebbene l’Italia, come si è accennato, si trovi in buona compagnia, in Europa ed anche fuori di essa.

Pesa la difficoltà dello Stato a procurarsi liquidità per ri- durre lo scarto tra cassa (fabbisogno) e competenza (spesa che viene stanziata e impegnata), il quale determina residui passivi come mancate erogazioni e trasferisce sulle imprese la (ulteriore) carenza di liquidi.

Si arriva persino a confondere l’eventuale garanzia – a favore delle banche – su un debito proprio dello Stato con un aumento della spesa pubblica.

La rinuncia alla sovranità monetaria, se non determina una delega piena ed efficace alla BCE, è illegittima oltre che dannosa. Ma la lira era sostenibile alle condizioni pre- cedenti il 1981, come si argomenta nel testo; oggi l’Italia, con le modalità suggerite nell’articolato che si propone (allegato), potrebbe emettere Certificati di Credito Erariali (CCE) che, utilizzati tra le imprese, immessi (con le modalità descritte) nei depositi bancari, accettati in pagamento di tasse e tributi, consentirebbero allo Stato di non indebitarsi ulteriormente, onorando i propri impegni e di dare respiro all’economia; nella prevedibile ipotesi di dover gestire una successiva procedura di infrazione anche facendo pesare seri argomenti a proposito della contabilità e dei modi di autorizzazione di mezzi monetari a favore di Francia e Germania (di cui si è accennato nella seconda come in questa edizione).

Oggi, prima delle elezioni tedesche del 22 Settembre, quali previsioni si possono fare?

Il Giappone ha scelto la via dell’accelerazione del quantitative easing monetario: tassi di interesse reali negativi e liquidità abbondante. Meglio della scarsità europea, ma non appare la soluzione: i «fondamentali» del Giappone non tornano in ordine per la semplicissima ragione che l’elemento strategico sono i buoni investimenti (industrie, infrastrutture, istruzione, welfare), investimenti sostenibili per uno sviluppo responsabile e a misura d’uomo.

Non sembrano sostenibili, né responsabili, le ipotesi di decrescita come quelle di crescita illimitata.

Al contrario, lo sviluppo dovrebbe essere un vincolo (da parametrare alle esigenze di valorizzazione delle risorse umane da occupare), mentre l’ambiente un obiettivo da «massimizzare» in termini di benessere e qualità della vita. L’ambiente come vincolo e lo sviluppo come obiettivo appaiono un ossimoro col rischio o di bloccare lo sviluppo per proteggere l’ambiente o di non accettare che un limite allo sviluppo ci sia: non quello che ritengono certi ambientalismi (vedi il mio Oltre lo sviluppo sostenibile, cit. in bibliografia) ma quello definito dai buoni, sostenibili e necessari investimenti dell’economia reale.

Parimenti, le risorse monetarie non dovrebbero essere né scarse (è insensato dal momento in cui esse non sono piú legate ad alcunché di prezioso); né illimitate, come si diceva, ma tante quante ne servono per realizzare gli investimenti di cui c’è bisogno.

Anche rispetto all’euro, occorrerebbe ribadire che non può essere valida né la sua difesa acritica (a parte il principio di conservazione dell’esistente come punto di partenza che, però, appare ardua in fasi storiche connotate da forti mutazioni), né il suo abbandono, altrettanto acritico: certamente esso ha fatto più danni che altro – soprattutto – nei Paesi mediterranei, ma il suo abbandono (anche con le modalità proposte nell’appendice alla precedente edizione) e l’adozione della situazione pregressa, non sarebbe la soluzione dei problemi.

Le questioni monetarie, infatti, se male impostate – come l’euro – determinano problemi; ma, se bene impostate, sono solo premessa necessaria di uno sviluppo che dipende dalla capacità di effettuare investimenti socialmente ed economicamente necessari o, almeno, non inutili. Si parla, infatti, di sviluppo potenziale per intendere quello in cui tutte le risorse reali vengono opportunamente utilizzate e valorizzate.

Così, l’Italia può rinunciare alla moneta nazionale, ma non alla moneta; e ciò vale per tutti i Paesi che abbiano risorse reali – soprattutto umane – da valorizzare. Ma persino quelli che – teoricamente – fossero a sviluppo potenziale zero o negativo (decrescita demografica e stabilizzazione del PIL monetario procapite ovvero stabilizzazione di entrambi gli indicatori) avrebbero bisogno di una vera moneta.

Fra l’altro, l’analisi del dato demografico recente, almeno in realtà come quella italiana, dimostra un aumento, non dovuto alla semplicistica ragione delle presenze extracomunitarie, ma ad una non prevista tendenza dei cittadini nazionali a fare più figli: sommando, dunque, i due effetti (nati da genitori comunitari e non) e sottraendo i decessi, si ha che la decrescita del PIL disponibile procapite è maggiore di quella del PIL reale.

Se non si cambia urgentemente la politica economica, una eventuale decrescita del PIL monetario andrebbe a pregiudicare consolidati equilibri sociali e previdenziali (l’attuale sistema italiano, infatti, detto «a contribuzione», è in equilibrio tendenziale – per definizione – con un tasso di valorizzazione notevole, rispetto a tutti i fondi di altro tipo, ma è legato alla media quinquennale del PIL monetario o nominale).

