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Basta Fondazioni? Parte la caccia al dividendo dei (nostri) sacrifici

Basta Fondazioni? Parte la caccia al dividendo dei (nostri) sacrifici

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Ancora oggi assistiamo al mantenimento di strutture autoreferenziali che, per avere minime quote di partecipazione necessarie a contare nei famosi patti di sindacato , hanno ingessato il sistema bancario  ed il management. Basti pensare al recente commissariamento della Banca delle Marche (partecipata dalle fondazioni); o ancora al Monte dei Paschi. La liquidazione di queste fondazioni, attuata conferendo le loro azioni bancarie in un “fondo delle nostre Banche” e riconsegnando agli enti locali il loro patrimonio immobiliare e la liquidità, finalizzati a iniziative in cui lo Stato non può intervenire, dovrebbe consentire un’ inversione di marcia allo sviluppo economico.
Il “fondo delle nostre Banche” sarebbe di proprietà degli Enti locali rappresentati nelle fondazioni ed a loro, a fronte delle vendite delle quote delle Banche, andrebbero gli incassi o i dividendi, senza più tenere conto di “oligarchie” che, con statuti blindati, si auto-eleggono.
Avete mai letto lo statuto di una fondazione e le regole per eleggerne i componenti di consiglio, o il presidente? Si tratta di liste di terne, di candidature… Immaginiamo il Comune di Verona che riceva in conferimento, in virtù della liquidazione della fondazione, in una società partecipata al 100%, tutti gli immobili di proprietà della fondazione stessa a Verona; ne percepirebbe gli affitti e potrebbe disporne al fine di un nuovo indebitamento, senza vincoli al patto di stabilità, poiché le banche potrebbero dare finanziamenti a fronte di ipoteche sugli immobili e di flussi di affitti: all’attivo si avrebbero immobili, al passivo nessun debito!
Forse è un “uovo di Colombo”, ma le riserve assegnate dallo Stato ai Comuni  per il prossimo patto di stabilità si aggiungerebbero a quelle delle fondazioni. Ed il Comune di Milano che ricevesse gli immobili dell’ex  Cariplo? E Torino? Chiediamoci anche del Comune di Siena che, invece di ricevere dividendi, forse potrebbe gestire il suo patrimonio; un patrimonio che, dal 1472, anno di fondazione della Banca, si è riusciti a distruggere.
Certo non si risolverebbero tutti i problemi, ma i 50 miliardi delle fondazioni sono una bella cifra.
Ora la sfida è questa: dal territorio sono nate le casse di risparmio, radici solide  su cui sono cresciuti alberi e querce (simbolo di Cariverona); ma il terreno intorno si sta inaridendo.
….. Senza “acqua”, ovvero liquidità, il territorio muore e con esso le sue radici.
Torniamo ai principi dell’economia : terra (radici), capitale (quello delle fondazioni), lavoro (da fare: un decreto legge o una legge per liquidare le fondazioni).
Una maggioranza così ampia in parlamento potrebbe essere celere nel fare una manovra a costo zero.
Il fondo in cui verrebbero conferite le azioni bancarie dovrebbe essere gestito da indipendenti e bisognerebbe designare poi, nei consigli delle banche, altrettanti indipendenti.
Nel caso di aumenti di capitale richiesti, le banche dovrebbero richiedere al mercato e non alle fondazioni liquidate.
Così vi sarebbe un afflusso di capitali in banche indipendenti se meritevoli, oppure, ove necessario, lo Stato potrebbe intervenire, come è già obbligato a fare.
Forse questo è il vero cambiamento: aumenti di capitale, non travasi di risparmi delle fondazioni.

Brusaferri utilizza espressioni in qualche caso ermetiche per il lettore ordinario, ma pone un tema che merita senz’altro ampia riflessione. L’ipotesi di una legge che porti alla liquidazione delle fondazioni viene in realtà ritenuta dai più solo teorica, perchè, nel caso si volesse farla davvero, la prevedibilità di una forte reazione da parte di tutto il sistema bancario appare fin troppo facile ed esige chiarezza e consapevolezza piene circa la capacità politica di governarla. Del resto le banche tendono a comportarsi come i singoli individui privati: mal sopportano leggi che di punto in bianco li privino di ciò che hanno avuto sino ad ora. Una seconda ragione di riflessione critica può essere il fatto che secondo una parte degli esperti il “togliere ai ricchi per dare ai poveri” non sarebbe un sistema efficace per risanare il debito pubblico, perchè si tratterebbe semplicemente di un cambio di proprietà sull’oggetto conteso, la cui quantità totale resterebbe invariata. Bisogna piuttosto, dicono questi esperti, sviluppare economia reale incrementando la produttività a livello microeconomico. 

Ma, detto questo, va ribadito che la riflessione di Valentino Brusaferri merita ampia discussione di approfondimento in quanto il sistema delle fondazioni bancarie, nel contesto di quello semplicemente bancario, necessita in effetti di interventi strutturali anche urgenti. Non intendiamo riporla nel cassetto ma invitare i lettori a svilupparla. (Claudia Polito).

 

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