associazione democrazia cristiana
Assemblea Adc: dall’idea all’azione

Assemblea Adc: dall’idea all’azione

Politica \ Scritto da il \ Stampa il PDF

L’assemblea dell’Associazione Democrazia Cristiana si è riunita ieri, come da programma, a Roma, negli spazi parlamentari di via della Mercede. All’ordine del giorno la discussione sull’ampia relazione del presidente Fontana, incentrata sull’analisi della situazione italiana e sulla prospettiva ravvicinata di un programma di ripresa delle linee di pensiero e di azione democratico-cristiani. “Affinchè un simile obiettivo possa realizzarsi – ha detto fra l’altro lo stesso Fontana nel corso del dibattito – l’Associazione si fa luogo di dialogo e incontro con quanti, gruppi e persone, nella società civile e all’interno delle forze politiche, considerino che esperienze di metodo e di contenuti come quelle di De Gasperi,  di Mattei, di Olivetti, di Moro, di Fanfani, possano essere tuttora guida per restituire speranza di autentico popolarismo alla politica italiana”.

Nei prossimi giorni seguiranno su questo sito commenti e sviluppi del dibattito assembleare”.

 

Assemblea Adc
14 novembre 2013
Roma

Cari amici,

credo di poter dire, con onestà, che nessuno più di noi, democratici e cristiani per formazione profonda di vita, è costantemente disposto, anche in politica, a vedere, nel sorgere di ogni nuovo giorno e di ogni nuovo gesto di buona volontà, una nuova speranza per noi stessi e per la nostra comunità. Una speranza rinnovata di uscita dalla notte troppo lunga in cui siamo immersi da ormai oltre venti anni. Nessuno è più disposto di noi alla fiducia nella permanente possibilità di “svoltare l’angolo e trovare la luce”, anche quando a guidare la strada non sono uomini e forze scelti da noi.

Così, con questo animo positivo, avevamo rinnovato la nostra speranza anche nei confronti del governo Letta, governo di un giovane presidente del consiglio scaturito, non bisogna dimenticarlo, dalle file del movimento giovanile della nostra Democrazia Cristiana storica; governo di una coalizione che aveva davanti a sè, nel rapido e deludente declino del precedente governo Monti, tutte le evidenze e le lezioni di cui tener conto per fare qualcosa di meglio rispetto a chi lo aveva preceduto; governo, infine, contenente in sé anche i germi di un possibile rinnovamento generazionale almeno incipiente,, non solo per le figure del presidente e del vicepresidente del consiglio, nonché per quelle di alcuni ministri, ma anche per un contorno istituzionale che offriva segnali analoghi: e basti citare la presidenza della camera dei deputati che ci ospita oggi.

Senonchè, anche la speranza legata al governo Letta si sta inabissando, o, più esattamente, impaludando (ma gli effetti ne sono i medesimi). La sta inabissando, noi pensiamo, più che la eventuale non buona fede di tutti i responsabili, quella micidiale droga di mentalità, costretta o naturale che sia, della visione di brevissimo periodo che mostra purtroppo di dominare preoccupazioni e ragionamenti anche del governo Letta, quella miopia senza respiro che porta anche il governo Letta a far vivere il paese come rattrappito fra la umiliante questione della decadenza di Berlusconi e la immorale incapacità di restituire, insieme con il parlamento, senso di democrazia e partecipazione popolare alla legge elettorale; fra costi della politica addirittura in crescita ulteriore secondo gli ultimi dati, e una cosiddetta “politica del fare”, che avrebbe dovuto essere la logica ispiratrice dell’ormai noto “decreto del fare” in materia economica, e che ha rivelato invece un’assoluta mancanza di visione e di respiro sul futuro del paese, cioè sull’unica cosa che conta per il paese e che il paese oggi chiede come il pane.

Persino il “decreto del fare”, infatti, per chi ha avuto la pazienza difficilissima di averlo letto un capoverso dietro l’altro, costituisce in realtà una assurda reiterazione del vizio invecchiatosi negli ultimi decenni di inadeguatezza a governare: cioè una vergognosa enciclopedia Treccani di alcune centinaia di pagine, impossibili come al solito anche solo a leggersi, intrisa di normette amministrative sovrapposte babilonicamente su problemi di cortissimo e congiunturale respiro senza alcun legame logico nemmeno fra loro, all’insegna del tamponare le più immediate e violente proteste di turno contro la insopportabile situazione economica ed amministrativa in cui viviamo. Tutto maledetta congiuntura e niente indispensabile struttura. Nessun pensiero organico sul paese, nessun “ragionamento lungo” circa la strada nella quale siamo incamminati con il nostro destino di italiani.

