~Capitalismo al capolinea? ~ , appunti della conferenza del 7 settembre 2017 a Loppiano (Firenze) di Stefano Zamagni

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Un prezioso contributo del prof Stefano Zamagni sul ruolo del capitalismo, della persona e dell’impegno morale e politico del cristiano nei processi della globalizzazione e della IV rivoluzione industriale.

Capitalismo al capolinea?
Si, se specifichiamo il modello di capitalismo del quale vogliamo parlare e cioè il capitalismo democratico e non il capitalismo in quanto tale.
La svolta di portata epocale, dal capitalismo democratico, a quello attuale, finanziario, avviene alla fine degli anni ’70, con l’avvento del processo di portata epocale che è la “globalizzazione”. Tutti pensano che la globalizzazione sia una magnificazione delle cosiddette relazioni economiche internazionali. Gli economisti vi diranno che essa è la continuazione della internazionalizzazione. Siccome la internazionalizzazione è sempre esistita, anche all’epoca dell’Antico Testamento, cioè a dire importazioni ed esportazioni, qualcuno ha voluto fare credere che con essa ci sia solo stato un mutamento quantitativo e invece questo non è vero, perché la globalizzazione segna una rottura di quello che si chiama un passaggio d’epoca.
La globalizzazione è un processo che ha origine non nell’economia, ma nella politica. Nel novembre 1975, infatti, nel castello di Rambouillet, vicino a Parigi, si tenne il primo G6, il primo summit dei sei paesi più avanzati del mondo, tra cui l’Italia, Usa, GB, Germania, Francia, Canada.  Essi presero la decisione di avviare quel processo, chiamato anni dopo, di globalizzazione, che si realizzò per una decisione di natura politica; poi il fenomeno è scappato dalla mano dei politici, alcuni dei quali si sono battuti il petto, come a dire, che cosa abbiamo fatto..Ma questa parola, che non esisteva, venne poi coniata da Feodor Levit, giornalista americano, nel 1983. Con la globalizzazione avviene che l’oggetto delle transazioni internazionali non sono più soltanto gli OUTPUT, cioè le merci, i servizi, come sapevamo fin dall’antichità, ma diventano oggetto di scambio, di importazione ed esportazione, anche gli INPUT, cioè i fattori della produzione e segnatamente il lavoro e il capitale e, soprattutto, i diritti, anche i diritti umani devono essere trattati, alla stessa stregua delle merci. In Italia la globalizzazione arriverà 15 anni dopo, ma in Usa il primo ad applicarla fu Reagan e in Gb la Thatcher. Fino al 1992, quando si andava all’estero, bisognava dichiarare quanti soldi si portavano.
Insieme alla globalizzazione si verifica anche il fenomeno della III rivoluzione industriale e poi, col nuovo secolo, da 15 anni a questa parte la IV rivoluzione industriale.
Noi sappiamo che la I rivoluzione industriale si verificò in Inghilterra alla fine del 1700, la II, soprattutto in Germania e poi altrove alla fine del 1800, mentre negli anni ’70 del secolo scorso avviene la III., caratterizzata dalla parola che è sulla bocca di tutti, cioè internet, la rete.
Non riusciremo a capire la novità del lavoro, se non dentro il concetto della IV rivoluzione industriale, chiamata anche la rivoluzione delle tecnologie convergenti, perché la robotica, l’elettronica, la genetica, si sono integrate e si è creata una DESTRUTTURAZIONE DEL MODO DI PRODUZIONE. Questo spiega perché la globalizzazione è qualcosa di nuovo rispetto al passato; non è solo un miglioramento dei livelli di produttività, merci nuove. Magari fosse stato così, ma ha avuto delle conseguenze che ora illustriamo.
La prima è la destrutturazione del rapporto capitale lavoro. Oggi il capitale ha rotto l’alleanza con il lavoro, con la conseguenza che oggi la tematica, la cultura del lavoro, sono così carenti. Se facciamo riferimento alla tesi espressa nel Capitale da Carl Marx, egli affermava che il capitale era destinato a scomparire, perché fondato sullo sfruttamento dell’uomo (ed era vero). Ma anche la Rerum novarum di Leone XIII afferma le stesse cose. Questo perché in precedenza il capitale aveva un’alleanza con il lavoro, perché il capitale per sfruttare il lavoro, aveva bisogno che il lavoro esistesse, in particolare i lavoratori dovevano poter mangiare, perché se tu non mangi e ti ammali e muori, io non ti posso sfruttare. C’era dunque un’alleanza indiretta e implicita.
