DC: DOVE ERAVAMO RIMASTI?

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Il quadro delle candidature e dei programmi per la tornata elettorale del 4 marzo 2018 è ormai definito. Per quanto ci riguarda, ci impegneremo, da bravi cittadini e da bravi democratico-cristiani, affinchè le persone che meritano abbiano successo. Si è trattato peraltro di un periodo, quello preparatorio alla tornata elettorale, che ci ha distratti e frenati da quella che era, e resta, la nostra impresa più importante e duratura: quella di restituire all’ Italia un grande partito politico di ispirazione cristiana, una autentica comunità politica testimoniante ed educante, capace di respiro strategico di lunga gittata, di cultura politica ed umana profonda, e di coerenza morale e comportamentale misurata sull’ esempio dei padri fondatori della nostra storia di cattolici democratici (e di laici di similare ispirazione). Il nostro Paese ha bisogno di questo orizzonte e di questa realtà, prima e più che di una nostra presenza anche coraggiosa nelle istituzioni, che pure sarebbe significativa. Questa stessa presenza diventerebbe infatti rapidamente avventizia, sia in quantità sia in qualità, se non avesse alla base una tale comunità pensante ed educante. Noi crediamo, insomma, in ideali, non in transeunti opportunità. Ebbene, per portare a concretezza di vita una tale realtà ben più duratura occorrono quali fondamenta indispensabili: a. una elevata ed organica cultura politica per il ventunesimo secolo, per le sue aspirazioni anche valoriali e per la sua complessità; noi possediamo tale cultura, elaborata dai nostri padri, inverata nella Democrazia Cristiana storica fino ad Aldo Moro, e rinnovata adeguatamente nei documenti fondativi del nostro attuale cammino, e in particolare: la relazione del presidente Fontana al 19° congresso nazionale Dc del 2012, e i documenti del “San Sisto”, del “Sant’Anselmo” e del “Mantegna”; essi necessitano semplicemente di venir fatti oggetto di costante richiamo ed approfondimento evolutivo, da parte di tutti noi; b. una forte e certificante struttura organizzativa diffusa anche nel territorio; è del tutto illusorio e fuorviante, infatti, pensare che sia possibile vivere un progetto così penetrante, e dargli sviluppo, senza una struttura coesa ed organica, e pertanto dotata anche di regole semplici ma forti e, appunto, certificanti. La cultura delle regole, in particolare, caratterizza ogni organizzazione duratura e incisiva nella storia, e del resto trova per noi la sua antica e incontrovertibile testimonianza nell’esempio della Regola benedettina e delle regole di tutte le famiglie religiose e laiche del cristianesimo; senza regole, “anche i monaci bisticciano più facilmente”; la pretesa, da parte nostra, di fare politica senza regole organizzative interne stringenti e vincolanti per i nostri comportamenti di struttura e personali sarebbe velleitarismo tanto presuntuoso quanto infantile e diseducante. E, da questo punto di vista, dobbiamo prendere atto del fatto che abbiamo totalmente trascurato, finora, tale esigenza; e dunque che essa va decisivamente impostata per il prosieguo del nostro cammino; c. una formazione delle persone continua, profonda e diffusa, tanto alla base quanto ai vertici della organizzazione; la formazione non è assolutamente confondibile con la brillante accademia di acculturamento conoscitivo, tanto facile, tanto superficiale, tanto autocompiaciuta e tanto di moda, ma anche fatalmente tanto corriva nella spaventosa superficialità corrente; essa è invece formazione profonda delle coscienze (sapere, saper fare, saper essere: ma le prime due dimensioni sono finalizzate alla terza) e 2 delle personalità integrali, senza cui c’è semplicemente il fallimento. La formazione non è questione di professori (mi perdonino i miei colleghi) ma di maestri di vita; e non ha bisogno di aulemagne (mi perdonino le sedi accademiche) ma di officine di vita. Il portare a concretezza una tale realtà duratura ed organica ha bisogno anche di altre cose, per il vero: ad esempio di un tesseramento per far fronte alla base indispensabile di risorse, di un sistema di comunicazione per far circolare e crescere la vita organizzativa e il dialogo con la società; e di altro ancora. Ma i tre punti citati prima sono i pilastri fondativi della costruzione, quelli che assicurano la tenuta anche in caso di terremoto. Su questi, transigere significa semplicemente abortire l’obiettivo. Del resto, anche le ulteriori esigenze citate furono affrontate, e non senza iniziale qualità, all’inizio del nostro cammino, come si può osservare ad esempio dal caso del sito lademocraziacristiana.it, costituito alcuni anni orsono: ma sono rimaste via via indebolite (è onesto affermarlo) dalla fallace speranza che fonderle con quelle di altri o rinunciarvi per favorire aggregazioni più vaste potesse potenziare il nostro cammino; lo ha, ovviamente, soltanto indebolito. Mi permetto di condividere con tutti i lettori ed amici questa franca, e per me decisiva, riflessione, in quanto non possiamo più limitarci a essere “predicatori” di cose teoricamente interessanti. Gli attuali mezzi materiali a nostra disposizione sono ridotti (che io sappia) pressoché a zero, ma possiamo contare intanto sulla preziosa disponibilità volontaristica di alcuni di noi (ed è giusto che qui ringraziamo pubblicamente soprattutto l’infaticabile Mariella che cura la segreteria di presidenza) per avviare fin da oggi un più assiduo e operativo contatto reciproco. In questo spirito, a ciascuno di voi ed a tutti noi il più sincero “forza!”.

Giuseppe Ecca

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