Caso Cancellieri: alla luce della storia…

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Il fatto che Giulia Ligresti sarebbe stata scarcerata anche senza la segnalazione della Cancellieri, non toglie niente alla gravità della situazione, anzi l’aggrava.
Significa che la ministra ha fatto la raccomandazione superflua per raccomandare se stessa, ossia per dare ai Ligresti questo messaggio: “ Io, con tutto che ho fatto una bella scalata sociale, sono sempre una vostra cliente”.
Significativo leggere alcune parole dette dalla guardasigilli a Gabriella Fragni, la compagna di Salvatore Ligresti, in una telefonata intercettata dalla procura di Torino il 17 luglio 2013: “Senti, non è giusto, non è giusto… Comunque guarda, qualunque cosa io possa fare, conta su di me…”.
Sono parole tipiche e rivelatrici di un rapporto clientelare.
Vediamone le origini risalendo all’antica Roma.
“Il rapporto clientelare si configura come un’organizzazione mafiosa che garantisce l’omertà e il successo dei disonesti, ha scritto il latinista Luciano Perelli in un libro intitolato La corruzione politica nell’antica Roma.
Credo che raccomandazioni e mafia siano presenti nella nostra cultura italica fin da tempi molto remoti e che attribuire questa attitudine in esclusiva ai nostri meridionali sia una forma di razzismo. La mafia nasce come scambio di favori e di servizi. Ora la mafia sembra lambire ogni forma di relazione nella nostra penisola, ma non è certo una novità.
Il rapporto utilitaristico, di aiuto reciproco, tra patroni e clienti era già istituzionalizzato nelle leggi delle XII tavole redatte nel 451 a. C.: “Patronus si clienti fraudem fecerit, sacer esto”, il patrono, se ha ordito una frode al cliente, sia maledetto, prescrivevano. La memoria, e la pratica di questa antica norma si conserva in età classica: Virgilio, cui T. S. Eliot attribuisce la posizione centrale “del classico supremo della civiltà europea”, mette tra i grandi criminali sprofondati nell’ombra del Tartaro “quelli che hanno odiato i fratelli, mentre erano in vita, e maltrattato i genitori e hanno tramato una frode a un cliente”.
Si tratta di un elemento caratteristico della civiltà romana: nelle Rane dell’ateniese Aristofane infatti sono menzionati i grandi peccatori immersi in fiumi di sterco, e tra questi non manca chi ha maltrattato i genitori, ma non c’è il frodatore del cliente; al suo posto si trova chi ha offeso un ospite (v. 147). Un’ottima regola ancora presente e viva, questa sì, quasi esclusivamente tra i nostri meridionali.
Ora però torniamo al rapporto patrono/cliente che sopravvive in tutta l’Italia dove senza una raccomandazione è problematico trovare un lavoro che richieda delle competenze. Chi le possiede è spesso penalizzato rispetto a chi conoscenti che lo raccomandino. Fin dai tempi della cosiddetta Res publica il patrono proteggeva e aiutava il cliente; questo doveva contraccambiarlo omaggiandolo, dicendo bene di lui, votandolo, incensandolo. Chi sgarrava, se la vedeva brutta. La I Bucolica di Virgilio illustra con chiarezza siffatta relazione. In questo carme vengono rappresentati due pastori: Melibeo e Titiro. Il primo ha perduto i suoi campi confiscati dai triumviri Ottaviano, Antonio e Lepido che li hanno distribuiti ai loro veterani; invece Titiro, alter ego del poeta, è riuscito a conservarli, e spiega perché: è andato a Roma dove ha incontrato un giovane, anzi un dio, che gli ha detto : “Pascola, come prima, i tuoi buoi, coltiva pure i tuoi campi” (v. 45). Il beneficato, tornato alla sua campagna, compie riti di ringraziamento, con tanto di incenso, in onore del divino benefattore, una volta al mese. Dietro la veste pastorale c’è Virgilio che omaggia Ottaviano grazie al quale aveva ottenuto la restituzione del podere nel mantovano. Il poeta aveva acquisito questo privilegio grazie all’intercessione, cioè alla raccomandazione, di Asinio Pollione, il console del 40, cui vengono dedicate la IV e l’VIII Bucolica. All’altro amico e patrono, Cornelio Gallo, Virgilio dedicò la X Bucolica e ne scrisse un elogio nella parte finale della IV Georgica, al tempo in cui questo suo protettore era diventato il potente governatore dell’Egitto.
Ma quando Gallo cadde in disgrazia per la sua volontà di indipendenza dall’autocrate, il poeta sostituì la chiusa del poema agricolo con la favola triste di Orfeo, condannato a perdere Euridice dalla subita dementia, (v. 488) l’improvvisa follia di rompere i patti stabiliti con il crudele tiranno (immitis rupta tyranni/foedera, vv. 492-493). La stessa pazzia portò Ovidio a polemizzare giocosamente, da libertino, con le direttive moralizzatrici di Augusto, e la pagò cara, morendo di crepacuore in esilio nella remota barbarie di Tomi, sul Mar Nero.
Ovidio non venne ammazzato ma chiuse la vita nella desolazione, Cornelio Gallo si suicidò, e molte altre furono le vittime tra quanti, intellettuali e no, si sottrassero al rapporto di subordinazione con il patrono o con il tiranno. Tito Labieno, soprannominato Rabienus per la sua rabbia, si uccise per non sopravvivere alla sua opera, che Augusto fece bruciare, siccome lo storiografo esaltava la libertà,
Ora diamo un’occhiata al secondo secolo dopo Cristo, all’epoca di Traiano (98-117) sotto il quale l’impero romano raggiunse la massima espansione. Plinio il Giovane arrivò a coprire altissime cariche, e ci ha lasciato un epistolario che comprende un carteggio con l’imperatore il quale ne aveva favorito la carriera e viene definito, non per niente, optimus princeps. Ebbene molte di queste lettere sono raccomandazioni inviate al principe con l’intento di favorire amici e parenti. Di questo autore abbiamo anche il Panegirico a Traiano, pieno di elogi rivolti al capo del grande impero. Tra i tanti motivi di encomio c’è il riconoscimento e l’enfatizzazione del fatto che questo imperatore giurò obbedienza alle norme giuridiche dicendo che il principe non deve stare sopra le leggi, ma le leggi sopra il principe: Leges super principem (65).
Ci aspettiamo che i vari parlamentari e opinionisti del nostro tempo non siano più servili dell’antico panegirista e ricordino a ogni ministro il suo dovere di sottostare alle leggi, se non altro per non passare alla storia come Domiziano (81-96), ricordato da Plinio quale pessimus princeps.

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