Oggi non è più cosi, il capitale si è liberato del condizionamento del lavoro, oggi il capitale non ha bisogno del lavoro, perché, se non lo trova in casa, lo fa venire da altri, oppure, attraverso la delocalizzazione della attività produttiva, trasferisce i suoi impianti in un altro paese: a Timisoara, in Romania, ci sono oltre 5000 imprese italiane, con 4 voli aerei al giorno, tra Verona e Timisoara, che è un piccolo paese agricolo. Quindi la nuova alleanza è fra il capitale e il consumatore. Oggi, il capitale non ha più paura del lavoro, perché se non lo trova in casa, lo va a prendere altrove e soprattutto, tende a sostituire il lavoro con i robot. I robot non fanno sciopero. La parola robot è della lingua ceka, che letteralmente vuol dire lavoro pesante. Fra 20 anni, con la robotica, il 56% dei lavori che si fanno, saranno cancellati. Il robot cancella il tuo profilo professionale: fino a 25-30 anni fa c’era il profilo professionale dei dattilografi. Tra 20 anni, secondo uno studio recente di qualche mese fa, il 56% dei profili professionali attuali scompariranno.
Oggi, dunque, il vero tallone d’Achille del capitale, non è più il lavoro, ma il consumo. Se noi cittadini ci mettessimo in testa di boicottare per un mese, ad esempio, l’uso degli smartphone, quelle imprese crollerebbero subito.
La seconda implicazione è quella che concerne la trasformazione endogena del capitalismo stesso. Cioè si è passati da un capitalismo industriale a un capitalismo finanziario. Oggi il capitalismo industriale non esiste più; ciò vuol dire che le leve del comando ce l’ha la finanza.
Nel 1980 il PIL mondiale era più o meno uguale all’insieme, all’aggregato dei PIL delle banche e dei vari istituti, c’era cioè una parità, un equilibrio. Nel 2015 il volume mondiale degli attivi finanziari è di 12 volte superiore al PIL mondiale. Cioè il lato finanziario dell’economia ha di 12 volte superato il dato reale, produttivo. La crisi che è scoppiata 10 anni fa è figlia della finanziarizzazione di tipo speculativo del capitale. Le “bolle”, per natura loro, scoppiano perché non possono durare a lungo, perché, se la bolla non scoppiasse, la finanziarizzazione non potrebbe ancora continuare. E si ipotizza anche che, fra qualche anno, si verifichi un’altra bolla, perché Trump sta cambiando la legge Dop-Frank, (due senatori, uno democratico, l’altro repubblicano) approvata da Obama, subito dopo lo scoppio della bolla del 2007, che poneva dei controlli e infatti gli americani, che sono pragmatici, uscirono subito da questa situazione, già nel 2011. Controlli che però noi europei non abbiamo mai voluto introdurre. Ora però Trump vuole abrogare quella legge.
L’implicazione di questo fatto, ai fini del nostro discorso, è che il capitalismo finanziario ha sostituito la cultura della rendita alla cultura del profitto. Perché la finanza non produce profitto, produce rendite e la rendita, per sua natura, è sempre parassitaria, cioè non è generativa. Il profitto, invece, può essere frutto di sfruttamento, però almeno, se io faccio profitto, vuol dire che ho prodotto e ho la possibilità di rivendere, perché altrimenti non riesco a produrre profitto. In altre parole, il profitto, come il salario, sono componenti del reddito produttivi, mentre la rendita è sempre improduttiva. Perché chi si arricchisce nella speculazione finanziaria, non dà nessun contributo; o è perché è fortunato, come quando si vince alla lotteria, oppure non ha scrupoli morali e quindi si butta in operazioni che fruttano 10-20 volte tanto quanto è stato investito.
Il capitalismo finanziario ha avuto un impatto soprattutto a livello culturale, perché ha sostituito la cultura della rendita, alla cultura del profitto.
Ecco allora la seconda implicazione, del passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario.
Perché, anche nel passato c’erano le diseguaglianze, ma è la distanza che è aumentata, di almeno 40 volte. Dato giornalistico: nel 1950, l’amministratore della Fiat, Valletta, aveva uno stipendio di 50 volte superiore all’operaio Fiat, oggi, 2017, Marchionne ha uno stipendio di 500 volte superiore a quello dell’operaio Fiat.
In 65 anni il tasso di diseguaglianza è aumentato di 10 volte, qui in Italia; ma negli Usa ancora di più.