L’esperienza ormai maturatasi in questi lunghi anni di crisi è sostanzialmente di una palesità sconcertante, ma lontana dal venir riconosciuta: ed è il fatto che non esiste ormai alcuna manovra economica che abbia possibilità di essere efficace, cioè di dare risposte che risolvano i problemi, se non è ancorata a una logica chiara e ferma di medio-lungo periodo, la quale sia ancorata a sua volta alla idea del paese che vogliamo costruire, cioè al nostro sogno per l’Italia del futuro vicino.

E, così come non stiamo vedendo respiro nella politica economica del governo, non ne stiamo vedendo in quella sociale, né in quella scolastica e formativa, né in quella sanitaria, né in quella estera… Le fonti ufficiali dello stesso governo, e le altre fonti istituzionali, ci stanno parlando, in questi giorni, di segnali di una timidissima ripresa dei risparmi degli italiani. Noi, in realtà, malsicuri ormai anche dell’attendibilità di tali fonti, consideriamo una indecorosa sfrontatezza e inadeguatezza anche soltanto il citare questi segnali, se essi non vengono ancorati al “che cosa vogliamo farne per il futuro dell’Italia”; perché se tali risparmi vengono ancora affidati, come è in effetti, al solito sistema bancario reso falsario e fedifrago dal lato della finanza speculativa che ha tradito l’economia reale, cioè il lavoro della comunità nazionale, allora noi abbiamo il dovere di considerare il risparmio, ben altro che una virtù, una dabbenaggine, un ulteriore paradossale errore della nostra economia: accantoniamo ulteriori risorse per farle scomparire nel mulinello della speculazione finanziaria che ha originato la crisi. Un accentuare la povertà e la crisi stessa, insomma. Noi non vogliamo, in tal caso, che il paese torni a risparmiare, perché il non risparmio è, paradossalmente, un male minore. Noi vogliamo invece, lo vogliamo con forza – ed è qui il respiro che un governo adeguato deve saper avere – che le banche vengano riportate alla loro intima e necessaria e vincolante natura di imprese che raccolgono il risparmio dei cittadini per farne strumento trasparente di investimento nell’economia reale. Lasciando che quei giocatori d’azzardo che sono le banche speculative continuino, se proprio vogliono, a fare il loro mestiere sporco ed avvelenato, senza coinvolgere i cittadini onesti.

E analogamente vale il nostro ragionamento per le politiche del lavoro, cioè per il dramma maggiore che attrista il nostro paese. Che cosa è il respiro profondo che manca alle politiche del lavoro? Cosa nasconde il rantolo d’affanno che soffoca ogni movimento del governo e del parlamento quando continuano a parlare di priorità dell’occupazione giovanile? Cari amici, noi siamo stanchi di cassa integrazione, con deroga o senza deroga che sia, ma certo senza alcun segno di politica attiva del lavoro che compaia all’orizzonte per darle un senso accettabile, e che è l’unica cosa che restituirebbe davvero diritto e speranza alle persone in cerca di lavoro. Una politica attiva del lavoro non esiste, nel nostro paese, a venti anni da quando ne fu fatto l’ultimo disegno di vasto respiro, a cura di economisti come Ezio Tarantelli ed altri. Dico nessuna politica attiva del lavoro: proprio nessuna. Soltanto cassa integrazione e tamponamenti di salvataggio provvisorio in attesa… della provvidenza. Come ai tempi della peste, in Milano, quando il governo spagnolo pensava di sconfiggere il contagio portando in processione per la città la salma di San Carlo Borromeo e ottenendo così, naturalmente, l’effetto di diffondere ancora di più il contagio stesso.