Il problema della fuoriuscita dall’euro, come si cerca di sottolineare nell’appendice (già della seconda edizione) si diversifica a seconda della dimensione e delle caratteristiche di ciascun Paese.

La discriminante piú importante, infatti, potrebbe essere tra Paesi con sufficiente diversificazione produttiva e Paesi troppo limitati o «specializzati». Ad esempio, la crisi politica internazionale dell’euro ha avuto la sua impennata con la situazione della Grecia: situazione che, lo si era dimostrato nelle precedenti edizioni di questo testo e lo si conferma adesso, forse è stata voluta, certamente agevolata dai comportamenti europei (soprattutto, ma non solo, tedeschi) che avrebbero potuto e dovuto minimizzare il danno. Ma, a prescindere da chi fa che cosa e perché, occorrerebbe domandarsi quanti yogurt sarebbero occorsi a comperare (dalla Germania e dalla Francia) tutti quei sottomarini e carri armati.

Nessuno qui discute la priorità, per la Grecia, di armarsi, ma delle due l’una: o si hanno degli alleati (e, allora, si possono studiare le ottimizzazioni situazionali) o non si hanno e, allora, bisogna fare da sé. Vale a dire: tanti sottomarini e carri armati di importazione quanti yogurt si riescono ad esportare.

Questo discorso, però, andrebbe opportunamente generalizzato: a partire dal G7 del 1979, contrariamente a quanto era stato programmato e, in qualche modo praticato, dopo gli accordi di Bretton Woods del 1944, si decise che ciascun Paese dovesse essere responsabile della propria bilancia dei pagamenti. In precedenza (fino al G7 del 1979), invece, erano i Paesi forti che, rivalutando la propria moneta o accettando le svalutazioni di quelli deboli, fornendo aiuti e altro, consentivano l’equilibrio.

Dopo il 1979, quell’equilibrio non c’è piú stato, perché i Paesi deboli tendono a peggiorare (devono alzare i propri tassi di interesse per cercare di riequilibrare i loro disavanzi commerciali importando capitali) e quelli forti a migliorare: possono ridurre al minimo il costo dei loro investimenti (reali, tecnologici, ecc.) avendo già un avanzo della propria bilancia commerciale.

Per questo la Germania vuole esportare il piú possibile, per minimizzare il costo del denaro ovvero ottenere lo stesso risultato con meno moneta; per far ciò massimizza la produzione (quindi l’occupazione), ma, in difficoltà, riduce i salari, dandone la colpa ai PIIGS e riversando odio su di loro. A fine settembre, dopo le loro elezioni, sarà possibile valutare l’effetto di tali dinamiche. Ovviamente, la Germania si sta avviando ad una situazione di super produzione che va bene per le esportazioni, ma può esporla ad altri e più seri problemi. Fra l’altro, nessun Paese che voglia esser leader può evitare un disavanzo commerciale: come gli USA, deve aiutare – finchè può e gli stessi USA, ad esempio, non (ne) possono più – gli alleati. Quindi, la posizione tedesca è anomala: vuole dominare, ma a spese degli altri. Questo non funziona: è un elemento di forte debolezza per l’Europa, ma, paradossalmente, non sempre per l’euro… nel senso che – con le attuali regole internazionali – la Germania potrebbe anche fare di peggio.

Se una soluzione da economie chiuse (seppure nella versione keynesiana di un’apertura trascurabile) non pare praticabile; se l’attuale soluzione delle economie aperte con squilibri che aumentano (la cosiddetta globalizzazione) risulta, ormai, chiaramente, insostenibile; quale potrebbe essere la vera soluzione?

Sembrerebbe importante sottolineare sia la svolta dell’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese – ottobre 2012 – di assegnare più importanza allo sviluppo del- l’economia interna e meno alle esportazioni, sia i primi accordi «sistemici» tra i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Essi hanno ormai deciso di fare una Banca Mondiale alternativa e loro Agenzie di rating per opporsi alle politiche e ai diktat delle versioni «occidentali» di esse; e, gli «Occidentali», ovviamente, stanno – per ora – tuonando contro gli stessi BRICS a causa di questa importante, storica, decisione.

La possibile soluzione è un cambiamento di paradigma epocale: fuori dalle economie chiuse (e da qualsiasi anacronistica ipotesi autarchica), fuori dalle economie keynesiane, fuori dalla attuale globalizzazione, si potrebbe prospettare un futuro in cui ciascun Paese spinge al massimo le proprie capacità produttive interne e, per finanziare le proprie importazioni necessarie, esporta le eccedenze: ma queste ultime ad un prezzo arbitrario, vale a dire senza un vincolo a portare i propri salari sotto quelli della concorrenza. Fenomeno quest’ultimo che ha finito per deprimere la domanda complessiva e avviare la solita crisi da insufficienza della domanda.

E l’Europa che farà? Si schiererà con gli USA, oramai del tutto succubi della potenza egemonica inglese o attenderà una nuova (possibile, ma non si sa quanto probabile) indipendenza americana?

Anche per l’Italia potrebbero prospettarsi cambiamenti epocali; soprattutto se l’attuale governo fallisse, la linea filo mediterranea verso Africa, Medio-Oriente e Balcani potrebbe riacquistare peso e, chissà…potremmo parlare di BRIICS!!!

La Discussione

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