La globalizzazione consente, a chi ha un’idea, di arricchirsi in una maniera spropositata, perché può contare su un bacino di clientela che coincide con il mondo intero. In secondo luogo, la finanza speculativa crea nuovi ricchi, non senza che a questo corrisponda un aumento della ricchezza reale, così come accade, allo stesso modo, nel gioco d’azzardo.
La terza implicazione, infine, della globalizzazione, (molto più seria) è la rottura del rapporto fra democrazia e capitalismo, di cui in Italia è vietato parlare.
Il capitalismo, cioè, aveva, un pendant con la democrazia, come una medaglia che ha due facce. Cioè la democrazia teneva in bilanciamento, in equilibrio il capitalismo. Concretamente ciò vuol dire che le grosse decisioni di natura economica passavano per le mani della politica. Erano i politici che dettavano l’agenda che poi gli imprenditori, le varie imprese l’applicavano.
La novità di oggi è che si può avere capitalismo senza democrazia. L’esempio tipico è quello della Cina, o dell’India o della Turchia, economie che hanno degli indicatori di sviluppo economico, o, per meglio dire, di crescita economica, superiori ai nostri occidentali, ma che non hanno la democrazia. Questo sta a significare che non è più vero che il capitalismo è legato ai cosiddetti valori occidentali, o alla cultura occidentale. La matrice culturale del capitalismo è occidentale: matrice greco- romana, fino all’avvento della economia di mercato che avviene in toscana, tra il 1300 e il 1400, la cosiddetta economia di mercato. Per tanti secoli il modello dell’ordine sociale basato sull’economia di mercato era impregnato di valori, che sono tipici della matrice culturale occidentale, come il valore del lavoro, del coraggio imprenditoriale, della creatività, che la cultura buddista o di Confucio non hanno; i musulmani sono un po’ a metà strada. La novità è che si può essere capitalisti e aumentare il PIL al 4-5% all’anno, senza fare riferimento a valori, come quello di libertà, di rispetto, di democrazia.
Edward Said, in un libro di diversi anni fa, lo aveva anticipato, ma non venne ascoltato: l’occidente, come matrice culturale, sta per essere soppiantato dall’oriente. Anche in un libro più recente Orientalism, ha ribadito questo.
I paesi dell’oriente hanno preso, pari pari, il nostro modello di funzionamento del mercato capitalistico, ma l’hanno sottoposto al controllo rigido della attività politica: in Cina c’è ancora il partito comunista e le decisioni in ambito economico e finanziario li prende il segretario generale e i suoi stretti collaboratori e non altri. Tanto è vero che, se uno fa una operazione allo scoperto, viene messo in galera. L’attività speculativa è sempre sotto il controllo del partito; in alternativa, se prendi decisioni “non in linea”, ti sbattono in galera, ti fanno torture, perché in Cina i diritti umani non ci sono. La terza implicazione è la più seria, perché pone la domanda sul capitalismo democratico, perché il capitalismo andrà avanti, in quanto sia in Russia che in Cina c’è più capitalismo che da noi: in Cina non ci sono sindacati, non ci sono scioperi. Gli studenti cinesi che vengono in Italia ad imparare, non possono esprimere giudizi politici, pena la loro esclusione dal programma che è stato loro proposto.
C’è esattamente questa dicotomia; sul fronte economico, la Cina e altri paesi hanno preso il nostro modello e stanno realizzando progressi enormi(vedi la Corea del nord..). Questo pone un problema delicato, perché il capitalismo oggi è diventato globale, mentre la democrazia è rimasta nazionale e la democrazia globale non esiste per definizione. Il capitalismo è globale, ma la democrazia, cioè l’agire politico è nazionale. Questa discrasia pone un problema molto serio e questa è la ragione per la quale Benedetto XVI nella Caritas in Veritate(ultimi paragrafi) parla dell’urgenza di arrivare a una poliarchia, cioè a una distribuzione dei centri di potere. Questo perché, dalla discrasia di un potere economico che è globale, e di un potere politico che rimane nazionale, è ovvio che non si pensi di venirne fuori senza danni irreparabili.
Tutto ciò che abbiamo detto è accaduto per via endogena al meccanismo economico oppure c’è anche un fattore di natura propriamente culturale che ha favorito la emergenza di questo nuovo modello?