Noi vogliamo invece la pura e semplice abolizione della cassa integrazione e la sua contestuale sostituzione, a parità di salario garantito, con lavori, di cui il paese ha immenso ed urgente bisogno e pertanto sono tutt’altro che assistenziali, perché le nostre strade sono dissestate, i nostri fiumi sono avvelenati, i nostri boschi sono inquinati, i nostri beni culturali sono incustoditi, le nostre città sono malsicure, e tante idee nuove non trovano manodopera. Aggiungo esplicitamente che i fenomeni dell’assistenzialismo parassitario in veste lavorista, come appunto è la cassa integrazione, portano con sé, senza riuscire a sconfiggere l’umiliazione della mancata dignità del lavoro, un carico nefando di diseducazione al lavoro stesso ed alla relativa responsabilità, e un cumulo di situazioni di lavoro nero spesso lucroso fino al punto da indurre in molti il fervido desiderio che la cassa integrazione si prolunghi indefinitamente, in un sordido circolo di ulteriori illegalità. Ecco dove il nostro paese manca di respiro e di speranza. Provate ora ad aggiungere a questi settori appena citati come esempio, le simili condizioni della giustizia, o dell’università, e avrete il quadro dell’affanno di cui sto parlando.

MA NOI, CON LA NOSTRA RESPONSABILITA’?

Eppure, cari amici, non è direttamente di tutto questo che io oggi voglio parlarvi e chiedervi i pur necessari approfondimenti e le relative decisioni. Tutto questo appartiene in realtà al mondo delle cose di cui oggi perderemmo il diritto morale di discutere, se, in questa sede, noi non ci decidessimo una volta per tutte a stabilire con esattezza il ruolo, piccolo o grande, ma comunque forte, di cui vogliamo assumerci la responsabilità di fronte al paese ed alla situazione citata. Il ruolo doveroso nella battaglia apertasi, e diventata ormai guerra, non solo su chi il paese debba davvero governarlo, ma soprattutto su quali interessi il paese debba davvero servire.

E, in questo senso, cari amici, dico che da oggi dobbiamo porre termine ai piagnucolamenti e ai rimpianti intorno alla Dc che non c’è più. La Dc fu grande e poi è scomparsa per la complessità della situazione storica che viveva, ma anche per nostre responsabilità precise, pur se diverse da persona a persona. Noi dovremmo piuttosto piangere e meditare, caso mai, sulla nostra incapacità di allora nell’impedire che la Dc franasse.

Ma noi non adoriamo feticci o simboli o ricordi o nostalgie o sigle o nascosti desideri di rivalsa. Questo abbiamo il dovere di dire. Noi portiamo invece nel cuore, nell’anima e nella cultura, la nostra profonda e intramontabile democrazia cristiana dei valori perenni, dell’umanesimo e del popolarismo, della giustizia sociale e del primato della persona e della solidarietà comunitaria. Ed è con questo bagaglio che guardiamo al futuro, ed al passato soltanto per ciò che possa insegnarci per un futuro migliore.

Vediamo intorno a noi partiti in crisi, partiti che si sciolgono e si frantumano dopo un anno di vita, partiti che vogliono nascere e si annunciano ma subito dopo annunciano i loro distinguo interni, partiti di storia più lunga che annunciano disagi interni a rischio di impensabili scissioni… Ma vero lato comune a tutto questo movimento è una miseria culturale e morale di classe dirigente che tutti i partiti, appunto, accomuna, e che spazza via ogni speranza per il paese; come del resto vediamo un movimento sindacale che non riesce più a parlare al cuore dei lavoratori; come vediamo una università affogata nella palude corrotta di genealogie baronali che sterilizzano anche la possibilità di ingresso dei giovani nel mondo della ricerca… Con, in mezzo a un paese tanto confuso e venato di mediocrità, tanti e tanti cittadini ancora per bene, ancora impegnati, in tutti gli ambienti, a volte sempre più rabbiosamente, a difendere i diritti della onestà e del bene comune. A difendere la speranza di un futuro.

Ma noi, cosa stiamo facendo in concreto? Cosa vogliamo fare? Cosa faremo da oggi? Noi che vantiamo il patrimonio ideale della grande Democrazia Cristiana storica, che abbiamo messo a nostro fondamento di azione quei valori ri-annunciati nel 19° congresso 2012 del partito, nei quali c’è tutta la dottrina sociale della Chiesa e ci sono tutte le istanze di giustizia e partecipazione presenti nella costituzione italiana, vogliamo continuare a recriminare sul passato ed a consolarci con legittime quanto sterili nostalgie?

Una ormai troppo lunga vicenda ci ha tenuti incatenati in una inazione ed in una inefficacia politica che non possiamo far più durare, nemmeno per un giorno.

