Aldo Moro per l’Italia

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Nella società della globalizzazione, oggi 2014, non sono moltissimi i giovani che sanno chi e’ stato Aldo Moro; al più hanno notizia della terribile strage di via Fani a Roma, di oltre 35 anni fa, dove Aldo Moro fu catturato e cinque agenti della scorta furono uccisi in un agguato eseguito come da “squadre specializzate di militari e di servizi di intelligence”. Nelle settimane successive, Aldo Moro, cercato da tutte le forze dell’ordine, fu tenuto prigioniero dentro Roma (!) e infine a sua volta ucciso: 56 giorni dopo fu lasciato in un bagagliaio di macchina, ancora nel centro della capitale: in via Caetani.

 

Una vicenda assolutamente emblematica, i cui lati oscuri cominciano ad emergere riportando alla luce il valore di un grande uomo, che  aveva capito i mali che attanagliavano la liberazione del nostro Paese dalle forze che ne hanno frenato enormemente lo sviluppo e la crescita in libertà, giustizia e democrazia.

 

Una brutta vicenda che ha  segnato la storia della nostra repubblica e ne ha determinato i percorsi successivi. Oggi, soprattutto per  le giovani generazioni, e per quelle adulte che hanno preferito cancellare dalla memoria quella vicenda, cerchiamo di capire il “cui prodest” nei cambiamenti in atto oggi.

 

Allora chiediamoci: chi era Aldo Moro? Era l’esponente più significativo di una generazione di giovani intellettuali cattolici che dopo la II^ guerra mondiale sentirono il dovere di dedicarsi alla costruzione della democrazia del loro paese, assecondando il disegno di un grande statista, Alcide De Gasperi, e prima di lui di Don Luigi Sturzo. Prima nell’assemblea costituente e poi nella Dc, nel parlamento e nel governo, quella generazione realizzò l’Italia moderna.

 

Moro, appunto, era uno dei liders di quel gruppo. Oggi i giovani hanno un’analoga opportunità se vogliono davvero operare per il loro futuro e per il bene di un’Italia più giusta, più libera, più democratica, più pronta per la società della globalizzazione. Moro fu definito «l’uomo più pio e più laico della politica italiana» (da Italo Mancini).

 

Esponente di punta del cattolicesimo democratico cui va il merito di aver dimostrato concretamente  l’assoluta conciliabilità fra cristianesimo e democrazia, ma, soprattutto, la possibilità di un reale arricchimento recato alla democrazia dalla tradizione religiosa del popolo, Aldo Moro non era solo un raffinato “mediatore”, come spesso lo si rappresenta, ma era un costruttore di prospettive nuove.

 

I terroristi delle Brigate Rosse l’avevano intuito e, per questo, scelsero lui come bersaglio, alla vigilia di una svolta politica storica per la democrazia italiana. Svolta analoga a quella segnata con il ritorno di Don Luigi Sturzo dopo l’esilio per il suo antifascismo.

 

Aldo Moro disse di Luigi Sturzo: «….ebbe certo presente in ogni momento la complessità della vita umana, la diversità dei valori, la distinzione dei piani nei quali si esplica l’attività umana. La Chiesa assunse per lui, sacerdote di fede e di piissima vita, posizione morale dominante. Ma, contrariamente a quanto è stato sostenuto, essa, in Sturzo, non assorbe, non oscura, non umilia lo Stato, il cui valore, il cui prestigio, la cui funzione egli affermò vigorosamente oltre tutto con una lunga milizia politica attenta ad ogni problema, preoccupata di ogni sbocco delle vicende sociali, indirizzata costantemente al valore, ad ogni valore, dell’esperienza statuale. L’azione dei cattolici nello Stato, svolta in piena autonomia e sotto la propria responsabilità, è appunto un omaggio reso allo Stato, un inserimento nello Stato mediante l’accettazione del suo valore. Essa, nell’uguaglianza democratica che è legge della convivenza, nella costante ispirazione agli ideali cristiani, è un contributo originale di pensieri e di valori morali, un’efficace difesa della propria intuizione del mondo, ma non è un’opportunistica appropriazione dello Stato, perché, snaturato e deformato, serva ad altro. L’autonomia dell’azione dei cattolici è segno e presupposto dell’autonomia dello Stato nel proprio ordine, autonomia che implica un valore proprio di esso e la permanente garanzia della vita democratica nel suo significato d’incessante ricerca, di confronto, di libertà».

 

In una Tribuna Politica, a Eugenio Scalfari che voleva metterlo in difficoltà sulla presunta subordinazione della DC alla Chiesa, Moro rispose: «Io devo ridire che la Dc non è un partito cattolico nel senso che sia un’espressione politica della gerarchia ecclesiastica; è un partito di cattolici nel quale largamente confluiscono i cattolici che hanno avuto posizioni anche di notevole responsabilità nel movimento cattolico; cattolici che considerano integra la loro fede e i loro ideali, i quali operano evidentemente in rapporto a una realtà temporale su di un terreno che è il terreno propriamente politico; che riguarda scelte di carattere contingente e scelte di carattere tipicamente politico.

Noi cattolici abbiamo delle posizioni di coscienza; abbiamo quindi un riferimento a posizioni, a insegnamenti, a dati che sono rilevanti per noi; e abbiamo anche un riferimento al nostro elettorato, il quale è largamente un elettorato cattolico che ci ha attribuito la fiducia, che ci ha dato questo compito di rappresentarlo sul terreno politico. Questo non è che ponga, io credo, delle remore reali: ci impone prudenza, ci impone rispetto, ci impone una posizione veramente responsabile».

 

E ancora: “L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza di valori cristiani nella vita sociale. E nel rischio che corriamo, nel carico che assumiamo c’è la nostra responsabilità morale e politica e l’adempimento di un dovere costituzionale il quale, essendo sancita l’autonomia nel proprio ordine della comunità politica, riconduce in questo ambito i diritti e i doveri relativi alla concreta attuazione di essa».

 

Ciò che può essere oggi di insegnamento è soprattutto la grande lezione morotea della prudenza, dello sforzo di comprensione, del rispetto, dell’ascolto reciproco. E “dell’inquietudine che accompagna sempre l’impegno politico dei cristiani“. Da accompagnare con quella di Papa Francesco che alla Giornata Mondiale della Gioventù 2013, a Rio de Janeiro, alle classi dirigenti e della politica ha ricordato che e’ nell’umanesimo integrale e cristiano la chiave di volta per la società della globalizzazione. Da qualunque prospettiva e cultura si provenga, si ha sempre titolo per non condividere una tale “visione”, purché si proponga un progetto che abbia anch’esso al centro la persona e la sua dignità, non per il semplice raggiungimento del benessere materiale, che pure e’ certamente giusto perseguire ma che non è la totalità della realizzazione umana.

 

 

 

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