Sì, certamente, il fattore di natura culturale è l’affermazione di quella pseudo-cultura che è l’individualismo libertario. Bisogna dire libertario, perché l’individualismo è una corrente di pensiero filosofica che si afferma all’epoca della rivoluzione francese. La centralità dell’individuo rispetto alla comunità; l’opposto dell’individualismo è il comunitarismo(prima c’è la comunità, poi c’è l’individuo, non esiste la persona).
Quello che viviamo oggi è il secondo individualismo, quello libertario. Il libertarismo è quella corrente che afferma quanto segue: volo, ergo sum. Se parlate coi giovani, vi sentirete dire “ io voglio, perché sono giovane..”, cioè il libertarismo trasforma il desiderio o una preferenza in diritto; la categoria, il pensiero della preferenza ha la pretesa di un vero e proprio diritto. Quando una cultura di questo tipo diventa egemone, si spiegano tutti i fenomeni descritti in precedenza. In internet aumentano i messaggi, ma si riducono le relazioni interpersonali. Perché la relazione interpersonale o la relazionarità postula la negazione dell’individualismo libertario. L’aumento dei contatti, come postula Google e i vari social non corrispondono all’aumento delle relazioni, perché la relazione presuppone che io riconosca il mio tu, mentre nei contatti basta che io abbia un indirizzo elettronico. Ma c’è di più, perché è chiaro che nella logica dell’individualismo libertario, categorie come quella di giustizia e libertà perdono di valore. I giovani non intendono il concetto della diseguaglianza, che attribuiscono alla meritocrazia…lui ha di meno di quell’altro, perché lui è meno bravo, meno intelligente, oppure si è impegnato di meno, quindi è giusto che lui abbia poco e l’altro abbia molto. Aristotele nella sua opera ha scritto che la meritocrazia è il nemico della democrazia, perché la meritocrazia vuol dire dare il potere ai più bravi e chi sostiene questo sono coloro che vogliono distruggere quel residuo di democrazia che ci resta. L’equivoco è che si confonde la parola meritocrazia con meritorietà, che vuol dire dare a ciascuno quello che si merita. Meritocrazia vuol dare il potere decisionale a chi ha ottenuto certi risultati, in termini economico-finanziari, di decidere le regole del gioco. Perché oggi le leggi non le fanno i parlamentari, ma le lobbies.
Infine questa sub-cultura dell’individualismo libertario ha generato il disimpegno morale, che è una categoria che si identifica con la responsabilità adiaforica. Responsabilità diretta, indiretta e adiaforica, che corrisponde al disimpegno morale di chi non reagisce a chi vuole imporre il suo potere e trascura ogni risposta alle ingiustizie, che si possono anche trasferire in leggi inique. Per cui accade che si può seguire la legge  e trasferire in essa la propria adesione, pur riconoscendone la non corrispondenza al senso di giustizia; ma lo si fa per comodità, per non sentirsi disturbati in questo quieto vivere: insomma ci siamo segati il ramo su cui eravamo seduti.
A questo punto ci sono due prospettive: quella dei pessimisti e quella di chi ha la speranza che si possa cambiar, se noi recuperiamo il fondamento e soprattutto il valore strategico della cultura. Se noi riuscissimo a convincere la gente a ragionare in questi termini e la gente cambiasse i propri stili di vita, i propri modelli di consumo, il gioco è fatto. Perché le grandi imprese hanno paura dei consumatori, vedi i casi di Reebok, Nike, Nestlè..Dobbiamo recuperare il valore profetico e strategico.
Tagore scrive: “ quando il sole tramonta, non piangere, perché le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle”.
Non ci facciamo condizionare da coloro che ci vogliono vendere la loro distopia, che è il contrario della utopia, perché invece si può cambiare. Se nasce dal basso un movimento di persone coese e coerenti, è possibile cambiare, perché questi colossi sono come i colossi che hanno i piedi di argilla, sembrano potentissimi, ma basta poco, per farli crollare. Il riformismo non basta, perché le riforme vuol dire mettere delle pezze. Questo è il motivo per cui papa Francesco parla sempre di “strategia trasformativa”. Con le riforme noi mettiamo una pezza, qui bisogna trasformare, cioè cambiare dei pezzi della macchina, mentre con la riforma, voi, se avete una bicicletta, forate e ci mettete una toppa, dopo un po’ poi se ne fa un’altra, invece bisogna cambiare la camera d’aria. Ed è in questo momento che tutti, ma, in special modo i cristiani, devono  sentire in loro una responsabilità maggiore. Perché, se non lo fanno i cristiani, chi altri dovrebbero farlo?  

Trascrizione ad opera di Roberto Paolucci, Firenze

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