Cosa faremo dunque? Non chiedetemi la elaborazione di ulteriori documenti da presentare al paese, brevi o lunghi che siano, comunque defatiganti, su cosa pensiamo sia giusto o sbagliato, quando abbiamo con noi programmi luminosissimi già elaborati e che tutto ci hanno già consentito di dire e di approfondire su come vediamo realisticamente e concretamente possibile la nostra “città dell’uomo”, la città in cui ogni nostro connazionale, ma anche ogni creatura di Dio che vi si affacci, possa essere riconosciuta come soggetto di dignità effettiva.

Basta anche con i documenti, dunque. Ci occorrono in realtà solo due cose:
a. passare all’azione;
b. essere credibili in tale azione, tanto come singoli quanto come organizzazione.
Dunque, il problema, da oggi, è tutto nostro, non di altri. E va affrontato su tre impegni consequenziali che secondo me non tollerano più né ritardi né incertezze:
a. costruire da subito classe dirigente e coscienza civile superiore, incontrando la gente attraverso i nostri circoli, nelle nostre città, e offrendo ad essa da subito un’attività di dialogo, analisi dei problemi, socialità e formazione (formazione, non polemica cronachistica);
b. impegnarci ed esporci a essere noi stessi, ciascuno di noi, cittadino e democratico cristiano inceccepibile per condotta personale, senza eccezioni e senza giustificazionismi per le nostre a volte inescusabili incongruenze: non possiamo rimproverare ad altri la incoerenza che noi stessi testimoniamo nella nostra azione personale;
c. darci una organizzazione interna dotata di regole e strutture rigorose e osservate, che rendano verificabile anche nei particolari la credibilità della nostra parola e della nostra azione; e siano capaci con questo di attrarre iscritti veri ed attivi.

Come è possibile essere soggetti politici credibili al paese, e che pretendono di sostituirsi a quelli che governano oggi il paese, se nella nostra realtà di comunità associativa non siamo operativamente migliori di quelle realtà partitiche che vogliamo superare in qualità?

Dunque, la nostra unica scommessa realmente importante da assumere oggi è quella di testimoniare che effettivamente siamo pronti ed in grado di essere visibilmente migliori degli altri non solo nel parlare di politica ma anche nell’agire politico e personale. La nostra attenzione deve perciò concentrarsi sullo sviluppo di questa nostra esperienza associativa senza più perdere tempo nemmeno a distinguere una presunta attività prepolitica che sarebbe la formazione e l’animazione sociale, rispetto a una più compiuta attività politica che sarebbe la partecipazione elettorale. La vita delle persona e quella della comunità è unitaria e coerente, e noi siamo soggetto politico e prepolitico insieme. Per questo non favorirò alcuna spinta dissennata a rincorrere le elezioni. Alle elezioni ci andremo con la nostra qualità vera e totale, e non “nonostante” la nostra qualità vera e totale.

IL 2014 ALLE PORTE

Certo, mentre parlo, il mio pensiero concreto, e sicuramente anche quello di tutti voi, è rivolto contestualmente alla considerazione del fatto che un altro anno difficile di vita si sta comunque concludendo per il nostro paese, che siamo ancora nel guado, e che andiamo incontro a un 2014 ormai già alle porte, con le sue stringenti attese di azione non più rinviabile: e ci domandiamo come, davvero, un soggetto piccolo quale noi siamo possa realisticamente ambire a un ruolo nazionale e addirittura al ruolo, che non sconfessiamo affatto, di concorrere al governo del paese.

Mi sento di dire che colgo, in questo periodo storico più a noi vicino, il segnale, anzi una serie di segnali, di quella che potrebbe essere una opportunità disegnata dalla provvidenza affinchè il nostro sincero desiderio di tornare a essere riferimento di un paese che cresce, possa realizzarsi.

Constatiamo come ogni giorno tutto ciò che di anima profonda democratico-cristiana era annidato e sofferente da anni nelle diverse formazioni politiche del nostro paese, si stia come riconoscendo e ritraendo da esse, quasi per un bisogno insopprimibile di ritrovare identità: dovunque si parla di bisogno di Dc nel paese, e, pur avendo io, per dovere di onestà, esercitato lo sforzo di distinguere bene, di frone a questo fenomeno, fra esigenze di piccolo potere che vuol sopravvivere ed esigenze più genuine di autentica anima democratica-cristiana che vul rinascere, posso dirvi che anche quest’ultima è effettivamente diffusa e sincera. La constatazione riguarda le note dinamiche interne alla effimera formazione di Lista Civica, quelle relative al più stagionato tentativo di consolidamento del Pdl con la sua componente di origine democratico-cristiana, i resti sparpagliatissimi della nostra grande galassia di origine, ma anche (cosa che pareva poco verosimile appena un anno fa) gli ambiti del Partito Democratico.

In effetti siamo in questo momento, anche come associazione, al centro di contati di estremo interesse provenienti da tutti gli ambiti citati, ma ancora di più (e per me è particolarmente bello notarlo) da parte della società civile e dei suoi mondi culturali, sociali e di rappresentanza.

Ed è proprio in questa direzione che lavoriamo in questi giorni, avendo come riferimento temporale particolare l’appuntamento simbolico di quel 18-19 gennaio 2014 che, anniversario dell’Appello di Luigi Sturzo ai Liberi e Forti, non vogliamo vivere con vuoto sentimento di nostalgia ma con il preciso intendimento di farne luogo di lancio di un messaggio che contenga il nostro rinnovato programma per l’Italia dei prossimi anni e di un prossimo rinnovato “miracolo economico”, che vogliano sia anche spirituale e civile.

All’orizzonte c’è in effetti la ipotesi concreta di un cammino che potremmo fare, partendo da tale occasione, insieme con quanti, organizzati come gruppi o anche sensibili come singoli, possano voler unirsi a noi in questo cammino. Fino a non escludere un patto federativo o una similare realtà che ci renda effettivamente fin da subito un soggetto di rilievo politico intrascurabile. Di tanto, appunto, stiamo parlando con gli amici citati, nella idea che l’evento del 18-19 maggio 2014 possa essere realizzato insieme.

Ma un discrimine oggi mi è doveroso ribadire in via inequivocabile e definitiva, per quanto mi riguarda: noi, Associazione Democrazia Cristiana, non siamo e non saremo il raccoglitore acritico degli scontenti dell’attuale situazione del paese, e non lo saremo nemmeno di tutti quelli che a qualsiasi titolo si dichiarino di origine o di simpatia democristiana.

Come ho già detto, noi siamo per i valori democratico-cristiani e non per gli orpelli, e tanto meno per il cattivo esempio di quei troppi democristiani che diedero, negli ultimi quindici anni del nostro partito storico, pessima prova politica e morale di sé. Non teniamo affatto al loro imbarco con noi, dal quale del resto ci mettono in guardia gruppi di giovani sempre più numerosi.

Il nuovo mondo che si affaccia alla ribalta del paese chiede democrazia cristiana di sostanza prima che di nome, cioè la chiede decisamente pulita, integra, nuova nell’anima, fortissima, ricca e sicura non di un simbolo ma di un’idea pressante sullo spirito e sui nostri ideali. O sarà così, o la nostra associazione (che abbiamo voluto chiamare “Associazione” proprio perché protesa a riunire chiunque voglia essere democratico cristiano non per un simbolo cristallizzato nella storia ma per costruire una città dell’uomo autenticamente cristiana e popolare) oppure andremo splendidamente e serenamente a individuare un’altra missione nella società italiana, magari meno direttamente partitica ma non per questo meno direttamente incisiva e potente.

Io personalmente spero, cari amici, che il lavoro intenso che produrremo da oggi al 18 gennaio 2014 verrà premiato con la nascita di un autentico soggetto di riferimento sociale, di valori e di governo per il nostro paese. Mai momento politico fu più favorevole a questo nostro sogno, che non è il sogno di un nostro re- insediamento al potere bensì il sogno di un insediamento autenticamente partecipativo delle generazioni che salgono, insieme con noi, in una cultura di valori personalistici e di fraternità comunitaria, verso il luogo definitivo di una società che sia davvero stabilmente solidale, sussidiaria, coesa e progrediente, e in un mondo la cui tensione verso l’unità sia finalmente capace di superare persino l’ideale europeista, in una Europa che oggi, francamente, non ha meno bisogno di tornare autenticamente democratica e cristiana e popolare, di quanto ne abbia la nostra Italia.

La Discussione

Articoli Correlati